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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 22 febbraio 2018

Vivere il conflitto sociale in modo non distruttivo

Vivere il conflitto sociale in modo non distruttivo

  Il conflitto sociale non è eliminabile perché dipende da come siamo fatti. Esso consente l’evoluzione sociale e quindi il progresso, ma  può produrre anche regresso, un peggioramento delle condizioni di vita. Accade sempre quando diventa distruttivo. Ciò avviene quando viene a mancare una base di valori condivisi che metta le persone al riparo dell’arbitrio di quelli che di volta in volta riescono ad essere più forti. La religione può contribuire a crearla, ma si è dimostrata insufficiente da sola. La soluzione al problema è la democrazia, il sistema di limiti basato su valori ad ogni potere che tenda al dispotismo, a farsi assoluto e incontestabile.
  In democrazia si vive il conflitto sociale in modo non distruttivo: si salva la società consentendone però l’evoluzione. L’insufficiente assimilazione dei processi democratici ha creato in Italia i problemi di fronte ai quali ancora ci troviamo in religione. Di fronte al conflitto, manifestatosi nel periodo successivo al Concilio Vaticano 2°, tra reazionari e riformatori, si è scelta la via del congelamento dei contrasti, del rifiuto di un dialogo aperto che consentisse il franco confronto, e quindi la coesistenza, delle varie posizioni. La scelta fu imposta dal papa Giovanni Paolo 2°, profondamente diffidente verso il pluralismo religioso che trovò in Europa occidentale all’inizio del suo regno. Riuscì ad affermare su base carismatica una sua autorità di tipo paternalistico, un  papismo  di tipo nuovo, e noi tutti che vivemmo insieme a lui quella stagione ne fummo affascinati e la seguimmo. Il conflitto fu sopito, ma rimase latente. La mancanza di vero dialogo portò i gruppi a trincerarsi. Come accadde nei conflitti etnici nei Balcani, ciascuno fu spinto a migrare verso i suoi simili. Anche le parrocchie soffrirono questo sviluppo, venendo spesso connotate dai gruppi o dal gruppo prevalente. Naturalmente tesero ad affermarsi i gruppi e le spiritualità più apprezzati dal Papa. Alcune parrocchie furono affidate ai movimenti emergenti come prima lo erano state agli ordini religiosi, e si presentarono gli stessi problemi causati da questi ultimi in quell’ambito. Tuttavia, in un certo senso, la situazione talvolta si presentò anche peggiore, per il fondamentalismo di certi metodi. Per circa trent’anni la nostra parrocchia visse una situazione estrema di questo tipo. Non si sarebbe potuta produrre senza l’assenso dell’autorità religiosa, che ne è quindi corresponsabile. Il risultato fu la separazione dell’organizzazione parrocchiale dal quartiere. Ma la parrocchia non è solo organizzazione: è la gente di fede che vive vicina. Quindi, più precisamente bisogna parlare di separazione dell’organizzazione della parrocchia, fatta da chi era rimasto dentro, dalla parrocchia, fatta da chi era rimasto fuori. La gente della parrocchia, in senso sociale, la  gente di fede del quartiere, venne sostituita da gente di fuori e si disse che la parrocchia era di chi ci andava e che quindi andava bene così. La formazione alla fede venne impostata in modo che, ad un certo punto, bisognava decidere se rimanere dentro  o migrare, e molti migrarono nelle parrocchie vicine. Alla fine fu evidente che la gente del quartiere non ci mandava più nemmeno i bimbi per il primo catechismo. Fu a quel  punto che dalla Diocesi si decide di cambiare, con l’occasione dell’avvicendamento per limiti d’età tra parroci. Ho sintetizzato trent’anni di storia senza fare nomi perché so che i fedeli che hanno seguito la spiritualità a lungo favorita in parrocchia hanno molti e accaniti nemici e non voglio mettere parrocchiani, che nonostante le differenze considero comunque amici, nelle loro mani. Ci si odia molto in religione e odia di più chi è fuoriuscito da un gruppo in cui ha creduto. In genere si odia quando si prescinde dalle persone e ci si concentra su questioni di parole, sui costumi, sull’esteriorità, i quadri che si affiggono alle pareti, come si costruiscono e arredano le chiese, come si canta, certe particolarità liturgiche e, infine, su una specie di teologhese, un gergo di aspetto teologico che della vera e grande teologia è solo una brutta copia. Io sono ben consapevole che le persone in parrocchia dalle quali mi divide una certa spiritualità sono comunque persone buone e non voglio fare a meno di loro, né far loro del male, farle soffrire. La nostra dovrebbe essere una religione che salva: se induce solo ad odiare, non serve nulla, e allora avrebbero  ragione i suoi critici sulla base di una lunga esperienza storica negativa. Si tratta, allora, di costruire un’altra storia.
  Prendere atto del conflitto, farlo emergere, è il primo passo per superarlo, ma non basta. Bisogna anche volere la pace. Per fare pace occorre smobilitare l’ideologia e incontrarsi tra persone cercando di conoscersi meglio. L’ideologia serve ad avere una visione sommaria della società, non potendola conoscere nei dettagli per i nostri limiti cognitivi: come persone siamo infatti confinati in gruppi piccoli, ma dobbiamo governare una grande complessità sociale, una società che, ai diversi livelli in cui si manifesta, è fatta di gruppi via via più grandi, con relazioni che ormai, a livello globale, coinvolgono circa otto miliardi di esseri umani. Da qui l’utilità di visioni sommarie, riassuntive. Ma per fare pace occorre potersi sedere intorno ad un tavolo, guardandosi faccia a faccia,  in quella che religiosamente immaginiamo come  agàpe, il convito amichevole in cui ce n’è per tutti e nessuno rimane escluso. Conoscendosi da vicino si finisce in genere per apprezzarsi, se si riescono a superare pregiudizi e partiti presi. Si cerca di evitare di fare quello che dà fastidio agli altri, ma anche di tollerare un certo fastidio che gli altri possono dare. Questa è la vera base di ogni convivenza sociale, quando si capisce che stare insieme è comunque meglio che separarsi o addirittura combattersi. Non è scontato che questo progresso accada: le cose possono anche finire male, è l’esperienza che lo insegna. In religione si possono trovare le risorse morali perché vadano bene: «Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: ‘Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri’ (Gv 13,35)», ha scritto papa Francesco nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium. Naturalmente c’è chi in religione ha trovato anche argomenti per odiare. Accade, ad esempio, nella Polonia di oggi. Il modello  polacco,  quello ci venne proposto tanto a lungo, non ha funzionato proprio dove originò. Ma il problema non è nella teologia, bensì nelle persone. Quando si è decide di odiarsi si cerca in religione ciò che serve e lo si trova. Così come quando si decide di fare pace. Non è la teologia a convincere: essa serve solo a fare ordine nei pensieri quando si è già persuasi. La fede, si dice, precede, e nella mia esperienza è così,
  Nel nostro complesso parrocchiale, fatto della chiesa e degli edifici intorno, abitano due società: la parrocchia e una confraternita religiosa organizzata su base famigliare, sull’esempio delle  antiche tribù israelitiche. Queste due realtà si conoscono poco, e, conoscendosi poco, diffidano l’una dell’altra. Fanno vita separata, con costumi e liturgie diversi. La pace tra loro è come quella tra le due Coree: si basa su un armistizio, su una precaria sospensione delle ostilità. Come nelle riunioni di condominio, si cerca di prevalere nelle decisioni comuni. Si vorrebbe migliorare la convivenza, cercando innanzi tutto di conoscersi meglio e, così facendo, di apprezzarsi a vicenda, imparando dal bene che gli altri fanno.
  Le ragioni di conflitto non sono superficiali, hanno un fondamento propriamente teologico. C’è in questione una visione della società e del suo destino. Si sa che il male c’è, ma tra questa consapevolezza e il ritenere che la società non sia emendabile se non sostituendola integralmente o ritirandosene c’è una grande differenza. Se uno pensa che tutto è peccato al di fuori del suo gruppo, lo penserà anche di coloro che sono meglio integrati nella società e quindi vi vedono anche del bene. In questa prospettiva uno come me, che vuole imparare dai cattolici democratici, può essere visto come un eretico. Il primo passo per fare pace potrebbe essere questo: negarsi il potere di scomunica fai-da-te, l’arbitrio dell’esclusione. Nessuno deve essere messo nella condizione di scegliere tra il sottomettersi ad una via che proprio non può accettare o di prendere la prendere la porta in uscita. E non sarebbe male seguire la via proposta da Sant’Ignazio di Lojola: parlare innanzi tutto del bene che c’è negli altri. Nessuna vita è totalmente malvagia, questa è l’esperienza che in genere si fa conoscendo gli altri, ma questo è vero particolarmente in religione, dove ci si trova tra persone che sinceramente cercano di essere buone.  Proviamo a seguire l’esortazione del Papa: prendersi cura gli uni degli altri, incoraggiarsi mutuamente,  accompagnarsi amichevolmente.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

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