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giovedì 5 ottobre 2017

La dottrina sociale e la storia italiana

La dottrina sociale  e la storia italiana

 Il Papato è stato finora il centro da dove è stata diffusa la dottrina sociale. Dagli anni ’60 hanno cominciato a produrla anche alcune Conferenze episcopali nazionali. Questo sviluppo è stato spettacolare nell’America Latina, quella centrale e meridionale che parla spagnolo e portoghese: i vescovi si riuniscono in un coordinamento continentale chiamato CELAM, Consiglio Episcopale Latinoamericano.
 Lo sviluppo della dottrina sociale da parte del Papato cominciò per i nuovi problemi politici che quest’ultimo iniziò ad avere da metà Ottocento, a causa dei moti nazionalistici italiani,  e fu fortemente influenzato dalle esperienze politiche che il Papato visse in Italia da allora. Del resto il primo papa non italiano dell'era contemporanea fu il Wojtyla, regnante come Giovanni Paolo 2° dal 1978. Gli altri papi furono italiani, formatisi intellettualmente e umanamente in Italia. 
  Era  minacciato il piccolo regno che il Papato aveva nel centro Italia, con capitale Roma. I nazionalisti lo vedevano come uno dei piccoli stati che ostacolavano l’unità nazionale, il Papa lo considerava come essenziale per assicurare la libertà della propria missione religiosa. I nazionalisti volevano Roma per il suo alto significato simbolico che, pensavano, avrebbe contribuito ad unificare le culture dei popoli italiani, dopo averne unificato le istituzioni politiche. Più volte nella storia il Papato si era trovato ad affrontare minacce di conquista militare da parte di eserciti mandati da altri sovrani. Aveva risolto i problemi con la diplomazia, cercando alleanze, concludendo accordi internazionali, in modo da avere chi corresse in suo aiuto, e questa fu la via seguita anche nell’Ottocento. Ma presto si capì che questa volta non sarebbe bastato. I nazionalisti trascinavano i popoli italiani, dunque occorreva suscitare una forza popolare di massa in difesa delle ragioni del Papato.
  I nazionalisti italiani si proponevano come forza di progresso sociale: era il caso dei seguaci di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Ma era anche il caso dei liberali che in più parti d’Italia avevano promosso processi democratici ottenendo, nel corso dell’Ottocento, e anche dal Papato, la delibera di statuti, di leggi costituzionali che istituivano organi di partecipazione democratica ai vertici degli stati, dai quali i poteri dei sovrani erano limitati. Per suscitare il moto popolare che occorreva, anche il Papato elaborò un’ideologia di progresso sociale, in particolare per l’ordinamento della società secondo criteri di giustizia: fu l’origine della dottrina sociale. Come  sempre accade nelle cose umane, imparò dalle ideologie all’epoca correnti, anche da quelle che le si opponevano, in particolare dal socialismo. Infatti non c’era modo, e soprattutto il tempo, di dedurre la nuova ideologia per via teologica, mancando, in particolare, precedenti storici. I Papi, come capi di stato e quindi capi politici, si erano conformati ai costumi dei capi di stato loro contemporanei: i popoli caduti in loro dominio erano considerati sudditi, una specie di loro possesso. Ma anche come capi religiosi si erano costruiti un’immagine analoga, di imperatori religiosi. Quello che si poté fare, nei concitati eventi dell’Ottocento, fu di costruire una giustificazione  teologica dei principi di giustizia sociale proclamati. Anche in seguito si seguì questa via, rispondendo alle urgenze della storia. Questo spiega perché la dottrina sociale ebbe una veloce evoluzione, fino ai tempi nostri, in cui assistiamo ad un’ennesima sua spettacolare metamorfosi.
  Lo strumento politico, quindi di concreta azione sociale, di attivismo  e propaganda, che il Papato istituì in Italia per realizzare gli obiettivi indicati nella dottrina sociale fu la nostra Azione Cattolica, creata nel 1906 sulla base di precedenti esperienze spontanee laicali. Essa fu profondamente integrata con la gerarchia cattolica: è la sua principale caratteristica. Divenne presto il principale laboratorio culturale per l’elaborazione delle necessarie evoluzioni della dottrina sociale. Per suo tramite si ebbe l’assimilazione della democrazia, come ordinamento politico di limiti e valori, nella dottrina sociale, che originariamente nacque non solo non democratica, ma antidemocratica. Alle origini, infatti, il pensiero democratico era considerato eretico, e, in particolare, come espressione della corrente culturale del modernismo, contro la quale fu organizzata l’ultima grande persecuzione da parte della Chiesa cattolica, agli inizi del Novecento, regnando papa san Giuseppe Sarto, Pio 10° come sovrano religioso.
  La visione che la dottrina sociale alle origini prospettava era che una minoranza di riformatori atei stesse arbitrariamente minacciando le sane culture dei popoli italiani, animati dalla fede religiosa al seguito del Papato, e che si dovesse reagire organizzando un moto di massa. Questo portò il Papato in rotta di collisione con le autorità del Regno d’Italia.  Il Papato venne considerato una centro sovversivo. Protetto, ma anche confinato nei suoi palazzi, da leggi apposite varate unilateralmente dal Regno d’Italia dopo la conquista di Roma, la sua azione in Italia era costantemente sorvegliata dalle autorità di polizia: l’attivismo laicale, ma anche quello dei preti, spesso ricadde sotto i rigori delle leggi anti-sovversione dell’epoca.
 Scrisse Sidney Sonnino, ministro e presidente del consiglio a cavallo tra Ottocento e Novecento:
Due grandi forze sociali e politiche stanno crescendo ed organizzandosi in Italia e tutte e due con tendenze ed aspirazioni rivoluzionarie di fronte alla monarchia rappresentativa e liberale. Da un lato, il socialismo, nel nome dell’uguaglianza, vuole soppressa  ogni libertà individuale […] Dall’altro, nel nome tanto delle idealità  più elevate del consorzio umano, quanto dell’ordine  e della conservazione delle tradizioni del passato, sta facendo passi da gigante l’organizzazione clericale, che tende in realtà all’oscurantismo più intollerante, alla soppressione del disordine mediante la soppressione del progresso e di ogni movimento dello spirito umano, nemica com’è della libertà di coscienza e di pensiero.
[in S. Sonnino, Torniamo allo Statuto, in “Nuova Famiglia”, 1-1-1897]
  Il primo avversario della dottrina sociale fu il nazionalismo italiano. Questo la portò alla critica verso ogni nazionalismo. Del resto il regno del Papa con capitale a Roma non era basato sul nazionalismo, ma sull’universalismo religioso: il regno era solo uno strumento per dare libertà al Papato. L’Azione Cattolica italiana fu un potente agente anti-nazionalista, se si eccettuano gli anni del compromesso con il regime fascista, dal 1931 al 1939, regnante papa Achille Ratti, Pio 11° in religione. Questa azione del Papato in Italia esercitò un influsso tale che, quando, negli scorsi anni ’80, in Italia si svilupparono moti secessionisti al modo di quelli che vediamo travagliare l’attuale Catalogna, essi coinvolsero una esigua minoranza della popolazione.
  L’altro avversario fu il liberalismo e questo spiega le idealità socialiste che si avvertono nella dottrina sociale, in particolare l’idea che quello della giustizia sociale tra le classi sia un problema reale, serio, che implica anche questioni di etica religiosa.
  Ma anche il socialismo fu, fin dalle origini, un avversario, essenzialmente perché accusava la religione e il clero, quindi anche il Papato, di essere strumenti delle classi dominanti, quelle all’origine dell'ingiustizia considerata come male anche dalla dottrina sociale. La critica fu presa però molto sul serio e portò a pensare progetti di riforma per desacralizzare  la politica, anche quella ispirata dalla fede, per poterla vagliare liberamente in base ai principi etico-religiosi proposti dalla dottrina sociale. L’ultima manifestazione di questo processo fu la cosiddetta scelta religiosa  dell’Azione Cattolica, attuata sotto la presidenza di Vittorio Bachelet (1926-1980), alla fine degli scorsi anni ’60.
 L’ultimo grande avversario fu la guerra. L’esperienza della conquista militare di Roma fu sempre ben presente al Papato. Ma il processo di  desacralizzazione  della guerra, fino a che si riuscì a considerarla sempre un male e a rifiutare l’idea di guerre  giuste  dal punto di vista religioso, fu molto più travagliato. Iniziò, come ha ricordato l’altro giorno il Papa a Bologna, nel 1917, durante la Prima guerra mondiale, quando il papa Giovanni della Chiesa, regnante come Benedetto 15°, definì la guerra in corso come un’inutile strage.  Possiamo considerare il punto di arrivo l’enciclica Pacem in terris - La pace sulla terra  diffusa del papa Angelo Roncalli, Giovanni 23° in religione, nel 1963. Ma ancora nel 1968 l’arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro fu indotto alle dimissioni dopo una sua pronuncia pacifista a seguito dei bombardamenti statunitensi sul Vietnam del Nord. Lercaro è stato ricordato l’altro giorno dal Papa, parlando agli studenti e al mondo accademico a Bologna,  in piazza San Domenico, proprio citando quelle parole che gli costarono il posto da arcivescovo.
Ha detto: “[…] di fronte alla pace non possiamo essere indifferenti o neutrali. Il Cardinale Lercaro qui disse: «La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte esso venga: la sua vita non è la neutralità, ma la profezia» (Omelia, 1° gennaio 1968). Non neutrali, ma schierati per la pace!”.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


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