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mercoledì 3 febbraio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia


    Come ho scritto altre volte, cerco di darvi dei consigli per il vostro lavoro di catechisti recuperando il ricordo dell’esperienza del bimbo del catechismo che fui. E su questa base mi sorprendo nel constatare quanto poco il mio  processo di scoperta della fede religiosa corrisponda all’immagine che di una cosa simile si dà nei documenti del nostro magistero. Si avvicinano di più a quella mia  realtà le spiegazioni di  alcuni studiosi di catechetica, la disciplina scientifica che riflette sul lavoro catechistico, che ai tempi nostri si ritiene debba consistere in un’attività definita come educazione della fede, o educazione alla fede, o educazione nella fede, o trasmissione della fede, pedagogia della fede, o insegnamento della fede, o itinerario di fede, e con altre espressioni, che colgono le sue varie prospettive (così in  Emilio Alberich,  La catechesi oggi - manuale fondamentale di catechetica, Elledici, 2011, a pag.125). Insomma: mi pare che la teologia, da sola, non riesca a cogliere bene il problema, mentre la catechetica, che integra teologia, pedagogia e altre scienze che studiano gli esseri umani, dà un contributo migliore. Ecco perché si vorrebbe che i catechisti parrocchiali avessero una specifica formazione catechetica, quale ad esempio, negli anni ’70, ebbe mia madre, per due anni, con corsi organizzati in parrocchia, prima di iniziare il lavoro di catechista con gruppi di bambini. Non basta l’infarinatura dottrinale che ciascun credente più o meno ha ad un certo punto di consuetudine con la liturgia e con qualche collettività religiosa di tendenza. E nemmeno l’esperienza di vita vissuta in un certo gruppo di fede.
  Scrive Alberich, nel libro che ho citato (pag.127):
“… i concetti di iniziazione e di educazione applicati alla catechesi non sembrano corrispondere alla realtà effettiva della prassi catechetica, che spesso si riduce a semplice insegnamento dottrinale, o a processo di socializzazione al servizio di gruppi o istituzioni religiose, o addirittura  forme più  o meno consapevoli di indottrinamento  ideologico. Molte volte  lo sforzo di comunicare una «fede» viene percepito come un processo di indottrinamento e proselitismo da parte di gruppi ideologicamente ben definiti. In questo senso, la catechesi cristiana potrebbe costituire un ostacolo alla vera azione educativa e promozionale delle persone, nonché alla causa dell’unione ecumenica e della convivenza democratica”.
  Di fronte all’apparente dispersione del gregge, si è cercato talvolta di blindare  l’ovile e questo ha avuto riflessi anche nel lavoro catechetico, soprattutto quello sui più giovani. Se si va a vedere ne rimangono pochi. Solo quelli che siamo riusciti a rinchiudere dentro certi spazi collettivi, che quindi cerchiamo di rendere sempre più protetti contro influenze esterne. E quelli che sono rimasti fuori? Ci si aspetta che, ad un certo momento, ricadano di nuovo dentro l’ovile, rottamati  dalla società esterna, ma a quel punto non verranno accettati tutti,  se ne farà una selezione per scegliere quelli che accettano di farsi trasformare/uniformare per essere di nuovo inseriti negli spazi blindati.  E questa qui sarebbe la catechesi per adulti.
  Le condizioni per essere riammessi  sono talvolta molto dure. E c’è una sorta di fai-da-te  in questo campo, parrocchia che vai condizioni che trovi. Ho sentito cose incredibili. Alcuni, ad esempio, pretendono che le donne siano  sottomesse  ai maschi e sostengono che questa sciocchezza, questa anacronistica assurdità, abbia un valore religioso e sostenga le famiglie.
  C’è poi la questione della  conversione. Senza conversione  non c’è la fede. Ma nei bambini questo processo presenta aspetti particolari, diversi da quello di un adulto. E questo perché un bambino sta scoprendo la fede, non l’ha ancora rifiutata  per cui poi ad un certo punto debba sentire il bisogno di riscoprirla,  staccarsi da un certo passato, e appunto  convertirsi  in questo senso. Ecco che, allora, certi modelli di educazione alla fede basati sul processo di conversione  degli adulti hanno poco senso nei bambini.
 Si dice che il nostro antico Fondatore fu anche il primo catechista  ed è modello per tutti i catechisti di ogni tempo. Però nei racconti sulla sua vita e sui suoi insegnamenti non ne troviamo riferiti alla catechesi dei bimbi. Eppure c’è l’episodio in cui rimproverò i discepoli che volevano tenergli lontano dei bambini che gli erano stati portati perché pregasse su di loro. Non si dice che i bambini disturbassero: sembra di capire che fosse ritenuta inopportuna per qualche motivo la loro presenza vicino al Maestro. Si racconta però che quest’ultimo li chiamò vicino a sé, li prese tra le braccia, li benedì posando le mani su di loro (Mt 19, 13-15; Mc 10, 13-16; Lc 18, 15-17). Poi disse che il Regno appartiene a quelli che sono come loro  e che  se uno non l’accoglie come farebbe un bambino non vi entrerà.  E’ tutto quello che c’è, sul tema della catechesi ai bimbi, mi pare di ricordare. Dunque:  tenere vicino a sé i bambini, ma anche  imparare qualcosa da loro. Ecco allora che si va a insegnare e si diventa, come dire, anche un po’ discepoli. Vi è mai capitato?
  Se ripenso alla mia esperienza religiosa, l’educazione alla fede si risolse, da bambino e da ragazzo, in una trasformazione  che seguì il processo di quella fisiologica e psicologica. Da bambino mi pareva che se ne rendesse un’idea nel libro di Pinocchio: da pupazzo ad essere umano con un cuore di carne. A volte, però, nell’iniziazione religiosa si cerca di operare una trasformazione inversa. E, infatti, certi ragazzi convertiti  mi appaiono un po’ legnosi.
  La mia fede si è veramente cominciata ad integrare nella mia vita solo con la scoperta personale della Bibbia, alla scuola di buoni maestri: questo accadde in FUCI, tra gli universitari cattolici, molto più tardi della prima iniziazione religiosa.
 E’ possibile anticipare questa esperienza? I nostri vescovi dicono che bisogna provarci. E infatti ai tempi nostri viene messo molto presto tra le mani dei bambini il Vangelo. Tenete presente però che esso rimarrà una fonte di conoscenza  chiusa finché non sarà loro spiegato, e questo benché ai tempi nostri tutti i bambini del vostro catechismo  sappiano leggere. In queste spiegazioni bisogna farsi aiutare molto dai sacerdoti, i nostri maestri nella fede  di prossimità. Il lavoro del catechista deve essere quello di aprire  una via di accesso al testo biblico, per consentire ai bimbi del catechismo una consuetudine con esso, dalle quale poi scaturirà un approfondimento personale. A volte i testi sacri vengono invece strumentalizzati  con finalità di indottrinamento e questo non va bene. Possono provocare una reazione di rigetto. Io non l’ho mai avuta, da bimbo e da ragazzo, ma è anche vero che all’epoca, negli anni Sessanta e Settanta, i testi sacri venivano poco utilizzati nella catechesi.  Si era all’inizio del processo di rinnovamento della catechesi.  Io ne fui agganciato  da universitario, sul finire degli anni Settanta.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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