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lunedì 15 febbraio 2016

Salvezze

Salvezze

La Pietà Vaticana, dello scultore Michelangelo Buonarroti, del Quattrocento


 Da bambini e  da ragazzi si è poco o per nulla interessati alla salvezza come ci viene di solito presentata dai teologi. Si vive giorno per giorno. Il problema è nella quotidianità e nel giorno dopo quello corrente. Gli adulti, preti e catechisti compresi, non hanno ricette di vita valide per i più giovani, che quindi devono arrangiarsi da soli.
 Alla mia età, per uno che tra pochi mesi avrà sessant’anni, è un po’ lo stesso. Un anziano non può credere veramente che una persona più giovane di lui, anche un prete, possa insegnargli a vivere. E quelli più anziani, sempre meno numerosi con l’avanzare dell’età, sono troppo  più anziani per dare consigli. Da vecchi è come da bambini: un anno di  età in più fa una grande differenza.
 Per certe persone, i più giovani e i più anziani, le spiritualità religiose basate sulla promessa di  salvezza  personale non hanno senso.
 Lo stesso può dirsi per  i malati gravi: anche loro vivono giorno per giorno e cercano di non pensare tanto al dopodomani. Per loro è vero che  ad ogni giorno basta la sua pena. Un buon sonno è già una buona dose di salvezza. Non parlo per sentito dire.
  Ma, a ben considerare, anche per gli adulti sani è un po’ lo stesso. Finché hanno qualcuno di cui occuparsi va tutto bene, poi la vita sembra perdere senso e la salvezza dei teologi non aiuta.
 Una buona parte della catechesi corrente è quindi inutile perché non raggiunge molte persone. Infatti è centrata sull’idea di salvezza che hanno i teologi, non su quella che serve alla gente comune.
 La salvezza dei teologi è un salvarsi. Questo però non appaga. La salvezza che appaga è un salvare  qualcun altro.
 La vera salvezza arriva quindi quando la si pianta di pensare tanto alla  propria  salvezza.
  Sono amato dal mio Creatore? I teologi me ne parlano, ma a me interessa fino ad un certo punto. L’importante è che io  possa amarlo. L’essenziale è che  io  me ne possa prendere cura.
 Quando erano bambine ho portato le mie figlie in San Pietro, in quel chiesone che non amo, a contemplare la Pietà  di Michelangelo, (scolpita dal Michelangelo giovane), l’unica opera d’arte in quel coacervo di vano orgoglio principesco sovramisura che mi coinvolge veramente. Mi sono fatto largo tra la folla di turisti che scioccamente fotografa una delle statue le cui immagini, riprese da professionisti, sono più presenti sul WEB, e mostrando loro quella donna giovane che tiene tra le braccia il figlio morto ho detto loro: «questa  è la nostra Chiesa». Quella statua  rappresenta la Chiesa come la idealizza una persona giovane. E' tanto bella che attrae irresistibilmente la gente. Eppure contiene tanto dolore. Una madre che tiene tra le braccia il figlio morto!
 Con gli dei dell’antico Olimpo si contrattava, il nostro è un Dio sofferente perché  vivente: è per questo che  lo si può amare. E invece, qualche volta, la cosiddetta economia  della salvezza mi pare che ricaschi sul passato. Vi è stata (vi è?) coinvolta anche la faccenda dei Giubilei, che infatti storicamente non hanno fatto tanto bene alla fede: ci hanno affibbiato quel tronfio chiesone vaticano e hanno prodotto una lacerazione che ancora non si riesce a rimarginare.
 Si sa che i più giovani possono essere molto generosi e altruisti.  Gli adulti, allora, si preoccupano presto di disilluderli. Nella loro mentalità non c’è salvezza  nell’essere così. Ma poi anche loro ci cascano, con i figli. Una faccenda del tutto insensata sotto il profilo economico, del dare/avere. Se non riescono ad averli, in genere si ingegnano per superare gli ostacoli per cui non arrivano. Per questo vengono molto criticati in società. Uno non ha diritto  ad avere figli, li rimproverano. E allora com’è che la natura, questa natura veramente tanto idolatrata anche in religione, ci ha messo dentro questa gran smania di averli? Everybody needs somebody to love,  fa un blues molto noto degli anni Sessanta, “ognuno ha bisogno di qualcuno da amare”: sentitelo  su You Tube a questo indirizzo <https://www.youtube.com/watch?v=EHV0zs0kVGg>.
   Certi preti pensano di farmi contento dispensandomi ricette per migliorarmi la vita. Io faccio finta di credere a quello che dicono. Sono protettivo nei loro confronti, non voglio disilluderli. Devo sostenerli. Sono volenterosi, si spendono per gli altri, dimenticando sé stessi. Le loro promesse di salvezza e di felicità mi lasciano indifferente, ma il loro esempio mi coinvolge.  Però non seguo metodi  religiosi che mi promettono la felicità e la salvezza: so che sono cose fuori della portata di chi li propone.
  In Italia il volontariato, religioso e non, è un fatto sociale molto importante. Tutta la molta gente che vi è coinvolta cerca la salvezza dimenticando sé stessa, in uno slancio altruistico. Teniamone conto nel riorganizzare le attività parrocchiali.
 Certe volte ho sentito fare in parrocchia promesse che non possono essere mantenute. Meglio essere sinceri. Altrimenti, poi, la disillusione che segue allontana la gente dalla fede.  In religione proviamo a volerci bene, ma non sempre ci riesce. A volte riusciamo a lenire certe sofferenze, ma  salvare  veramente qualcuno è molto raro. E ogni comunità prima o poi delude, anche la famiglia, pur animata dalle migliori intenzioni. Le comunità religiose non sono diverse. Del resto non ci è stata promessa, nella nostra fede, la gioia comunitaria. Anzi, fin dalle origini abbiamo avuto molti problemi in questo.
  Con certe promesse si va poco lontano. Si attira gente che soffre: anche per essa la salvezza dei teologi ha poco senso perché ha la mentalità dei malati gravi. Il disinganno viene presto, perché le forze sono quelle che sono. Allora la si colpevolizza, perché  non ha creduto abbastanza. Così si aggiunge sofferenza a sofferenza. E’ quello che accade con le promesse della pubblicità commerciale. Non si è mai veramente appagati, né nel dare né nel ricevere.
  La nostra via religiosa è quella della Croce, a questo credo. “Per essere gioia del mondo non dobbiamo chiedere al Signore di scendere dalla Croce, ma di salirvi con lui”,  scrisse Vittorio Bachelet,  a cui si deve la rifondazione dell’Azione Cattolica dopo il Concilio Vaticano 2°. E ci diede anche l’esempio. E’ paradossale, ma è ancora bello percorrerla, per la salvezza di molti. Non si tratta, come sento dire spesso,  di dare un senso alla sofferenza, dal momento che la sofferenza in fondo  non ha mai veramente senso, i malati gravi lo sanno bene, ma di contribuire alla salvezza altrui a costo della propria sofferenza: questo sembra avere un senso per gli esseri umani, un valore inestimabile, è la perla rara, il tesoro prezioso, una effettiva via di salvezza, per cui si lascia tutto, e si accetta anche di soffrire. E’ per questo che ammiriamo certe  grandi anime, religiose e non.
  Se mettiamo la religione sul mercato delle ricette di vita buona, saremo surclassati. Certe comunità-fortezza,  comunità-serra, comunità prigione, comunità-gruppo di psicoterapia religiosa a livello hobbistico, non possono competere con altri allestimenti correnti in società. Nel ramo misericordia  abbiamo invece pochi concorrenti, anche se non dobbiamo pensare di avere l’esclusiva. La misericordia può addirittura essere avvertita come offensiva da chi ne è oggetto. Coinvolge prevalentemente nel lato attivo, vale a dire chi la pratica. E’ concreta, è l’inizio di un mondo nuovo, una profezia che si autorealizza (è un’immagine che è stata proposta in una delle messe delle scorse settimane). E’ su questo che dovremmo puntare. Non promettere di dare  qualcosa a chi ci avvicina, ma promettergli un ingaggio nel campo della misericordia. Non piazzisti  di merce religiosa, ma reclutatori di gente di fede dovremmo essere. O, detto evangelicamente,  pescatori di esseri umani. E’ lì che mi pare la religione funzioni meglio. Perché? Ciascuno ha una sua spiegazione. Ne rende ragione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





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