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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 1 febbraio 2018

Fede, società, azione sociale, desacralizzazione e secolarizzazione

Fede, società, azione sociale, desacralizzazione e secolarizzazione

1, La fede nel soprannaturale non origina dalla società, è un fatto psichico profondo della persona. Dalla società origina la religione, che dà alla fede una sua liturgia, vale a dire le parole e le azioni. La fede può essere strumentalizzata dalla società mediante la religione. Allora viene utilizzata per rendere stabile il governo della società, sacralizzandolo,  vale a dire collegandolo al soprannaturale. Dagli anni Sessanta in Italia è in atto un processo di desacralizzazione  della politica. Si è reso possibile, e anzi necessario, per l’importante ruolo che i cattolici hanno avuto nella costruzione della democrazia italiana. Attraverso l’Azione cattolica hanno organizzato le masse che hanno sostenuto i processi democratici, secondo la linea di Alcide De Gasperi. Le masse erano la dote che il Papato portò nel patto con i democristiani di De Gasperi, cattolico-democratici tacciati di eresia modernista all’inizio del Novecento. I democristiani garantirono al Papato l’oblio sul precedente patto con il fascismo mussoliniano, che era stato determinante per l’affermazione politica e sociale di quest’ultimo. Gli accordi con il Mussolini finirono in Costituzione, con i privilegi che garantivano e la Città del Vaticano. Ma il Papato ha legittimazione sacrale: da qui la sacralizzazione dell’accordo politico con i democristiani. Questi ultimi furono determinanti nel confermare la collocazione dell’Italia nell’Occidente capitalistico dominato dagli Stati Uniti d’America concordata nella conferenza di Jalta, in Crimea, nel febbraio del 1945 tra le maggiori potenze alleate contro i nazifascisti nella Seconda guerra Mondiale, Regno Unito, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica. Ne derivò, in Italia, una sorta di  sacralizzazione del sistema capitalistico Occidentale. Da questa situazione si cercò di uscire dopo il Concilio Vaticano 2°, che confermò un recente magistero fortemente critico di quell’ordine. La scelta religiosa  dell’Azione Cattolica, fatta dal 1964 sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, consistette sostanzialmente in questo. Si cercò di inculturare la democrazia tra i cattolici, desacralizzandola e liberando l’adesione ad essa dall’obbligo di sostegno sacrale al sistema capitalistico occidentale. Non si trattò di un distacco dall’azione politica in favore di quella catechistica: infatti nel nuovo statuto l’Azione Cattolica venne definita  palestra di democrazia.  La desacralizzazione consiste sostanzialmente in una critica della legittimazione dei poteri esistenti, in particolare di quelli politici. In Italia, per la presenza del Papato, essa riguardò anche il potere religioso e quindi l’assetto delle comunità religiose. Fin dagli inizi, addirittura a fine Settecento, il cattolicesimo democratico ebbe una componente anche di riforma religiosa, che in Italia si fece molto forte a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. E’ in quest’epoca che, nel progettare le comunità, si cominciò a pensare più alle società dei fedeli che all’azione della gerarchia religiosa. Questa idea fu riconosciuta precocemente, a cavallo tra Ottocento e Novecento dai teologi della corte pontificia: da qui la sostanziale scomunica del cattolicesimo democratico. La situazione, in Italia, iniziò a mutare dal 1940, quando il Papato ebbe necessità dei cattolico-democratici per sganciarsi dal patto con il fascismo mussoliniano.
2. La desacralizzazione, che è critica del potere, non va confusa con la secolarizzazione, che è la sfiducia nel soprannaturale. La modernità, con l’idea che sia possibile una spiegazione razionale del mondo, ha comportato una certa secolarizzazione. Anche la critica dei poteri religiosi la implica, quando se ne mette in luce il loro carattere storico e quindi contingente, non eterno e soprannaturale, quindi  riformabile. Nel cristianesimo la riforma religiosa, nella sua desacralizzazione dei poteri religiosi, ha sviluppato effettivamente, dal Cinquecento, una secolarizzazione, che però non ha mai compromesso l’intera religione. La fiducia nel soprannaturale è rimasta, sopravvivendo alla liberazione dalla sottomissione sacrale ai poteri religiosi. I processi di secolarizzazione sono stati particolarmente intensi in Europa, perché nel continente era stata più forte, e molto antica, la sacralizzazione dei poteri pubblici. I sociologi osservano che la secolarizzazione è in recesso in tutto il mondo, salvo che in Europa. La ragione è che qui la desacralizzazione, spiegata e intesa  giuridicamente come laicità dei poteri pubblici e posta alla base delle democrazie avanzate europee, delle loro costituzioni, ma anche della pacificazione europea, ha comportato livelli di secolarizzazione più elevati, per la dura resistenza opposta dai poteri religiosi, in particolare dal Papato romano. Quest’ultimo non ha mai rinunciato alla legittimazione sacrale del suo potere nella società, in senso propriamente politico. La rivendicazione di essa fu alla base della dura contrapposizione con la politica democratica del Regno d’Italia dalla sua fondazione nel 1861. Sono state fondamentalmente centrate sulla contestazione della desacralizzazione in religione le ultime due persecuzioni religiose attuate dal Papato romano, agli inizi del Novecento contro il modernismo e negli ultimi trent’anni contro la teologia della liberazione. Entrambe quelle correnti di pensiero ebbero valenza politica, la seconda più esplicita.
  La rivendicazione sociale della legittimazione sacrale del Papato, come potere religioso, quello delle chiavi, si esprime con forme di  papismo  più  o meno intense, indotto nei fedeli. Una ripresa del papismo si ebbe durante il lungo pontificato di Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, dal 1978 al 2005. Da questo regno religioso l’Italia è uscita molto più clericale che, ad esempio, negli anni ’70. Ne è prova l’ampio spazio dedicato dai mezzi di comunicazione di massa alle pronunce papali, anche sui giornali un tempo più laici, intesi come più coinvolti nella desacralizzazione e anche nella secolarizzazione. Questo ha consentito alla Chiesa italiana di mantenere la propria forza politica anche dopo la disgregazione del partito cristiano, la Democrazia Cristiana. Si è visto in modo spettacolare dall’autunno 2011, quando una prolusione, vale a dire il discorso introduttivo, del cardinale Angelo Bagnasco in occasione del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italia tenutosi dal 26 al 19 settembre 2011 fu uno degli elementi decisivi per la delegittimazione e  caduta del governo italiano di allora, prova questa che la Chiesa era sostanzialmente parte dell’accordo politico di governo. Bagnasco tracciò sostanzialmente un programma per il passaggio di fase politico.
 Iniziò parlando del senso di insicurezza diffuso nel corpo sociale, rafforzato da un attonito sbigottimento a livello culturale e morale (e in quest’ultimo accenno  i più colsero un esplicito riferimento ad un importante politico di centro-destra del momento) e dicendo che la crisi economica e sociale, che iniziò a mordere tre anni or sono, era in realtà più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire, pesanti conseguenze sulla vita della gente e gli effetti interiori di questa crisi che, a tratti, sembra produrre un oscuramento della speranza collettiva. Criticò l’individualismo esasperato e possessivo. «Prendo quello che voglio, perché posso». Era necessario, disse, condurre con onestà la disanima meno ipocrita. Quanti, a quel temo, nel mondo che contava, volteggiavano come avvoltoi sulle esistenze dei più deboli per cavarne vantaggi ancora maggiori che in altre stagioni? Questo «individualismo esasperato e possessivo» non era forse alla radice di tanti comportamenti rapaci in chi può, o ritiene di potere, a prescindere da ciò che è legittimo, giusto, onesto?  Crescere senza ideali e senza limiti, in balia di un falso concetto di libertà, significa ritrovarsi insicuri, impacciati nel giudicare secondo razionalità, affidati a mere emozioni.
 Più volte e da varie parti la popolazione del Nord del mondo era stata avvertita e sensibilizzata sul fatto che l’Occidente viveva al di sopra delle proprie possibilità. Ed era ragionevole pensare che la crisi esplosa tra il 2008 e il 2009 inducesse non solo a tamponare le falle che si erano infine aperte, ma a introdurre elementi virtuosi per raddrizzare progressivamente il sistema dell’economia mondiale. Ma così non era stato. E quando infine si sperava di cominciare a vedere la luce, la crisi aveva dato segnali di inequivocabile persistenza e per alcuni aspetti di pericolosa recrudescenza. La globalizzazione restava non governata, e sempre più tendeva ad agire dispoticamente prescindendo dalla politica. La finanza era tornata a praticare con frenesia dei contratti di credito che spesso consentivano una speculazione senza limiti. E fenomeni di speculazione dannosa si verificavano anche con riferimento alle derrate alimentari, all’acqua, alla terra, finendo con impoverire ancor di più quelli che già vivono in situazione di grave precarietà.  L’Italia,  disse,  non si era mai trovata tanto chiaramente dinanzi alla verità della propria situazione. A questo punto colpì duro, pronunciando parole che risultarono decisive per la crisi politica che immediatamente si aprì:
«Conosciamo le preoccupazioni che pulsano nel corpo vivo del Paese, e non ci sfugge certo quel che, a più riprese, si è tentato di fare e ancora si sta facendo per fronteggiarle. L’impressione tuttavia è che, stando a quel che s’è visto, non sia purtroppo ancora sufficiente. Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità. Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui. Non è la prima volta che ci occorre di annotarlo: chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole «della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda» (Prolusione al Consiglio Permanente del 21-24 settembre 2009 e del 24-27 gennaio 2011). Si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica. Da più parti, nelle ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti. Forse che davvero è mancata in questi anni la voce responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale? Annotava giorni fa il professor Franco Casavola, Presidente emerito della Corte Costituzionale: ‘L’unica voce che denuncia i guasti della società della politica è quella della Chiesa cattolica’ (Corriere della sera, 20 settembre 2011). Lo citiamo non per vantare titoli, ma per invitare tutti a non cercare alibi.»
  Va ricordato che su diversi giornali all’epoca era stata invocata espressamente una  pronuncia della Conferenza Episcopale Italiana su stili di vita piuttosto liberi della politica di allora.
  Si legge ancora nel documento:
«8. […]Tornando allo scenario generale, è l’esibizione talora a colpire. Come colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo su questi versanti, quando altri restano disattesi e indisturbati. E colpisce la dovizia delle cronache a ciò dedicate. Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed è motore di mercato. Da una situazione abnorme se ne generano altre, e l’equilibrio generale ne risente in maniera progressiva. È nota la difficoltà a innescare la marcia di uno sviluppo che riduca la mancanza di lavoro, ed è noto il peso che i provvedimenti economici hanno caricato sulle famiglie; non si può, rispetto a queste dinamiche, assecondare scelte dissipatorie e banalizzanti. La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto.
Solo comportamenti congrui ed esemplari, infatti, commisurati alla durezza della situazione, hanno titolo per convincere a desistere dal pericoloso gioco dei veti e degli egoismi incrociati.
9.      La questione morale, complessivamente intesa, non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sé un appello urgente. Non è una debolezza esclusiva di una parte soltanto e non riguarda semplicemente i singoli, ma gruppi, strutture, ordinamenti, a proposito dei quali è necessario che ciascuna istituzione rispetti rigorosamente i propri ambiti di competenza e di azione, anche nell’esercizio del reciproco controllo. Nessuno può negare la generosa dedizione e la limpida rettitudine di molti che operano nella gestione della cosa pubblica, come pure dell’economia, della finanza e dell’impresa: a costoro vanno rinnovati stima e convinto incoraggiamento. Si noti tuttavia che la questione morale, quando intacca la politica, ha innegabili incidenze culturali ed educative. Contribuisce, di fatto, a propagare la cultura di un’esistenza facile e gaudente, quando questa dovrebbe lasciare il passo alla cultura della serietà e del sacrificio, fondamentale per imparare a prendere responsabilmente la vita. Ecco perché si tratta non solo di fare in maniera diversa, ma di pensare diversamente: c’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non restino avvelenate. Chi rientra oggi nella classe dirigente del Paese deve sapere che ha doveri specifici di trasparenza ed economicità: se non altro, per rispettare i cittadini e non umiliare i poveri. Specie in situazioni come quella attuale, ci è d’obbligo richiamare il principio prevalente dell’equità che va assunto con rigore e applicato senza sconti, rendendo meno insopportabili gli aggiustamenti più austeri. È sull’impegno a combattere la corruzione, piovra inesausta dai tentacoli mobilissimi, che la politica oggi è chiamata a severo esame. L’improprio sfruttamento della funzione pubblica è grave per le scelte a cascata che esso determina e per i legami che possono pesare anche a distanza di tempo. Non si capisce quale legittimazione possano avere in un consorzio democratico i comitati di affari che, non previsti dall’ordinamento, si auto-impongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica con remunerazioni – in genere – tutt’altro che popolari. E pur tuttavia il loro maggior costo sta nella capziosità dei condizionamenti, nell’intermediazione appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni. Al punto in cui siamo, è essenziale drenare tutte le risorse disponibili – intellettuali, economiche e di tempo – convogliandole verso l’utilità comune. Solo per questa via si può salvare dal discredito generalizzato il sistema della rappresentanza, il quale deve dotarsi di anticorpi adeguati, cominciando a riconoscere ai cittadini la titolarità loro dovuta.
 Parlò quindi, Bagnasco, della presenza dei cattolici nella società civile e nella politica, dicendosi convinto che, anche quando non risultavano sugli spalti, essi erano sempre  per lo più là dove vita e vocazione li portano. Gli anni da cui di proveniva,  disse, potrebbero aver indotto talora a tentazioni e smarrimenti, ma avevano indubbiamente spinto i cattolici, alla scuola dei Papi, a maturare una più avvertita coscienza di sé e del proprio compito nel mondo. Un nucleo più ristretto ma sempre significativo di credenti, sollecitati dagli eventi e sensibilizzati nelle comunità cristiane, aveva colto la rinnovata perentorietà di rendere politicamente più operante la propria fede. Sono così nati percorsi diversi, a livelli molteplici, per quanti intendono concorrere alla vitalità e alla modernità della polis, percorsi che hanno dato talora un senso anche di dispersione e scarsa incidenza. Qui fece riferimento a un movimento politico che all’epoca stava prendendo forma tra varie componenti dell’associazionismo cattolico. Parlò di  incubazione politica  che stava determinando una  situazione nuova. Citò il sociologo Giuseppe De Rita, il quale alcune settimane prima aveva annotato: «Chi fa politica non si rende conto che milioni di fedeli vivono una vicinanza religiosa che si fa sempre più attenta ai “fatti della vita politica”, con comuni opinioni socio-politiche, e con ambizioni di vita comunitaria di buona qualità» (Corriere della sera, 6 agosto 2011). Fece riferimento a una partecipazione che si sarebbe fatto fatica a non registrare, e una nuova consapevolezza che la fede cristiana non danneggiava in alcun modo la vita sociale. Anzi! A dar coscienza ai cattolici oggi non era anzitutto un’appartenenza esterna,  osservò,  ma i valori dell’umanizzazione: chi è l’uomo, qual è la sua struttura costitutiva, il suo radicamento religioso, la via aurea dell’autentica giustizia e della pace, del bene comune… che si stava imparando a riconoscere e a proporre con crescente coraggio, e che in realtà finiscono per far sentire i cattolici più uniti di quanto taluno non vorrebbe credere. Nel contempo, sempre di più richiamavano anche l’interesse di chi esplicitamente cattolico non si sente. A un tempo, c’è un patrimonio di cultura fatto di rappresentanza sociale e di processi di maturazione comunitaria.   C’era, disse, un giacimento valoriale ed esistenziale che rappresenta la bussola interiormente adottata dai cattolici, e da esso si sprigionavano ormai ordinariamente esperienze che erano un vivaio di sensibilità, dedizione, intelligenza che sempre più si metterà a disposizione della comunità e del Paese. Sembrava rapidamente stagliarsi all’orizzonte,  concluse sul tema,  la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che – coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita – sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni.
  Il Governo all’epoca in carica rassegnò le dimissioni il 16 novembre 2011.
3. In Italia, la scelta religiosa  attuata nel laicato italiano dagli anni Sessanta ha liberato la religione dal dovere di sacralizzare  il capitalismo, e in particolare la sua versione neoliberista, all’origine della grave crisi prima finanziaria e poi economica prodottasi dal 2008 a partire dagli Stati Uniti d’America. Parole come quelle di Bagnasco sarebbero apparse sovversive alla politica degli anni Sessanta. E, riferendosi ai fatti dell’autunno del 2011, c’è ora chi parla di  colpo di stato, sentendosi tradito. Ma quella scelta  ha liberato il laicato anche dall’obbligo di fare acriticamente blocco,  in particolare con i conservatori sociali.
  Adriano Ossicini, anziano politico della sinistra sociale cristiana, concesse nel 1980 una intervista pubblicata con il titolo  Cristiani non democristiani: all’epoca suonava ancora un po’ strano. Oggi non più. La libertà nelle opzioni politiche dei cattolici è stata una conquista faticosa, anche se forse  chi ha meno di cinquant’anni non se ne rende bene conto.
 Non si è trattato, tuttavia, di un ritiro dalla politica. Si è reso necessario un impegno politico più consapevole, informato, competente a patire da quei nuclei più ristretti ma sempre significativi di credenti, sollecitati dagli eventi e sensibilizzati nelle comunità cristiane, che sanno e vogliono cogliere a rinnovata perentorietà di rendere politicamente più operante la propria fede, di cui parlò Bagnasco nel 2011.  Questo  è stato, in particolare, il senso dell’esperienza dell’Azione Cattolica dagli anni Quaranta e più intensamente dagli anni Sessanta del secolo scorso. La sua scelta religiosa non fu una trasformazione in istituzione  catechistica,  ma una svolta nel senso di un impegno più marcato nella formazione politica, dopo il processo di desacralizzazione del blocco  moderato democristiano.
 In quest’ottica, il senso comunitario  dell’esperienza di Azione Cattolica significa innanzi tutto  fare tirocinio  di costruzioni sociali, sperimentare  la società nelle relazioni quotidiane, a partire dai più piccoli e dagli ambienti scolastici, la prima forma di socializzazione delle persone. Non si tratta di  sostenere la fede  con la società, ma di  cambiare   in meglio  la società, anche quella religiosa,  in base all’ispirazione della fede. Si illude chi pensa che sia la società che crea  la fede. La società, fatto umano e quindi contingente, tende sempre a deludere: è una legge della vita. Va sempre rivitalizzata e in questo soccorre la fede. Quest’ultima ha un aspetto sociale nella religione: anche quest’ultima però, come fatto sociale, tende a deludere. La riforma è quindi sempre necessaria, a partire da una sincera e veritiera autocritica. E’ il processo di conversione. La fede religiosa sopravvive anche in ambienti sociali ostili: è esperienza storica. Però essa, a volte, non sopravvive alla religione. La riforma diventa necessaria quando la religione danneggia la fede. Ogni autentico processo di riforma sociale è sorretto da una fede: la razionalità non basta. La razionalità, da sola, porta ad accomodamenti, al compromesso. La fede è fiducia in un assoluto, in un principio sottratto alla legge dell’esperienza, secondo la quale, ad esempio, pesce grosso mangia pesce piccolo e va bene così. La grande scoperta del valore sociale della persona umana, che in religione si fece a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, è principio di riforma sociale e religiosa e si fonda su un assoluto del genere.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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