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domenica 28 maggio 2017

La salvezza dell’umanità come problema religioso e politico

La salvezza dell’umanità come problema religioso e politico


  La salvezza dell’umanità in questo mondo non è stata sempre un problema religioso: lo è diventata, anzi, molto di recente. Da quando si è cominciato a ragionare in grande. Si è iniziato a farlo da metà Ottocento, ma è dalla metà dello scorso secolo che si è cominciato progressivamente a capire che l'intera  umanità era minacciata di annientamento. Quindi è molto importante conoscere la storia degli ultimi due secoli. Sono quelli in cui tante prospettive religiose sono cambiate, appunto perché si  è cominciato a pensare in grande, oggi si dice su scala globale, tenendo conto, appunto, di tutta  l’umanità. Questo pone un problema che riguarda la teologia dei secoli precedenti, la quale si è sviluppata in una prospettiva diversa. Le questioni che trattava non erano quelle che sono oggi al centro della nostra attenzione. Con la teologia è in questione anche l’intera formazione religiosa, che consente di tramandare una tradizione di generazione in generazione.
  A lungo, molto a lungo, le questioni di salvezza  erano trattate a partire dall’anima. La morte è un fatto umano ineludibile, lo tocchiamo con mano, letteralmente. In religione si è convinti che l’essenziale di noi sopravviva, che si vada incontro a un giudizio dopo la morte, e che alla fine dei tempi tutto ciò che siamo risorga, anima e corpo, per il premio eterno o la dannazione eterna. Quali saranno i criteri del giudizio? Si sarà giudicati da come ci si è comportati nella vita fisica, terrena. La vita religiosa dovrebbe essere quella che porta al premio eterno. Questo è stato, dalle origini e praticamente fino all’altro ieri della storia, il principale problema della religione. Il miglioramento della società veniva considerato in questa prospettiva, che, per la verità, è ancora quella di molti, specialmente dei più anziani, perché la formazione personale puntava a quello, e allora aveva molto importanza, ad esempio, la devozione personale. La persona pia si sforza di essere buona e questo impegno, se si diffonde in una società, la migliora. C’era ad esempio, e c’è ancora naturalmente, la questione della penitenza, quella mortificazione che ci si impone perché si sa di aver agito male, per correggersi ma anche per dimostrare concretamente di volerlo fare, e quindi poi per non essere esclusi dalla salvezza eterna. Ma la salvezza dell’anima, nell'aldilà,   non è la stessa cosa della salvezza dell’umanità qui in questo mondo, che significa creare, oggi, durante questa vita, società migliori, non solo persone pie, e ciò per diminuire la sofferenza e fare di tutta l’umanità una sola famiglia (così si espressero i saggi dell’ultimo Concilio). Se si prende questa via, se ci si propone questo tipo di salvezza, allora si pongono questioni specificamente politiche, perché la politica è l’azione collettiva per organizzare le società. In religione si è sempre fatta politica, anche molto prima che la nostra fede divenisse anche ideologia politica dell'impero mediterraneo in cui si diffuse, dal Quarto secolo della nostra era. Non sarebbe potuta diventarlo se non si fosse ragionato di politica già prima. Del resto la condanna del Maestro fu motivata come punizione di un crimine politico: l’aver voluto farsi re. Questo anche se egli non fu certamente un capo politico. La politica venne dopo, quando si trattò di dare un’organizzazione a collettività sempre più vaste. Ma troviamo traccia di questo pensiero politico già negli scritti sacri nella nostra fede, in particolare nell’ultimo libro che li compone, dove, dopo la prefigurazione di una serie di immani tragedie della storia umana, in cui si criticano aspramente le prassi politiche del dominio romano, c’è la visione di una nuova città  che scende dall’alto, perché tutto quello che c’era prima non c’è più, e allora sarà asciugata ogni lacrima. La politica è parte importante del pensiero del teologo e vescovo nord-africano Agostino d’Ippona, vissuto tra Quarto e il Quinto secolo della nostra era: ne trattò in un libro intitolato La Città di Dio, nel quale si contrappongono due concezioni della politica viste come in conflitto insanabile.
  Presto le nostre organizzazioni religiose si diedero struttura politica e iniziarono a fare  politica trattando con i sovrani civili. Più o meno dall’Ottavo secolo il vertice religioso ebbe un piccolo regno nell’Italia centrale e fu anche  un sovrano civile. Si ritenne che questo fosse indispensabile per trattare da pari con gli altri sovrani. Due secoli dopo quel vertice volle farsi impero e quindi  dominare  tutti gli altri sovrani, dettare loro legge da un trono religioso. La giustificazione di questo potere rivendicato come supremo, e talvolta anche riconosciuto effettivamente come tale, era che consentiva di ammaestrare le genti, per farne collettività devote e in tal modo per condurle alla vita eterna. La salvezza terrena  dell’umanità era fuori del campo d’azione praticato: per questo non si mise in questione che potessero esserci guerre, anche molte sanguinose, alcune delle quali promosse direttamente o comunque assentite dai capi religiosi. Né, in genere, costituì un problema religioso il genocidio degli amerindi, delle popolazioni di antica origine asiatica che i colonizzatori europei trovarono scoprendo  le Americhe, attuato da potenze europee sacralizzate  secondo la nostra religione. Né, più vicino a noi e a riguardo della politica italiana, lo costituirono le sanguinose guerre coloniali attuate dal Regno d’Italia in Eritrea ed Etiopia, abitate da genti della nostra fede benché di altra confessione, e in Libia. In Etiopia ci fu un fatto di sterminio di religiosi, come vendetta militare. Si consideravano tutti questi eventi come fatti umani fisiologici  dal punto di vista sociale e, in definitiva, insuperabili, se non alla fine dei tempi. L’importante è che ai morituri e morenti fosse aperta la via per la vita eterna, attraverso l’ammaestramento religioso. A tal fine occorreva garantire immunità al clero, ai religiosi (gli appartenenti a congregazioni di frati, e suore, monaci e monache) e ai loro beni. Raggiunta questa, in particolare mediante concordati  e altri accordi, conclusi e formalizzati al modo di quelli che si concludevano tra potenze civili, non si considerava che occorresse fare molto altro, dal punto di vista politico, e, anzi, si accordava di buon grado la sacralizzazione  al potere civile con cui ci si era, sostanzialmente, federati. L’essere anche  un potere civile al modo di uno stato, più che la sua maestà  religiosa, sottraeva il papato al dominio degli altri sovrani civili. Il papato fu concepito molto presto come un potere assoluto e questo lo espose al degrado etico a cui sono soggetti i poteri politici senza limiti. Questo fu particolarmente sensibile intorno all’anno Mille, ma la situazione non migliorò sostanzialmente fino al Cinquecento, secolo in cui, stimolati dalla Riforma luterana, si diede un migliore  profilo etico ai poteri ecclesiastici. Fino a quell’epoca, come per le dinastie politiche sacralizzate  non si esigeva che i regnanti fossero personalmente  e  in tutto rispettosi dei precetti religiosi, si adottarono gli stessi criteri per determinare la coerenza morale dei poteri religiosi, che si fecero lecito una parte di ciò che vietavano ai fedeli comuni e che rientrava nelle abitudini correnti dei regnanti. Quindi, a lungo non ci furono molte differenze tra un principe civile e uno religioso, in particolare nel modo in cui si relazionavano con i loro sudditi. L’attuazione della  giustizia sociale come oggi la intendiamo non era considerata indispensabile per i regnanti, i quali se ne occupavano molto poco.
  La situazione iniziò a mutare con l’emergere dei processi democratici di massa, nell’Ottocento e in Europa e nelle parti del mondo colonizzate dagli europei. Inizialmente fu in questione la libertà, che presto in teologia si diffamò come arbitrio, licenza immorale e  insubordinazione. Poi, con lo strutturarsi di movimenti di massa, in particolare di quelli socialisti, cominciò ad essere rivendicata la giustizia sociale, sulla base di eguaglianza in dignità  e di  solidarietà civile. Tutti i poteri assoluti furono minacciati e dovettero venire a patti politici, fondamentalmente ponendo dei limiti al proprio potere, in particolare concedendo statuti. Il papato non vi fu costretto perché, nel processo di unificazione nazionale, nel 1870 perse il suo piccolo regno italiano, rimanendo solo una potenza religiosa. Si sentì menomato. Reagì politicamente cercando di suscitare un movimento di massa ostile ai movimenti liberali e nazionalisti che dominavano la politica dell’invasore, del Regno d’Italia, e che lo avevano spinto contro il piccolo regno del papato. Utilizzò ciò che c’era già, vale a dire il vasto e multiforme mondo dell’associazionismo solidale che si era formato in Italia su ispirazione religiosa, animato dal clero di base, e i ceti colti che avevano suscitato. dal Settecento, la polemica religiosa contro l’Illuminismo. Volle animare  il popolo minuto, in particolare quello del mondo contadino, ritenuto ancora fedele al suo potere, a differenza della borghesia liberale. Per farlo costruì una dottrina di giustizia sociale, quella che viene definita dottrina sociale, che è parte del magistero, quindi della teologia  insegnata d’autorità dal papato. Questo generò un pensiero sociale  e correnti democratiche: si pensava anche a una democrazia  animata  dai valori sociali della fede. A cavallo tra Ottocento e Novecento si venne a una resa dei conti tra esse e quelle, dette intransigenti (verso lo stato liberale), che ponevano al centro di tutto i diritti politici violati del papato e i suoi interessi patrimoniali colpiti pesantemente dalla prima legislazione del Regno d’Italia (il clero e gli ordini religiosi erano, e sono, tra i maggiori proprietari immobiliari). Intervenne il papato d’autorità, tra il 1902 e il 1906, scomunicando, nel vero senso della parola, le correnti democratico cristiane,  e costruendo l’Azione Cattolica, come movimento di indottrinamento di massa secondo la dottrina sociale. Questa organizzazione ebbe uno straordinario successo popolare, in particolare fra le donne. Fu la maggiore scuola di politica di massa fino agli scorsi anni ’70. Era organicamente collegata alla gerarchia del clero, che ne nominava i capi. Quando il papato romano si compromise con il regime fascista, nel 1929, risolvendo la questione romana con i Patti Lateranensi, ritornando sovrano politico nel quartiere romano di Borgo e ricevendo ingenti indennizzi patrimoniali, fu spinta a fascistizzarsi politicamente, ma le sue organizzazioni intellettuali, FUCI (gli universitari) e Movimento Laureati Cattolici, resistettero, svilupparono un pensiero politico sociale autonomo sulle suggestioni del personalismo francese dei filosofi Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier e formarono la classe politica che, dopo aver partecipato alla guerra di Resistenza contro il regime fascista e l’occupante tedesco combattuta tra il 1943 e il 1945, dominò poi la politica democratica italiana fino al 1994, sostenuta dalle masse di Azione Cattolica.
  A partire dalla Prima Guerra Mondiale (1914-1918) nella dottrina sociale comparì il tema della pace.  Non si arrivò ancora a contestare il diritto dei poteri civili di fare guerra, ad esempio liberando i militari dall’obbligo di fedeltà ai governi che la proclamavano. Ma si iniziarono a qualificare come inutili  le stragi belliche. Inutili perché? Così furono definite da un papa verso la fine di quella guerra, nel 1917. Sembrava che le controversie potessero essere risolte con accordi:
“un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell'ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l'istituto dell'arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo e norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all'arbitro o di accettarne la decisione.[dalla lettera del papa Giacomo della Chiesa - Benedetto 15° ai capi delle nazioni belligeranti, del 1-8-1917].
 E, allora, perché la guerra?
  In primo piano, però, non apparivano le stragi, ma il disordine politico  conseguente ai conflitti. Per progredire nell’ideologia di pace occorse altro tempo e un’altra guerra mondiale.
  Dalla Prima Guerra Mondiale l’Europa uscì molto cambiata e in modo del tutto inaspettato per i  più. I movimenti  politici di massa emersero con particolare forza, perché le masse erano stato molto ideologizzate per spingerle verso il conflitto (è solo così che si convince la gente ad andare a farsi ammazzare): in diverse nazioni europee finirono nel dominio di organizzazioni fasciste e in Russia dei bolscevichi comunisti. Vent’anni dopo si combatté un’altra guerra mondiale, che viene considerata un po’ come una prosecuzione della prima. L’Europa orientale finì sotto il dominio dell’Unione Sovietica e nell’altra si svilupparono movimenti democratici di massa, salvo che in Spagna e Portogallo, rimasti nel dominio di regimi di tipo nazionalista e fascista non colpiti dalla guerra in quanto non vi avevano preso parte. Il mondo si divise in due: la parte con economia capitalista e l’altra con economia comunista. Entrambe le potenze egemoni nei due schieramenti avevano l’arma nucleare e si constatò che una guerra nucleare, con l’impiego di quelle armi, avrebbe portato alla fine dell’umanità, per la ricaduta di particelle radioattive derivate dalle esplosioni. Fu proprio a quel tempo che il problema della salvezza dell’umanità in questo mondo  cominciò  a diventare un problema anche religioso.  Quest’ultimo fu al centro di uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965),  la costituzione La gioia e la speranza.
  L’appello alla Politica  con la “P” maiuscola che ci  è venuto recentemente dal Papa si inserisce in quel filone ideologico. E' tale infatti la politica che si propone la salvezza dell’umanità, in questo mondo, mediante la riforma sociale. Essa ha anche un valore religioso, perché senza umanità non ci sarebbe più fede e si ritiene che la fede venga pregiudicata dalla distruzione massiva delle collettività umane. Dagli anni ’90, dopo la fine della contrapposizione armata tra blocchi  e quindi della possibilità concreta dello scoppio di un conflitto nucleare terminale, al centro delle preoccupazioni vi è lo sviluppo economico globale basato sulla competizione aggressiva, disordinata, insofferente dei limiti e riluttante alla solidarietà: è questo che, secondo molti osservatori, minaccia la sopravvivenza degli umani, portando al rapido degrado degli ambienti naturali e sociali. Questo tema è al centro dell’enciclica Laudato si’,  del 2015, ma era stato già trattato in precedenti documenti del genere. La novità sta nell’appello all’azione politica, e anche alla lotta, di massa per evitare la catastrofe naturale e sociale. In un certo senso da noi cade nel momento sbagliato, perché in Europa la politica è in crisi, sia quella di governo che quella di massa. Occorre riproporne i fondamenti e, innanzi tutto, riprendere ad educare alla politica. L’educazione alla politica comincia facendone tirocinio. Lo si dice, ma raramente si riescono a fare progetti in materia. E se poi la situazione ci sfuggisse di mano? E se, invece, la situazione ci fosse già sfuggita di mano e, in definitiva, imparare la politica fosse l’unico modo per cambiare una situazione che va rapidamente degenerando?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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