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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 18 maggio 2017

Pensare il popolo e la politica di massa


Pensare il popolo e la politica di massa

AVERE CORAGGIO E AUDACIA PROFETICA»
Dialogo di papa Francesco con i gesuiti riuniti nella 36a Congregazione Generale (ottobre 2016)

[…]
Dopo la 35a Congregazione Generale la Compagnia ha percorso un cammino nella comprensione delle sfide ambientali. Abbiamo accolto con gioia l’enciclica «Laudato si’». Sentiamo che il Papa ci ha aperto porte per il dialogo con le istituzioni. Che cosa possiamo fare per continuare a sentirci coinvolti in questo tema?
 La Laudato si’ è un’enciclica a cui hanno lavorato in molti, ed era stato chiesto agli scienziati che ci hanno lavorato di dire cose ben fondate e non semplici ipotesi. Ci hanno lavorato molte persone. Il mio lavoro in effetti è stato quello di dare gli orientamenti, fare questa o quella correzione e poi elaborare la redazione conclusiva: questo sì, con il mio stile e riprendendo alcune cose. E credo che bisogna continuare a lavorare, attraverso movimenti, accademicamente e anche politicamente. Infatti è evidente che il mondo sta soffrendo, non soltanto per il surriscaldamento globale, ma per il cattivo uso delle cose e perché la natura viene maltrattata… Bisogna anche tenere presente, nell’interpretazione della Laudato si’, che non è un’«enciclica verde». È un’enciclica sociale. Parte dalla realtà di questo momento, che è ecologica, ma è un’enciclica sociale. È evidente che a soffrirne le conseguenze sono i più poveri, quelli che vengono scartati. È un’enciclica che affronta questa cultura dello scarto delle persone. Bisogna lavorare molto sulla parte sociale dell’enciclica, perché i teologi che ci hanno lavorato si sono preoccupati molto nel vedere quanta ripercussione sociale hanno i fatti ecologici. E questo è di grande aiuto: va vista come un’enciclica sociale.

[testo integrale in
http://www.laciviltacattolica.it/wp-content/uploads/2016/11/Q.-3995-3-DIALOGO-PAPA-FRANCESCO-PP.-417-431.pdf

  Lunedì scorso, al termine della discussione al termine degli incontri di approfondimento sull’enciclica Laudato si’, è stato proiettato il testo che ho trascritto sopra, che è la trascrizione di una parte del dialogo  avuto dal papa Francesco con i gesuiti, nella loro 36° Congregazione generale, svoltasi nell’ottobre 2016.
  Fin dal primo momento il Papa, nel 2015 quando l’enciclica fu diffusa, ha tenuto a precisare che non si trattava solo di un’enciclica che si occupava di ambiente naturale, ma che riguardava la società e il suo sviluppo. Leggendola lo si capisce bene, ma ad uno sguardo frettoloso, come quello che di solito si riserva a quel tipo di letteratura religiosa, non è proprio evidente. Il significato sociale del documento è stato bene inteso, ad esempio, negli Stati Uniti d’America, dai settori della destra politica che rappresentano politicamente le grandi imprese che guadagnano dal modello di sviluppo criticato nell’enciclica: infatti hanno subito intimato al Papa di rimanere nel campo spirituale e, quindi, di farsi gli affari propri, non turbando quelli altrui.
 E’ sempre stato noto che le encicliche sociali  erano state frutto di un lavoro collettivo, e questo fin dalla prima dei tempi moderni, la Le Novità, nel 1891, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°.
 Si legge in Gabriele De Rosa. De Rosa, Il Movimento cattolico in Italia,Bari,Laterza, 1979:
 “La redazione dell’enciclica leoniana fu affidata  a uomini di forte preparazione            filosofica, come il gesuita Matteo Liberatore e il cardinale Tommaso Zigliara, autori  rispettivamente del primo e del secondo schema”.
  Tuttavia la particolarità dell’enciclica Laudato si’ è che la cultura religiosa che c’è dentro si è sforzata di non essere auto-referenziale, quindi di fare riferimento a quella scientifica, sia con riferimento alle scienze naturali che a quelle sociali. Si sono volute dire "cose ben fondate e non semplici ipotesi”. Non si tratta quindi della solita invettiva contro lo spirito dei tempi e i mali sociali derivati da non seguire la morale religiosa prescritta, ma di una visione della storia e della società attuale che vuole essere realistica. Un modello di sviluppo basato su un intenso consumo delle risorse naturali sta conducendo il mondo ad una crisi globale. La competizione  lo anima, ma anche lo minaccia. Si compete per avere la parte più grossa della torta e per molti è lotta per la vita, perché a loro non tocca nemmeno ciò che è indispensabile per sopravvivere. Per molti altri la vita torna ad essere solo fatica, come nell’Ottocento, ai tempi della rivoluzione industriale. A quell’epoca la condizione di chi stava peggio migliorò con lotte sociali di massa, nel confronto tra le classi, che in Occidente portò nella seconda metà del Novecento allo stato sociale, in cui le istituzioni pubbliche, rette democraticamente, si assunsero il compito di riequilibrare le parti. Dal 1990, con lo sviluppo della globalizzazione  dell’economia mondiale, sorretta da una rete giuridica di accordi internazionali, quel modello è stato superato. Questo perché la forza esprimibile nello scontro sociale da chi sta peggio è molto diminuita: l’azione di massa per i diritti civili e sociali si è fatta meno efficace. Era basata su masse di produttori, essenzialmente di operai, che rivendicavano parti più giuste. Chi controllava le imprese ne aveva bisogno, non poteva farne a meno nella produzione, e quindi, alla fine, veniva  a patti. Nel mondo di oggi può limitarsi a produrre da un’altra parte del mondo, dove le lotte sono meno efficaci o addirittura vietate, come nella Repubblica popolare di Cina di oggi, da cui proviene molta parte dei nostri oggetti di uso quotidiano. In Occidente ormai si conta di più come consumatori che come lavoratori, ha osservato il sociologo Zygmunt Bauman. Il lavoro si è molto svalutato  e infatti viene retribuito sempre meno. Come consumatori si è però fascinati dalle tecniche di psicologia di massa utilizzate nella pubblicità commerciale, e il pubblico dei consumatori, sotto certi aspetti, assomiglia sempre di più a quel gregge docile  vagheggiato dal clero come modello ideale di popolo.
  Che cosa è e soprattutto chi  è il popolo?
  Non è facile rispondere, in religione, ma ormai anche da altri punti di vista, quello giuridico e quello sociologico, ad esempio.
  E’ importante stabilirlo perché, secondo la fede, ci proponiamo di fare di tutte le genti della terra un unico popolo. Fino a non molto tempo fa questo appariva un obiettivo destinato alla fine dei tempi. Oggi è una prospettiva resa concretamente possibile dalla globalizzazione  dell’economia e del diritto. Ma anche indispensabile per consentire la sopravvivenza dell’umanità sul pianeta. Il secolo scorso essa appariva minacciata dal conflitto nucleare globale, oggi dagli stessi costumi consumistici quotidiani, banali.
  Da un certo punto di vista ci siamo uniti, nella fitta rete di relazioni commerciali, ma anche di altro genere, ad esempio nell’informazione e nella cultura, che ci connette a livello mondiale, ma da altri punti di vista ci stiamo dividendo e schierando. I sistemi politici non sono integrati e lungo le linee di contatto territoriali si generano frizioni e motivi di conflitto. Nell’era della globalizzazione  si è ricominciato a credere possibili e utili guerre locali per risolverli e gravi conflitti, per ora  a bassa intensità, sono ormai endemici ai confini orientali e meridionali dell’Unione Europea.
 I popoli sembrano, come sempre, avere scarsa voce nella politica mondiale. Ci siamo abituati a considerare principalmente le personalità che le dominano, giunte ai vertici delle più grandi confederazioni di potere politico. Eppure le oligarchie che li dominano ne sono influenzate molto più che in passato, quando, organizzate in sistemi dinastici, li dominavano e basta. Mutamenti di massa di stili di vita possono cambiare le cose. Essi sono possibili anche a partire da realtà di prossimità. In un sistema globale basato sull’accaparramento del consenso dei  consumatori, nelle grandi guerre commerciali, un mutamento delle propensione al consumo può fare la differenza. Questo è sperimentale anche su piccola scala. Nel nostro quartiere si tentò di fascinare commercialmente la gente, cercando di farle vedere i benefici di un’edificazione intensiva sul pratone. Ci fu, anni fa, un’intensa attività di pubblicità in quel senso, forse alcuni lo ricordano. La gente la respinse ed avemmo il pratone  e poi il Parco delle Valli. Ma fui il consenso dei consumatori a consentire lo sviluppo del mercatino ad capo del parco, alla fine di via Conca d’Oro. I consumatori del quartiere, ad un certo punto, decisero di non essere più solo gregge.
  Quando i dirigenti delle nostre collettività religiose, anche in AC, iniziano a progettare l’azione sociale, non si sa bene dove vogliano andare a parare. Iniziano a parlare in ecclesialese, il gergo di quegli ambienti, e chi li capisce più? Si mantengono sul vago, in genere limitandosi all’analisi della situazione. Al dunque sembra che non sappiano che pesci pigliare. Sembrano stretti in limiti invisibili, timorosi di allargarsi. In realtà, anche se non credo se ne rendano conto, si tengono ancora nei limiti fissati all’azione sociale in religione dal vecchio Concordato concluso nel 1929 con il Mussolini, che vietava la politica alle istituzioni religiose. Ma quel Concordato è stato quasi completamente abrogato dagli accordi di revisione del 1984. Ora sono stati riconosciuti come campo proprio delle istituzioni religiose la promozione dell’uomo e il bene del Paese, vale a dire la politica (art.1 dell’Accordo di revisione 1984).
  Non bisogna illudersi: anche dialogando, non si resisterà al degrado senza azioni di  lotta, e non solo di lotta interiore. La politica  è anche questo. Ma nella nostra tradizione religiosa la lotta è stata prevalentemente intesa come  resistenza passiva. E la passività  del papato nel corso del fascismo storico gli è stata imputata come grave colpa, ma la sentenza dovrebbe estendersi a tutto il popolo italiano di quell’epoca, salvo che per i tempi dopo quella conversione di massa che consentì la Resistenza tra il ’43 e il ’45 e l’avvio di processi democratici. La dottrina sociale, fino dall’enciclica Le novità,  è stata avversa alle agitazioni di massa. Del resto essa è espressa da sovrani  assoluti.  Pensare la politica di popolo è la sfida di oggi anche in religione, ora che ci si propone di salvare il mondo  (è appunto questa la grande  politica, quella con la P  maiuscola).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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