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venerdì 5 febbraio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

 Uno dei miei limiti, nel darvi consigli sulla vostra catechesi, è di essere vissuto, da bimbo, in società di bambini solo maschi. L’educazione negli anni Sessanta, a scuola e in parrocchia, era organizzata così. Ai tempi nostri è diverso ed è bene che sia così. Si comincia precocemente a capire il punto di vista femminile. E anche a stimare le femmine, così le apostrofavamo ai tempi della mia scuola elementare.
  Quando ci comportavamo veramente molto male, tanto che non riusciva contenerci nemmeno a forza di scappellotti in testa, il nostro maestro delle elementari ci mandava,  per punizione, in una vicina classe di  femmine, per di più con una  maestra, donna!, insomma in un mondo tutto di “femmine”. E  noi bambini consideravamo quella come una vera punizione. Così si ragionava, ancora, a quei tempi. Si puntava, ancora, alla costruzione di un’identità maschile non solo forte, ma addirittura  guerriera. In questo contesto essere assimilati  a una femmina veniva considerato disonorevole. Bene, devo adesso dirvi francamente una cosa: in parrocchia ho talvolta avvertito, in passato, una mentalità simile. Vi prego: non siate così!  Si dice che c’è il dato biblico. Con certe cose si ha persa familiarità, ma a volte le si tirano fuori superficialmente per un’assonanza approssimativa con i propri partiti presi.  I millenni non sono trascorsi invano. C’è, si dice, una pedagogia  nella storia, e comunque uno sviluppo, come in quello delle persone. Ad alcuni sembra invece che non possano esistere famiglie solide  senza l’umiliazione della donna che c'era ancora in un recente passato. E così iniziano a prepararla fin dai più piccoli, come si faceva ai miei tempi di bimbo. E’ una scelta sbagliata sotto molti profili. Ma soprattutto perché rende la fede inutile  ad affrontare la vita vera di oggi. Nelle società contemporanee occidentali le donne hanno ruoli sempre più di primo piano. Un esempio: la magistratura. Ancora negli anni Cinquanta si riteneva che fossero inadatte a fare i giudici per la loro instabilità emotiva, anche a causa del turbamento provocato dalle cicliche mestruazioni, e per una certa loro superficialità di pensiero. Furono ammesse a quella professione solo nel 1963, in un tempo in cui tante altre cose cominciarono a cambiare, e si è visto che tutto ciò che si era detto di loro in materia erano solo sciocchi pregiudizi. Le donne hanno funzionato benissimo come magistrate e, all’ultimo concorso, le vincitrici erano addirittura in maggioranza. Questa è la società in cui i bambini del catechismo dovranno vivere. Educandoli a vivere come tremila anni fa ne fareste dei disadattati, incapaci di interagire e quindi di operare nel mondo in cui sono immersi. E l’esperienza di fede non è fatta solo di pensiero  e  liturgia, ma anche di azione e, in particolare, di azione sociale. Riteniamo di essere mandati  nel mondo, vale a dire nella società del nostro tempo, per portare la luce della fede. Siamo strumenti. Ma che genere di strumenti  pensiamo di essere? A volte sembra che abbiamo sviluppato la spiritualità del lampione da strada, che, una volta che lo piazzi in un certo posto, se ne sta lì, piantato, come radicato, a  fare un circolo di luce ben delimitato, finché, ad un certo punto, la città che gli cresce intorno ha altre esigenze di illuminazione, secondo la sua crescita  urbanistica, e allora lui, piantato lì a fare appunto da palo, diventa  inutile  e  lo si rimuove.
  E quindi, facendo memoria della mia esperienza di bimbo maschio in una società di bimbi tutti  maschi, ricordo che la mia vita era fatta di azione, dico ai tempi delle elementari, quando frequentai il catechismo qui in parrocchia, proprio nelle stesse aule che voi utilizzate. Penso che sia così anche per i bimbi dei nostri tempi. I bambini sono essenzialmente gente d'azione. Se non li coinvolgete nell'azione  si annoiano. Più avanti alcuni di loro si appassioneranno anche al pensiero, ma da bimbi si è votati all'azione. Da che cosa lo capisco, ora che non ho più l’esperienza di quel mondo?
 Guardate, ad esempio, il successo che ha avuto tra i bambini l’ultimo Star Wars 7 - Il risveglio della forza,  con una storia tutta centrata sull'azione.  Nella festa di carnevale di domenica scorsa tra i bambini, ma anche tra le bambine, c’erano tante mascherine  ispirate a quel film.
 Io l’ho trovato noioso, essenzialmente perché è praticamente identico, nella struttura della storia, al primo della serie, che vidi con mio fratello negli anni Settanta quando già ero universitario. All’epoca, non ero più un bambino e non mi colpì l’azione, ma la possibilità di pensare tanti mondi diversi, un universo fatto di tanti mondi, imperi galattici, con la possibilità tecnologica di raggiungerli realmente. Ecco, ci stupì il grande realismo delle immagini, a confronto con i tanti altri precedenti film di fantascienza con le astronavi, che faceva apparire la realtà dei mille mondi  come possibile.
  I bambini a quel film si appassionano e ci giocano sopra. Quindi, riproducendo tra loro, in azione, certe situazioni   della sua storia, immedesimandosi nei suoi personaggi, cercano di trarne una lezione di vita. Cercano di vedere come funzionerebbe nella loro vita l’insegnamento di quel film. Quest’ultimo, tutto basato sull’azione è particolarmente adatto alla loro mentalità e alle loro esigenze di bambini. Per un bambino quel film è molto più di un passatempo di un’ora e mezzo, come è stato per me quando sono andato a vederlo,  è un vero catechismo sociale.
 I tempi sono cambiati, e lo si vede chiaramente nel film. La vera protagonista è una ragazza d’azione. Ecco che, quindi, anche le bambine vi si sentono coinvolte. Uno degli altri protagonisti è un ragazzo mascherato che entra in conflitto con quella ragazza. Indossa una maschera, ma ad un certo punto, in un fase drammatica della storia, se la toglie di fronte alla ragazza, rivelando il suo volto, che è quello di un giovane normale, non di un mostro come era sembrato prima: ma continua a comportarsi da mostro, da persona crudele, cerca di uccidere la ragazza. Crescendo, in genere, un ragazzo vive questa stessa esperienza. Gli pare di essere diventato un mostro capace solo di fare del male. Ed è molto doloroso per lui. E più soffre e più è tentato dalla violenza, di farsi largo a pugni, metaforici e reali. Anche le ragazze, a volte, vedono i coetanei così e sentono di doversi difendere. Questi due ragazzi vivono lontano dai genitori: la ragazza li aspetta, se ne sono andati tanto tempo prima lasciandola sola, il ragazzo li combatte. Anche questa è un’esperienza esistenziale comune nei giovani, l’abbandono, vero o solo vissuto emotivamente nella progressiva presa di distanza,  e il conflitto con i genitori.
Nelle storie raccontate in film che si vuole abbiano largo successo, e quindi fruttino molti soldi, nulla è lasciato al caso, alla spontaneità, all'estro, dell’autore. Sono studiate per raggiungere il cuore, l’emotività profonda, della gente.
Così nel film appaiono anche diversi anziani: il vecchio  Han Solo, la vecchia  principessa Leila, il vecchio  Luke Skywalker. Per attirare, interessandoli, anche gli anziani. Han Solo è il padre di quel ragazzo di cui dicevo, che nel film lo uccide. Ma la saga familiare ci verrà svelata meglio negli ulteriori film della serie. Il personaggio di Leila  è stato molto criticato dal pubblico: è invecchiata male,  si è detto. L’attrice che l’ha impersonato si è risentita, perché, in realtà non è con il personaggio che il pubblico se la prendeva, ma proprio con lei, perché la vecchiaia del personaggio era la sua reale vecchiaia. Nella nostra società non è facile per le donne invecchiare. Nel film si è cercato di fornire un’immagine positiva della vecchiaia femminile, in modo da coinvolgere le spettatrici che avevano la mia età quando videro il primo film della serie e ora hanno l’età del personaggio Leila, ma senza riuscirci. L’operazione è riuscita meglio con gli uomini, con la loro aria romanticona di vecchi affascinanti randagi.
  Mi pare che un catechista oggi, tra le tante competenze che gli si richiedono, debba avere anche quella di saper interagire con i bambini del catechismo in quella parte molto importante della loro vita che sono i giochi che fanno riproducendo le situazioni di film come Star Wars 7. Come ho detto:  sembrano  giochi, ma sono vita vera  per un bambino. E il catechismo  di Star Wars, in fondo, fotografa l’esistente, una società difficile, non pacificata, conflittuale, quali sono le società occidentali contemporanee. Un mondo veramente tanto diverso da quello immaginato e progettato nella fede.
 Ma con i bambini non possiamo parlare di certi temi come farebbe un critico cinematografico. Dobbiamo entrare  nei loro giochi. Vedete come fanno i sacerdoti della parrocchia che si stanno occupando dei bambini? Giocano con loro. I nostri preti hanno avuto una formazione a livello  universitario in queste cose e dobbiamo imparare da loro.  Sanno quello che fanno: fate come fanno loro.
  Guardate ad esempio un gioco che anch’io facevo da bimbo in cortile, sotto casa, con frotte di altri bambini, e che so appassionare anche i vostri bambini del catechismo: il nascondino. Superficialmente gli adulti a volte lo considerano poco. E invece è un tirocinio di vita. C’è questo uscire dalla tana, che è il problema fondamentale di un bambino delle elementari, come lo fu anche per me, e l’avventurarsi  trovando un posto in cui nascondersi nell’ambiente di fuori, che implica anzitutto imparare a conoscerlo e a difendersi dalle sue insidie. Ma c’è anche l'esperienza dell'andare fuori per cercare e fronteggiare tutti insieme una minaccia che si nasconde nel mondo, senza temerla. Ad un certo punto  tutti, l'inseguito (il ricercato) e gli inseguitori, scoperta la minaccia, che per l'inseguito sono gli inseguitori e per questi ultimi è l'inseguito, tornano correndo verso la tana (la casa),  vince chi arriva per primo, e saper velocemente tornare a casa è un altro dei problemi del bambino, anche se ai giorni nostri non è più come  ai tempi miei di bimbo, quando un bambino delle elementari era lasciato andare da casa fino in parrocchia e viceversa  da solo  e quindi poi doveva ricordarsi la strada di casa per tornare.  I bambini si appassionano a un gioco come questo perché rappresenta la loro vita con i suoi problemi. Lo giocano in parrocchia perché la vogliono conoscere, e anzitutto la vogliono scoprire. Dobbiamo aiutarli e favorirli in questo. Catechesi è anche questo! Bisogna spiegar loro, ad esempio, che nel complesso parrocchiale ci sono posti pericolosi, dove è meglio non andare senza un adulto che li conosce meglio. Ma bisogna insegnare loro a muoversi per tutti gli ambienti che non lo sono. Ad esempio a saper andare da soli dalla stanza del catechismo alla chiesa. Ma insegnate loro che è meglio non essere mai soli. In parrocchia e nella vita. Bisogna essere come minimo due. La visione che abbiamo del mondo intorno a noi è sempre limitata: ad esempio non ci possiamo guardare alle spalle. Vedere il mondo da più prospettive aiuta a conoscerlo meglio. Del resto l’andare due a due  è l’insegnamento del Maestro. Non è scritto forse “Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”  (Lc 10,1)? 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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