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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 18 febbraio 2016

La fede distante dalla gente

La fede distante dalla gente

  I teologi sono riusciti a costruire una fede lontana dalla gente, per poi ragionarvi sopra. Questo metodo risale alle origini. E’ stato storicamente la fonte di molti problemi. Leggiamo i grandi autori del nostro pensiero religioso dei primi secoli, spesso aspramente polemici, e non vi ritroviamo la vita comune. Del popolo di fede di allora sappiamo veramente poco. Spesso lo idealizziamo e ce ne facciamo un’immagine poco realistica.
 Negli scorsi anni Sessanta si attribuì molta importanza a uno scritto che si pensa risalente alla fine del secondo secolo, la Lettera a Diogneto, del quale ignoriamo l’autore. E’ un documento ritrovato fortunosamente nel Quattrocento a Costantinopoli (il manoscritto che lo conteneva veniva utilizzato da un pescivendolo per incartare il pesce).  Si pensa che sia stato composto in Alessandria d’Egitto. E’ scritto in greco. Vi si parla, oltre che delle consuete polemiche teologiche, della vita di tutti i giorni delle persone di fede di allora. Lo si fa come di sfuggita, ma si tratta di un ricordo importante perché poco comune in quel tipo di letteratura.
 Si legge, al capitolo 5°:
 I cristiani infatti non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per modo di vestire.
 Non abitano in un qualche luogo, città proprie, né si servono di qualche dialetto strano, né praticano una vita particolare.
 Non è certo per una qualche invenzione o pensata di uomini irrequieti che questa loro conoscenza è stata trovata, né essi si fanno campioni di una dottrina umana, come certuni.
 Invece, mentre abitano città greche o barbare, secondo quel che ciascuno ha ricevuto in sorte, e seguono le usanze locali quanto agli abiti, al cibo e al modo di vivere, manifestano come mirabile e, a detta di tutti, paradossale il sistema delle loro istituzioni.
 Abitano ciascuno la propria patria, ma come stranieri residenti; a tutto partecipano attivamente, come cittadini, e a tutto assistono passivamente come stranieri; ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria terra straniera.
  Si sposano come tutti e generano figli, ma non abbandonano la loro prole.
  Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
  Si trovano nella carne, ma non vivono secondo la carne.
  Passano la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo.
  Obbediscono alle leggi stabilite, eppure con la loro vita superano le leggi.
  Amano tutti, eppure da tutti sono perseguitati.
  Non sono conosciuti, eppure sono condannati; sono messi a morte, eppure ricevono la vita.
  Sono poveri, eppure rendono ricchi molti; sono privi di tutto, eppure abbondano in tutto.
 Sono disprezzati, eppure nel disprezzo sono glorificati; sono calunniati, eppure sono giustificati.
  Insultati, benedicono; offesi rendono onore.
  Fanno il bene e sono castigati come malfattori; castigati si rallegrano come se ricevessero la vita.
 Dai giudei sono combattuti come stranieri e dai greci sono perseguitati, e quanti li odiano non sanno dire la ragione della propria ostilità.
  Ai tempi nostri siamo abituati a considerare i problemi che la fede incontra nella diffusione nella società sotto un’ottica clericale.  Li presentiamo come manifestazione di ostilità delle istituzioni civili verso l’organizzazione gerarchica delle nostre collettività religiose, in una parola contro i preti. Quello scritto ci presenta una realtà diversa: un’ostilità sociale rivolta direttamente contro il popolo di fede. L’autore di questo scritto spiega che essa non ha ragione di essere perché le persone di fede vivono da cittadini partecipando attivamente alla società del loro tempo  come tutta l’altra gente e in molte cose non si distinguono da essa. Ma in altre no:  fanno fronte contro i piaceri, per questo sono detestati. Questa è l’opinione dell’autore di quello scritto. La gente di fede è anche  cittadina del cielo, perché segue un insegnamento soprannaturale, è per questo è diventata  in società quello che l’anima è per il corpo: come l’anima per il corpo, ha il compito di tenere insieme il mondo.
 Si è visto nella vita di fede raccontata nella Lettera a Diogneto un modello per il rinnovamento delle nostre collettività di fede. In particolare piaceva l’idea di un fedele attivo come cittadino nella società del proprio tempo. Questo era in linea con gli ideali democratici che cominciarono ad avere credito anche tra la gente di fede i Europa e nelle nazioni di colonizzazione europea nel corso dell’Ottocento, vivamente contrastati da gerarchi religiosi della nostra confessione.
  Per secoli i modelli della persona di fede erano stati i preti e i monaci. Più o meno dal primo dopoguerra si cercò di pensarne anche di quelli tratti dalla vita della gente di fede comune. Come si fa di solito in teologia, si cercò di trovarli nell’antichità, quanto più vicino possibile ai primi tempi, alle origini. Ma, insomma, non si recuperò molto. C’è quello scritto che ho sopra riportato  e poco altro. Gli autori dei primi secoli, tutti presi nelle loro polemiche teologiche  contro  questo e  contro  quello, in genere non se ne occuparono.
  Si tratta di fare spazio  al popolo di fede e di rendere significativa in religione la sua vita collettiva. Questo è stato il senso della travagliata fase di attuazione dei deliberati dell’ultimo Concilio. L’opera non è ancora  riuscita.
  I teologi che sostennero il lavoro culturale dell’ultimo Concilio, primo fra tutti il francese Yves Congar (1904-1995) non avevano un’immagine realistica del popolo di fede, con in genere non l’hanno i teologi. Per quasi due millenni il popolo era stato pensato nella condizione  di gregge ed era difficile pensare che potesse avere una qualche funzione nell’organizzazione religiosa delle nostre collettività di fede. In termini giuridici, e il diritto ha avuto un ruolo sempre maggiore nelle nostre concezioni di fede a partire dal secondo millennio, ad una funzione  corrisponde un potere  e i principi giuridici della nostra confessione vanno nel senso che  tutto il potere spetti al clero, organizzato gerarchicamente secondo criteri feudali che risalgono fondamentalmente all’era carolingia, all’Europa dell’Ottavo secolo.
  Il saggi dell’ultimo Concilio prendevano come riferimento un laico di fede acculturato, poco comune in genere. E’ il tipo di laico con cui avevano maggiore consuetudine e che stimavano. Ma il resto del popolo?
  Nel Novecento i laici di fede europei e delle nazioni derivate dalla colonizzazione europea si sono distinti nel campo della promozione della pace, nell’aspetto della critica a ciò che vi si oppone e in quello della sua costruzione culturale, sociale e politica. Esso coinvolse le masse. Questo ha un significato religioso molto importante. E’ il campo specifico in cui si può sviluppare ulteriormente il protagonismo del laicato e la via per riportare la fede tra la gente.
  Il clero e i teologi parlano molto di pace, ma non sanno veramente realizzarla. Ricadono sempre negli eccessi polemici delle origini: del resto si sono formati sull’antica letteratura dei primi secoli, veramente molto rissosa. Hanno la scomunica facile, che oggi in genere non passa attraverso dichiarazioni formali, ma per vie di fatto.
  Quando si tratta di fare pace, non solo di parlarne, la sapienza della gente di fede può esprimersi meglio, perché della pace e del conflitto essa fa quotidiano tirocinio e sa bene come tirarsi fuori da inutili contrapposizioni. In una parrocchia se ne hanno molte occasioni per farlo. Poi ci si può ragionare sopra alla luce della fede.
  Una visione pacificante, e in particolare  includente, della fede è utile per coinvolgere la gente che in questi anni è rimasta lontana dalla parrocchia. Noi non la conosciamo più bene e probabilmente anch’essa sa poco di noi. Il primo lavoro da fare è quello di avvicinarci reciprocamente e di conoscerci. Ma conoscersi non è sempre piacersi. Però conoscendosi meglio e acquisendo familiarità gli uni con gli altri, soprattutto cercando di aiutarsi e sforzandosi di volersi bene, alla fine si creano dei legami che sostengono il lavoro di  pacificazione  e di fraternizzazione. Non si  è più estranei. Si scopre che certi paraocchi ideologici non sono veramente indispensabili. E che molti pregiudizi non hanno ragione di essere. E’ il lavoro che si sta facendo in Europa per integrare la gente nuova che è venuta ad abitare da noi da posti lontani, è il grande tema, il grande impegno anche, dell’attualità. Vediamo che su di esso lavora da protagonista gente di fede: la fede, quindi, ha ancora qualcosa da dire in questo campo.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





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