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lunedì 1 febbraio 2016

Le novità: alla ricerca di un difficile equilibrio

Le novità: alla ricerca di un difficile equilibrio

  Da quando, alla fine dell’Ottocento, i nostri capi religiosi decisero di fare realisticamente i conti con le novità  dei tempi, dopo aver cercato vanamente di contrastarle, siamo alla ricerca, in religione, di un difficile equilibrio. A quell’epoca la  novità di maggiore impatto era la democrazia di popolo, una nuova organizzazione sociale di massa  che però presupponeva la libertà di coscienza, una facoltà individuale, personale, che sembrava poter scardinare dalle fondamenta l’antico regime. E questo soprattutto quando i ragionamenti sul bene comune fecero emergere il  socialismo, che si proponeva di elevare  realmente le masse alla sovranità, mediante una più equa distribuzione delle risorse e dei poteri sociali, quest’ultima come via per arrivare alla prima. L’enciclica Le novità  del papa Pecci, regnante in religione come Leone 13°, diffusa nel 1891, aveva al centro quei due nuovi  problemi. Quel documento era impostato nel senso di presentare una verità  sui fatti sociali posseduta dalla gerarchia religiosa per virtù soprannaturale, raggiunta per via teologica, ragionando sulle tre fonti di conoscenza della teologia, vale a dire testi sacri, Tradizione e precedente magistero, e per così dire asseverata dall’autorità che in terra si riteneva che facesse le veci di quella superna e ne trasmettesse la viva voce. Il corso successivo di quella letteratura, che si espresse in un corpo vastissimo di documenti analoghi al primo, è visto da alcuni autori come un inseguire  le novità, piuttosto che come un governarle. E il compito apparve farsi sempre più arduo. Le novità  più difficili da affrontare avevano a che fare con la politica, ma l’ordine politico a cui i nostri capi religiosi facevano costante riferimento era molto distante da quello moderno. Vennero meno i loro punti di riferimento politici, i sovrani con cui si  erano federati da un millennio, scaturiti da gerarchie familiari di lungo corso, che richiamavano l’idea di un ordine  naturale di trasmissione del potere, di solito di padre in figlio (intorno all’anno Mille non si videro in fondo grossi problemi a che questo metodo fosse seguito anche per l’avvicendamento nel supremo ministero religioso romano). Sembrava impossibile tener dietro a tutte le novità  della politica contemporanea: i capi si succedevano troppo rapidamente e ogni accordo sembrava scritto sull’acqua. La situazione si aggravò a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, quando sembrò che ciò che travagliava la società intorno cominciasse a interessare anche l’organizzazione gerarchica religiosa, con movimenti religiosi di massa che si scontravano per influenzare la nomina e l’azione del sovrano supremo.  Non che in passato la successione in quel ministero non fosse mai stata in balia di poteri esterni  al clero, la storia dimostrava proprio il contrario, almeno fin da quando la nostra fede divenne ideologia politica nelle monarchie europee che egemonizzavano anche i popoli stanziati intorno al Mediterraneo, ma nel passato tutto aveva l’aspetto di conflitti dinastici, all’interno di dinastie sovrane e tra  dinastie sovrane, le masse  non vi erano interessate. E si arriva così alla situazione di oggi.
  La questione controversa delle unioni civili tra omosessuali,  la novità  del momento, per così dire, è utilizzata come campo di scontro politico  in religione e nella società. Evoca una soluzione semplice  basata su una legge  naturale. Il concetto di natura  è stato molto sviluppato dalla teologia, che è la fonte principale della cultura del clero, dal quale scaturiscono i nostri capi religiosi. Anche la legittimazione del potere religioso è stata costruita per via di  diritto naturale, concependo il corpo sociale come un organismo vivente, con le sue varie funzioni, con un  capo, mani e piedi, e via dicendo. L’immagine dell’ordine sociale a cui, in questa prospettiva ci si riferisce più spesso, è quella della famiglia, in cui troviamo un ordine gerarchico realizzato per via naturale, con un maschio che si suppone sia il capo, una femmina con ruoli prevalentemente materni, e una serie di altri individui, da loro scaturiti che ad essi sono sottomessi  per un fatto biologico. Questo sarebbe l’ordine sociale naturale  a cui, per volontà soprannaturale, occorrerebbe rifarsi nel disegnare l’organizzazione sociale. Lo troviamo espresso nell’attuale organizzazione gerarchica delle nostre collettività religiose: un numero piuttosto rilevante di padri, in posizione di comando; un numero ancora più numeroso di madri, confinate in ruoli di cura; e masse sconfinate di  figli sottomessi, docili, per via naturale, a volte addirittura trasformati in gregge,  più che in prole, per esprimere l’idea che essi abbiano il solo diritto di essere  guidati (questo fu l’insegnamento del supremo magistero ancora agli inizi del Novecento).
  Ma la natura  riserva molte sorprese. Si è scoperto che è molto diversa da come la teologia l’aveva immaginata dagli inizi dello scorso millennio. Ecco che, allora, tutte le tradizionali  prove dell’ordine soprannaturale che si volevano trarre dalla sua osservazione si sono sfaldate una ad una. E le sorprese più grosse sono venute proprio dall’osservazione della natura biologica  e  psichica  degli esseri umani, ma anche da una migliore e più realistica conoscenza dei fatti antropologici espressi dalle società umane dei tempi passati e di ogni parte del globo. Questa idea di una natura che attesta un certo ordine gerarchico  sociale, su piccola e grande scala, al quale si dovrebbe tornare per realizzare una vita buona, non trova conferma nelle osservazioni scientifiche. La natura appare, in questa prospettiva, solo una base su cui costruire l’umano e la responsabilità rimarrà sempre nostra, di noi umani. In sé appare piuttosto indifferente alla nostra idea di bontà, con tutti quegli esseri viventi  che si mangiano l’un l’altro in una lotta incessante per la sopravvivenza. Questa è la realtà sulla quale noi umani dobbiamo   costruire  la vita umana buona, distaccandoci dal nostro passato di antiche belve.
 Progressivamente alle tradizionali fonti di conoscenza della teologia se ne sono affiancate altre, che servono a dare un’immagine realistica del mondo da umanizzare  religiosamente: questo è avvenuto in maniera spettacolare nell’ultima enciclica dei nostri tempi, la Laudato si’  del Papa regnante. E’ la prima volta, nella lunga e complessa storia di quel filone di letteratura, ormai vastissimo, denominato  dottrina sociale che si tenta una cosa simile. E’ la prima volta che, in quella letteratura, non ci si limita a inseguire  le novità, ma si cerca anche di governarle. Manca ancora qualcosa però. Che cosa? Manca la politica. Una via per integrare politicamente  le masse in religione. E così si torna agli inizi, a fare i conti con la democrazia, il vero nodo irrisolto di sempre.
 Può esistere una via  sinodale  alla democrazia, in cui non ci si limita a scontrarsi ma si cerca di procedere sempre tutti insieme, provando  comunque a volersi bene? Questa è l’utopia religiosa dei nostri tempi. Può divenire realtà? Forse. Ma occorrerà un lungo tirocinio, una lunga educazione tra il popolo. Bisognerà forse tirar fuori altre  novità  per governare le novità  dei tempi. Qualcosa di molto più complesso, di molto più difficile dell’organizzare una domenica a Roma di mezzo milione di persone.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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