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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 20 maggio 2017

Processi democratici nella costruzione di un popolo: la festa

Processi democratici nella costruzione di un popolo: la festa

  Nelle nostre collettività religiose lo sviluppo di processi democratici è ostacolato dall’ingombrante gerarchia feudale del clero. Occorre trovarle un posto e non è facile. Fatto sta che, quando si parla di organizzarsi  per fare qualcosa, si finisce di solito per andare molto sul vago, non trattando veramente di come si è  e  di come si dovrebbe o vorrebbe essere, ma di qualche obiettivo che sta fuori  di un certo gruppo di riferimento. Si cerca sempre di mostrarsi  nella condizione di gregge,  pronto a seguire pastori. Ma che di che parlano gli  esseri umani/gregge quando stanno tra loro? Si parla in ecclesialese, il gergo/chiacchiericcio infarcito di parole della teologia, che serve a parlare senza dire nulla, per fare bella figura senza rischiare. Ogni decisione  collettiva è frutto di un difficile compromesso con il clero, che di solito viene raggiunto in mediazioni riservate. Le assemblee servono solo per ratificare.
   Nell’organizzarsi  collettivamente  gli esseri umani sono ostacolati dai loro naturali limiti cognitivi. Secondo gli antropologi non siamo capaci di relazioni profonde, stabili, con più di circa centocinquanta persone. E’ chiaro però che le nostre società sono  organizzate  per collettività molto, molto più vaste, e addirittura a livello mondiale. La gente allora fa come gli uccelli nello stormo: prende le misure su quelli che sono intorno più vicini e su chi sta avanti a tutti. Vi è poi un modo di  comportarsi in società che dipende dalle culture e consiste nel far riferimento ad un sistema di miti e di idee: è la via delle religioni e del diritto. La cultura allora è come una cartina topografica che ognuno tiene in tasca e dice come fare per raggiungere un certo posto
  Di solito non abbiamo bisogno di contatti profondi con tutti quelli che incontriamo. Circolando per strada incrociamo  migliaia di persone senza mai incontrarle. Ognuno sa come comportarsi in questi rapporti fugaci, istantanei e labili. Se dovessimo approfondire, la vita sociale si bloccherebbe. Ora, è importante discutere di un tema che è diventato particolarmente critico nella nostra civiltà: i rapporti che si hanno interagendo sul WEB, su “internet”, sono di questo tipo, anche se chi interagisce vi investe molta emotività, come per rapporti profondi. In realtà non si creano relazioni stabili e profonde tra le persone. Questo significa che chi sta molto su “internet” è un isolato, anche se sembra interagire tutto il tempo con altri. E’ una condizione che spiega perché “internet” abbia fallito nella costruzione di processi democratici, ad esempio nelle “primavere arabe” degli anni scorsi, ma anche da noi in politica. Che cosa corre tra le persone quando stanno su “internet”? Corre solo la cultura altamente formalizzata, quella delle piattaforme,  dei  portali, organizzata e diretta da altri (quelli che hanno il potere di ammettere  e di escludere e fissano le regole dell'interazione), quella che consente i contatti  tra utenti. “Internet” non è quindi il regno della libertà e della spontaneità, ma il suo contrario.
  Se si considerano solo le persone più vicine, le realtà di prossimità, si costruiscono solo gruppi molto piccoli e dalla vita breve. Se ci si orienta sui capi, si perdono le realtà di prossimità. Ogni potere tende ad assolutizzarsi, su grande e piccola scala, e a togliere spazio alle altre persone. Anche nell’associazionismo religioso. Lo ha detto anche l’attuale Papa ed è sorprendente, perché l’ingenuo papismo mediatico e personalistico  inaugurato dal Wojtyla consiste proprio in questo. La scarsa familiarità con rapporti collettivi profondi fa perdere senso alle culture condivise, sfascia le tradizioni. Questi, riassumendo, sono alcuni tra i  problemi principali delle società occidentali contemporanee nell'organizzarsi collettivamente. Nell’ecclesialese  corrente sono cose risapute. Quando poi si tratta di passare dall’analisi critica alla costruzione del cambiamento le cose si imbrogliano e ci si arresta, rimandando alla prossima settimana sociale o  assemblea.
  L’altro giorno abbiamo fatto una festa in parrocchia e abbiamo visto che le molte persone che sono venute sono rimaste sostanzialmente estranee tra loro. E questo anche se si era organizzato un ricco rinfresco. Di solito il mangiare insieme è una delle basi naturali  degli incontri. Era però un rinfresco  in piedi, e in occasioni del genere si tende a ruotare  intorno ai tavoli per poi trovare un posto laterale  per mangiare. Nessuno ha un proprio posto  e ogni posto in cui ci si ferma un attimo  di solito non è quello che si riuscirà a conquistare nella fase successiva. Nella socialità del party  secondo il modello statunitense (party nell’angloamericano significa sia  festa  che partito), che è appunto l’incontro di un gruppo per un rinfresco in piedi, le persone girano presentandosi le une alle altre, intrattenendo brevi conversazioni con molti dei partecipanti nel corso delle quali  programmano  incontri più ravvicinati e profondi, ad esempio per questioni di lavoro. Al centro dell’evento c’è l’incontrarsi  per  conoscersi. Una festa  in società dovrebbe avere questo obiettivo. E’ diversa dalla festa parentale  in cui ci si conosce già tutti. Spesso le assemblee che si fanno nelle collettività religiose hanno il tono delle  feste parentali. Occorre trasformarle in feste per conoscersi, che chiamerei  feste/partito,  in angloamericano “party/party”, quelle che fanno movimento. Un processo democratico parte da occasioni come queste. Si deve proporre un minimo di formalità, vale a dire un  rito, perché ognuno senta di avere un posto;  ci deve essere una persona di riferimento, ma non ingombrante come un capo, quindi un potere non sacralizzato; infine  deve essere proposto il metodo, e l’etica, dell’incontro, per cui ci si deve presentare, parlare con più persone di volta in volta per averne un’idea più precisa, senza però monopolizzare gli altri perché questo riduce il numero degli incontri possibili. Liturgie troppo pervasive e formalizzate impediscono gli incontri personali. Lo stesso accade con capi troppo ingombranti. Negli incontri personali occorre garantire una certa libertà con l’avvertenza che è sconveniente aprirsi troppo o chiedere troppo agli altri. Il rapporto con gli altri va costruito progressivamente, di tappa in tappa, conoscendoli meglio. Avvicinandoli più spesso si ha occasione di farlo. Relazionandosi su “internet” se ne ha solo l’impressione (falsa), ma si rimane sempre allo stesso punto.
  Le feste/partito  sono alla base dei processi democratici, anche di quelli popolari, di massa. Quando i lavoratori contarono di più in società organizzarono la Festa dei lavoratori (non del lavoro, come talvolta, sbagliando, si dice). Un politico come Giorgio La Pira ne fu ben consapevole. Inaugurando da sindaco, il quartiere di case popolari dell'Isolotto, a Firenze, consigliò ai sacerdoti che erano stati inviati nella nuova parrocchia di fare molte feste
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

  

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