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lunedì 8 febbraio 2016

Questione femminile, eguaglianza tra i sessi, emancipazione, liberazione e promozione della donna. I movimenti femminili cattolici negli anni Sessanta e Settanta in un contributo di Elisabetta Salvini - Prospettive del futuro

Questione femminile, eguaglianza tra i sessi, emancipazione, liberazione e promozione della donna. I movimenti femminili cattolici  negli anni Sessanta e Settanta in un contributo  di Elisabetta Salvini. Prospettive del futuro

1. Nel libro L’Azione cattolica del Vaticano II - Laicità e scelta religiosa nell’Italia degli anni Sessanta e Sessanta, AVE, 2014, €20, è stato pubblicato il contributo di Elisabetta Salvini dal titolo La promozione della donna. Alcune riflessioni sulla “questione femminile” prima e dopo il Concilio Vaticano II, del quale di seguito fornisco una sintesi.
  Lo scritto si apre con una citazione da una relazione di Emma Cavallaro, del 2013:
Se crediamo e professiamo che tutti siamo a immagine di Dio, dobbiamo anche sapere che ogni volta che un essere umano e, quindi, ogni volta che una donna non è trattata come tale, ma è considerata inferiore, usata come un oggetto, anche se ipocritamente esaltata, ogni volta che non le sono offerte tutte le possibilità di raggiungere il suo sviluppo integrale o di esercitare il suo diritto di scelta, in lei è offesa l’immagine del Creatore stesso.
  La Salvini dirige la sua analisi sul periodo 1963-1978.
«Perché questo lasso di tempo?» scrive. «Perché nel 1963 Giovanni XXIII divulgò la sua enciclica Pacem in terris, mentre nel 1978 venne approvata la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Nell’arco di questo quindicennio, inoltre, vanno collocati eventi dirompenti e fondamentali per una rilettura della condizione femminile. Il Concilio Vaticano II [1962-1965], l’approvazione della legge Fortuna-Baslini sul divorzio [1970], l’esplosione dei femminismi, il sussulto referendario per l’abrogazione del divorzio [1974] ], il nuovo diritto di famiglia [1975], il pronunciamento dell’ONU che riconobbe il 1975 come anno internazionale della donna, la nascita dei consultori  e la legalizzazione della pillola anticoncezionale [1975].
2. L’autrice ricorda che il femminismo cattolico  si presentò, alle origini, come un tentativo di ritorno all’ordine  dopo il nascere dei movimenti femministi laici. Questa fu la ragione della costituzione, da parte del papa Pio X dell’Unione Donne  Cattoliche d’Italia [1908], nell’Azione Cattolica], fondamentalmente  per utilizzare le donne in chiave antimoderna e intransigente. E tuttavia quell’associazionismo indusse nelle donne cattoliche un modi di vivere laico, moderno e attivo, curando l’educazione delle aderenti con convegni, seminari e vere e proprie scuole di formazione.
 Dopo la Prima guerra mondiale, scrive la Salvini, le donne italiane ottennero due conquiste fondamentali: l’abolizione dell’autorizzazione maritale per le donne sposate che intendessero compiere certi atti di disposizione del proprio patrimonio e l’apertura all’avvocatura. Nel 1919, dall’unificazione dell’Unione Donne e della Gioventù femminile nacque l’Unione femminile cattolica italiana (Ufci), che permise a schiere di donne cattoliche italiane di uscire dalla dimensione privata, casalinga. Diede loro il diritto di esistere anche come donne, oltre che come mogli e madri.
 Alle giovani cattoliche, scrive la Salvini, non venne più indicata la sola strada del matrimonio e della maternità, ma anche quella dell’apostolato e della maternità come missione da compiere. Armida Barelli ne divenne la più conosciuta esponente.
 «Nella Gioventù femminile cominciarono a circolare libri specifici che dispensavano preziosi consigli a tutte le ragazze … La donna moderna doveva trovare un proprio destino che non necessariamente coincideva con la  nascita di una famiglia e con la procreazione».
 L’Ufci curò particolarmente la formazione. Le propagandiste del movimento dovevano avere una solida base di studio e di conoscenza. Questo promosse la dignità, la responsabilità e la gioiosa partecipazione delle donne alla vita della Chiesa e della società.  Per molte ciò produsse un impegno nella Resistenza e poi nella vita pubblica nazionale. Nel 1945 furono creati il CIF - Centro italianano femminile e il Movimento femminile della Democrazia Cristiana, mentre l’Azione cattolica, scrive la Salvini, «continuò a incarnare, per tutte le donne cattoliche, il modello più tradizionale di formazione e crescita comune».
  Tuttavia il magistero dell’epoca riteneva ancora il lavoro extradomestico e la partecipazione alla vita pubblica come fonti di distrazione e di distruzione della famiglia tradizionale. Era ammesso un interesse nel mondo esterno, ma principalmente per difendere l’incolumità del focolare. In merito, l’autrice ricorda l’insegnamento del papa Pio 12°. E tuttavia quest’ultimo, in un discorso del 1951, dichiarò che  la regolazione delle nascite, con il ricorso ai tempi della sterilità  naturale, era compatibile con la legge di Dio, aprendo all’idea che la donna potesse trovare  un significato di vita anche al di fuori della “missione naturale” della maternità.
  Gli anni ’50 si caratterizzarono per un marcato mutamento dei comportamenti delle italiane, che iniziarono a chiedere di più di un marito, dei figli e di una bella casa.
 Il magistero del papa Giovanni 23° fu una grande apertura.
 L’autrice cita un brano dell’enciclica Pacem in terris - Pace in Terra, del 1963:
[n.22] In secondo luogo viene un fatto a tutti noto, e cioè l’ingresso della donna nella vita pubblica: più accentuatamente, forse, nei popoli di civiltà cristiana; più lentamente, ma sempre su larga scala, tra le genti di altre tradizioni o civiltà. Nella donna, infatti, diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica.
  Non c’era in quel documento, scrive la Salvini, la consueta denigrazione dell’emancipazione femminile, né alcun nostalgico rimpianto per il passato. Si faceva riferimento ai “segni dei tempi”: il mutamento storico non era più visto come diabolico, ma divenne il punto di partenza per un’analisi razionale, laica e profetica.  Non più centrata sul rapporto immobilista Chiesa-legge di natura, ma dinamico Chiesa-storia, con la donna posta al centro del mutamento.
 L’impegno per rendere l’Azione Cattolica espressione della mutata società fu alc centro del progetto Rinnovarsi per rinnovare  [1963] dell’Unione donne di azione cattolica. La Salvini evidenzia che all’inizio degli anni ’60 l’Unione donne aveva 5.147 associazioni urbane con 250.900 socie e 12.806 associazioni rurali con 406.307 tesserate.
  Le donne cattoliche riposero un’altissima aspettativa nel Concilio Vaticano 2°, si legge nel contributo della Salvini, ma le loro attese vennero sostanzialmente disattese:
E’ opinione condivisa da molte storiche che il Concilio, con tutta la sua portata di innovazione e di apertura, rimase apparentemente lontano dalle donne.
  Vi vennero però pero ammesse ventitré uditrici, e non era mai accaduto. Esse tuttavia «con il velo in testa e il capo chino potevano stare solo ascoltare le parole degli uomini, ma non potevano intervenire a loro volta. Un’apertura, sì, ma solo a metà». Solo in un ampio intervento scritto del vescovo di Atlanta, Paul Hallinan, si auspicò  per le donne l’ordinazione al diaconato per annunciare al popolo la parola di Dio e impartire i sacramenti già riconosciuti ai diaconi. Si ritornò in argomento, con segnali di apertura, durante il sinodo dei vescovi del 1971, sul sacerdozio ministeriale e la giustizia, e durante il convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana del 1976. L’Azione Cattolica, nel 1976-77, all’esito di un approfondimento su La nuova condizione femminile,  si pronunciò per «la più sollecita attuazione di “ministeri” laicali, in cui troverebbero posto la donna, i coniugi, ecc.».  Tuttavia nel 1994, con la lettera apostolica L’ordinazione sacerdotale, Giovanni Paolo II volle dare una sentenza definitiva sulla questione in senso negativo.
  Il Concilio Vaticano 2° non aprì la via del sacerdozio femminile, ma aprì loro l’accesso agli studi teologici, prima con la possibilità di iscriversi alle facoltà teologiche, poi con quella di insegnarvi. Le nuove teologhe diedero vita a una cultura teologiche in grado di rispecchiare il punto di vista e una sensibilità femminili, del tutto inedite in quel campo. Ma anche il vissuto femminile iniziò a mutare.
 Fu riconosciuta come contraria al disegno di Dio qualsiasi discriminazione nei diritti fondamentali della persona, comprese quelle basate sul sesso (costituzione Gioia e speranza, 29).
 Si riconobbe anche che il mutuo amore dei coniugi avesse le sue giuste manifestazioni, con rivalutazione della sessualità, che venne riconosciuta degna  e onestai, contro l’antico scetticismo (stesso documento, n. 50).
 Il matrimonio fu letto attraverso la categoria dell’alleanza, non più del contratto.  Vi si volle vedere affermata la uguale dignità personale dei coniugi (stesso documento, n.49): il legame fra di loro «divenne così paritario e non più gerarchico, senza indicazioni pregiudiziali di ruolo e senza richiami alla sottomissione della donna», scrive la Salvini.
 Nonostante la moltiplicazione di studi e di inchieste sulla condizione femminile negli anni immediatamente successivi al Vaticano 2°,  il mondo cattolico si trovò in difficoltà ad elaborare un nuovo progetto in materia.  Si dovette attendere la seconda metà degli anni Settanta, si legge nel contributo della Salvini, per ritrovare un nuovo interesse sulle questioni femminili: «Il cambiamento che si stava verificando nelle donne e nelle ragazze degli anni Sessanta, destinato ad esplodere nei neo femminismi di matrice marxista, radicali e laici, non venne avvertito in tutta la sua portata dirompente e destabilizzante… [In questo] …clima denso di conflittualità degli anni Sessanta/Settanta si consumò l’allontanamento tra le donne e una Chiesa arroccata nelle sue posizioni maschiliste e rea di difendere tradizioni ormai superate e in netto contrasto con quanto stava accadendo nel mondo contemporaneo. Proprio le donne che erano state le più fedeli e costanti animatrici della vita religiosa, divennero ora le più lontane e critiche».
3.  A seguito della contestazione antiautoritaria del ’68, non si parlò più tanto di questione femminile, quindi di uno stato di svantaggio e di marginalità storica delle donne, come se si trattasse di una minoranza, quanto, scrive la Salvini, del rapporto uomo-donna, del dominio di un sesso sull’altro: «I neo-femminismi denunciarono  con forza l’ingiustizia millenaria subita dalle donne. Essa poteva riassumersi nel fatto che, da sempre, il sesso maschile venisse identificato con la storia e quello femminile con la natura, e perciò nel fatto che la donna, sulla base di questa divisione, fosse relegata “per sua natura” ad essere la custode della sessualità, della conservazione della specie e della famiglia […] E fu proprio la riflessione sui rapporti uomo-donna e sulla divisione dei ruoli che portò a un definitivo crollo del mito della famiglia come […] fonte di riparo, amore e protezione.  L’idea della famiglia come rifugio si rivelò essere una concezione unicamente maschile. In questa nuova consapevolezza stava la presa di coscienza delle donne».
 Le donne sono state esaltate immaginativamente e rese storicamente insignificati, sostenne Virginia Woolf.
 Le ragioni dello squilibrio di potere tra i sessi  vennero ricercate dunque, scrie la Salvini, nel privato «e nello specifico nel corpo, nella sessualità e nelle maternità. Non a caso i primi gruppi di autocoscienza si ritrovarono proprio nelle case.  […]era nella cancellazione della sessualità femminile, da sempre identificata con la procreazione, che si andava a rintracciare l’espropriazione più profonda  di esistenza che le donne che le donne avevano subito nel loro essere ridotte unicamente a corpo. Partire dal corpo, voleva dire andare alla radice di un dominio particolare: quello dell’uomo sulla donna. La prima libertà femminile dunque non era quella di acquisire diritti, ma quella di vedere riconosciuta la propria individualità e soprattutto   quella di riappropriarsi del proprio corpo […] Ecco il significato del separatismo: sottrarsi alla presenza fisica dell’uomo per riuscire a capire, paradossalmente, quanto lo sguardo maschile fosse presente dentro ogni donna. Tale processo, intimo e collettivo al tempo stesso, era possibile solo tra donne […] Non era pensabile innescare un processo di liberazione femminile senza prima “staccarsi” completamente dalla sfera di influenza maschile».
   Si deve attendere la metà degli anni Settanta, in particolare il ’75, proclamato dall’ONU come anno internazionale delle donne, per rilevare una traccia concreta di riflessione da parte cattolica sulla nuova condizione femminile e sui movimenti neo-femministi.
 Per il femminismo cattolico si doveva seguire la strada della collaborazione tra i sessi, che il femminismo laico riteneva impercorribile. Secondo le cattoliche il cambiamento femminile doveva avvenire attraverso logiche e dinamiche includenti gli uomini. Al centro c’era l’idea di responsabilità. Escludere l’uomo da questo processo significava, in questa prospettiva,  deresponsabilizzarlo.  L’aspetto critico di questa impostazione, supportata anche da pronunce pontificie, era però che si finiva per non poter pensare a una trasformazione sociale della donna  da sola, ma sempre e solo in funzione dell’uomo. E, durante il Convegno Evangelizzazione e promozione umana  del 1976, nei lavori dell’ottava commissione  La partecipazione della donna  alla evangelizzazione e alla promozione umana,  alle nuove culture del neo femminismo venne riconosciuta, scrive la Salvini «la capacità di aver creato nelle donne una coscienza che le ha portate a considerarsi come persone, rifiutando di essere valutate “in funzione” di qualcosa o di qualcuno».
4. Il 2 dicembre 1972, nella sede dell’Azione Cattolica milanese fu fondato il Gruppo per la promozione della donna, ideato da Maria Dutto, il primo ad affrontare temi come la parità, la differenza, la sessualità e la famiglia, che il mondo cattolico femminile continuava a rifiutare. Il gruppo poteva contare sull’appoggio dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Colombo. Dal ’75 la data dell’8 marzo, considerata laicissima, venne utilizzata come occasione di incontro e approfondimento anche in quel gruppo di donne cattoliche. La posizione del gruppo, scrive la Salvini, fu assolutamente femministe, «sebbene assai lontana dal ricorrere a quei termini più radicali e provocatori utilizzati dalle donne del movimento nei loro documenti. […] A fianco del recupero del senso autentico della sessualità, vi era poi una ricerca costante di giustizia: nei confronti di leggi e diritti disattesi e come impegno della società di trasformare le sue strutture più segreganti […] L’impegno delle donne ambrosiane si distingue per la capacità di saper tenere insieme le esigenze dettate dalla fede e dalla cristianità con quelle strettamente legate alla specificità femminile».
  Il metodo del gruppo era quello dei gruppi femministi di autocoscienza, partendo dal vissuto  personale da rendere argomento vivo di discussione pubblica. Si affrontavano le tematiche del lavoro, della fede, della famiglia, della politica, della violenza. Si avviò anche un confronto con le donne laiche, svolgendo un compito di mediazione tra due mondi apparentemente inconciliabili. A differenza degli altri gruppi femministi, caratterizzati da assenza di gerarchia e di struttura al loro interno, il GPD, scrive la Salvini, si diede un regolamento e individuò subito la Dutto come propria presidente. Il GPD scelse di non rompere con le istituzioni esistenti, ma di collaborare con esse. Il GPD, mentre i neo femminismi scoprivano il termine liberazione, e lo sostituivano all’ormai superato emancipazione, diedero un significato rivoluzionario al termine promozione.
 La Salvini in merito cita un documento del GDP del 1975:
La promozione della donna non è un fatto che riguarda solo la donna, ma l’uomo e la donna insieme: e questo  è un punto ormai assodato. L’essere uomo  e donna insieme presuppone un continuo scambio, un dialogo, una continua attenzione dell’uno verso l’altro, ma indifferenze, né antagonismi, questo soprattutto se pensiamo che insieme si concorre alla realizzazione del piano di salvezza che Dio vuole per le sue creature.
  Fu, conclude la Salvini, un’impresa audace e rivoluzionaria, anche perché tutta e solo femminile, di donne preparate culturalmente, dotate di fede solida e profonda e impegnate nel campo sociale e politico, di cercare un protagonismo fino a quel momento negato alle donne, anche nel mondo cattolico. Esso non significava rivendicare ruoli di potere, ma ricercare un’identità personale e collettiva e affermare la propria esistenza e differenza.
5.  Tra noi e i tempi dei quali ha scritto la Salvini c’è il trentennio dei regni Wojtyla-Ratzinger in cui tutti i processi evolutivi innescati dal Concilio Vaticano 2° vennero sospesi, alla ricerca di una sintesi definitiva, di un interpretazione autentica dei documenti usciti da quel grande convegno mondiale di capi religiosi che ne costituisse anche degli argini, per mettere in sicurezza un corpo sociale che sembrava progressivamente dividersi e differenziarsi nel mentre cambiava. Questo spirito riguardò anche il femminismo espresso dalle nostre persone di fede, in particolare nel punto in cui le sue attese erano state recepite, vale a dire nell’affermazione di una uguale dignità religiosa e sociale dei sessi.
  Si ricordano in particolare il pensiero del Wojtyla articolato in una serie di udienze generali tenute agli inizi del suo regno, dal ’79 all’84, la lettera apostolica La dignità della donna,  del 1988, e la Lettera alle donne, del 1995.
 Il senso di questo magistero, per ciò che ne ho capito, mi pare sia stato quello che Virginia Woof definì, come ricordato dalla Salvini, un immaginifico esaltare  e un rendere storicamente insignificante.
 Di fatto, attraverso la teologia del corpo, del Wojtyla si rispose negativamente all’istanza del femminismo di riappropriazione del corpo delle donne da parte delle donne. Nel corpo  della donna  si vide  espressa quella  natura  che per millenni si costruì teologicamente come la prigione  della donna.
  Fu proposto come modello religioso di femminilità la madre del Fondatore, tanto diverso, perché sovraccaricato di problemi teologici, da quello vissuto dalle donne nella loro vita quotidiana, ma anche nel loro difficile storia di sottomissione antropologica.  Si costruì la categoria del genio femminile  come espressione di una natura  creata  della donna che la porterebbe verso un servizio di amore, inteso essenzialmente come servizio di cura.  In quest’ottica la donna si realizzerebbe solo nell’essere vergine consacrata  o  sposa e madre.
  Certamente il Wojtyla cercò di staccare teologicamente  l’immagine divina da quella maschile, affermando che la “«paternità» in Dio è del tutto divina, libera dalla caratteristica corporale «maschile», che è propria della paternità umana[in La dignità della donna]. E motivò teologicamente l’insegnamento per cui “la donna non può diventare «oggetto» di «dominio» e di «possesso» maschile” [nello stesso documento], condannando anche la discriminazione sociale delle donne, come conseguenza del peccato  e turbamento di una “originaria relazione tra l'uomo e la donna che corrisponde alla dignità personale di ciascuno di essi”. Evidenziò come il Maestro non recepì la discriminazione delle donne del suo tempo.

“In tutto l'insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l'onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante.” [In La dignità della donna, n. 13].

E tuttavia Wojtyla non riuscì e non volle superare lo schema antico per il quale la donna era vista sempre  in funzione di qualcos'altro o di qualcun altro, sebbene situasse quest’ordine di idee in un’ottica religiosa  della carità e personalista. Così il modello concreto di ruolo delle donne nella comunità di fede rimase sostanzialmente quello di sempre delle “…sante martiri, di vergini, di madri di famiglia, che coraggiosamente hanno testimoniato la loro fede ed educando i propri figli nello spirito del Vangelo hanno trasmesso la fede e la tradizione della Chiesa”. Il magistero del Wojtyla fu molto duro nel respingere ogni ulteriore apertura, ad esempio verso le istanza delle religiose nord-americane.
 Da qui, sostanzialmente, si deve ripartire. Ma è un lavoro che spetta alle donne fare. La storia dimostra che  è vano attendersi una rivoluzione da parte di coloro che dovrebbero farne le spese.
  Le donne di fede devono chiedersi se le soddisfa la teologia del genio femminile e il posto che, in base ad essa, tra molte magniloquenti affermazioni di  dignità ma al dunque con le scarse conseguenze pratiche, è loro, come dire, riservato nelle nostre collettività di fede. Un ruolo che è sempre e in quasi tutto subordinato a quello dei maschi.  
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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