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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 24 febbraio 2018

Negare il conflitto non è la soluzione

Negare il conflitto non è la soluzione

  Nella pratica ecclesiale si è portati a negare i conflitti, perché ritenuti sconvenienti. In questo modo ne diviene impossibile la soluzione. In una parrocchia si finisce così per essere nelle mani del parroco, che diviene l’unico artefice del precario equilibrio tra i gruppi. Può andare bene, può andare male. Se va male ci si trasferisce, si migra altrove. Questo appunto è accaduto nella nostra parrocchia in anni passati, dai quali però ci stiamo velocemente distanziando.
  Non è possibile risolvere i conflitti lasciando tutto com’è. E’ infatti proprio questo che li ha generati.
  Il problema di solito è il poco rispetto per le persone. Si tende ad andare per le spicce, a tagliare corto. Certo, a lasciar  fare si può arrivare a punti morti, perché in religione c’è molta immaginazione, e quando le si lascia campo libero crea problemi. Ciascuno immagina la sua, come si fa a creare unità? Ci si schiera per questo o per quello, come si legge che accadeva anche ai tempi apostolici. Emergono i più disinvolti e appena conquistano spazi di potere diventa difficile contenerli. Il potere corrompe a tutti i livelli, se non si è imparata una severa disciplina morale.
  Che cosa si cerca in religione? Ognuno ha le sue esigenze. Consolazione, esaltazione, amicizia, arricchimento culturale, una guida morale nella vita, addirittura la guarigione spirituale o fisica, il miracolo. E fin qui sono cose destinate a sé stessi.  Se si punta solo a quello, in genere si rimane delusi. La religione ci  è indispensabile perché siamo esseri finiti, di breve durata, ma per tirare avanti come società abbiamo necessità di ragionare come se non lo fossimo. Per via religiosa ci affranchiamo dalla brutale legge di natura, secondo la quale prevale il forte, finché rimane tale. Ci siamo elevati dal mondo animale a quello spirituale. L’anima è ciò che ci distingue. I teologi ne hanno un’idea, che si è evoluta. Ma ognuno può capire sperimentalmente che cos’è. E’ ciò che manca al cadavere rispetto all’essere vivente che era. Ci pervade, ma pervade anche l’ambiente intorno a noi. Entrando nella stanza di uno che è morto la si percepisce diversa. Se non diamo spazio all’anima, soffriamo, soffre la nostra anima prima che il corpo. La religione è questo. Trasforma la società intorno nel lavoro che fa, in modo da fare spazio all’anima. Non ogni società le è adatta. E’ per questo in religione si cerca di trasformare ciò che non va.
  La religione è un lavoro collettivo, altrimenti non funziona bene. Ecco perché si deve cercare di andare d’accordo. Storicamente  è stato molto difficile. E’ dipeso dalla politica, naturalmente, ma anche dalla gente, dalle loro anime. Se ci si riesce a convincere che è la misericordia la via giusta, si incontrano meno difficoltà. L’apporto della nostra fede nel panorama delle antiche religioni fu sostanzialmente questo, e lo è ancora. Gli antichi erano molto religiosi, anche se noi, presuntuosamente, diamo loro dei pagani.  Ma i loro dèi in genere non erano misericordiosi, li tiranneggiavano, richiedevano gravi sacrifici per accordare il loro favore, a volte crudeli, omicidi.
 Misericordia  è uno dei significati che si può dare al termine del greco antico agàpe, il lieto convito in cui ce n’è per tutti e nessuno è escluso. La nostra fede non è questione di parole, ce ne rimproverava Paolo di Tarso quando la si riduceva a questo, ma innanzi tutto agàpe. Così, per cominciare a conoscersi e a fare pace, non c’è nulla di meglio, per cominciare, che ritrovarsi in una vera festa. Quest’ultima dovrebbe avere  una sua liturgia, per fare in modo che ognuno vi si senta accolto. Se fate memoria delle feste che si sono fatte da noi, non sempre è accaduto. Se ne occupa anche il galateo. Ci dovrebbe essere un maestro di cerimonia, che fa il lavoro di un direttore del coro, facendo in modo che nessuno rimanga isolato.
  Ma come fare quando si ragiona sui grandi numeri, nella dimensione delle centinaia, non più delle decine?  Non è sbagliato, allora, organizzare incontri per gruppi più piccoli. Purché non diventino sedi per iniziati, ad accesso limitato. Ora che siamo in tanti di più, capiamo che non sarebbe stato sbagliato, negli anni ’90, pensare a una chiesa parrocchiale un po’ più grande. E’ vero però che, quando si è in troppi, come nei grandi raduni nei quali  si va dal Papa, non ci si incontra veramente. Chi guarda la massa non ne riesce a cogliere le individualità. Chi guarda l’uomo per il quale si è convenuti insieme ha l’illusione di avere una relazione con lui, ma non è così. La via d’uscita potrebbe essere quella di introdursi in vari incontri amicali, una certa circolarità nelle esperienze associative, non stare sempre tra le stesse persone. Questo però richiede, come nei cori, nella musica polifonica, uno spartito che sia come una linea guida, dia l’orientamento. In genere non si fa così, ciascuno sta tra i suoi e finisce per diffidare degli altri, non conoscendoli a sufficienza. L’equilibrio sociale dovrebbe sorgere dalla base, dalla mutua conoscenza e stima, non essere legato solo all’autorità. Questo  è ciò che definiamo un processo democratico.
  Democrazia è stata a lungo una parolaccia in religione, sospetta di eresia. “La Chiesa non è una democrazia!”,   sbotta  qualcuno, pensando che sia ovvio e un bene, non una tara sociale. Eppure la concezione moderna della democrazia, come sistema di limiti basati su diritti e valori umani universali, ha chiara matrice religiosa. Nessuno deve finire completamente in mani altrui. Perché? La legge di natura non avrebbe obiezioni: per essa il grosso e forte mangia il piccolo e il debole. L’anima soffre in una società organizzata così. Oggi, poi, può toccare agli altri soccombere, ma un domani potrebbe toccare a noi. Un animale finisce per rassegnarsi, un umano no.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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