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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 13 maggio 2017

Democrazia - 9

Democrazia - 9


  Qui si ragiona di democrazia per metterla in pratica. Non dobbiamo mai perdere di vista questo obiettivo. Secondo le idee oggi correnti in religione, questo ha un significato anche per la vita di fede. E' perché la democrazia, come ai tempi nostri la si pensa e la si vive, è legata a valori, vale a dire a principi di azione sociale, che sono condivisi dalla fede e, anzi, in buona parte originano da essa, anche se non sempre se ne è mantenuta consapevolezza. Quando la si è persa, la democrazia viene pensata come la sede dell’arbitrio delle maggioranze in danno di quei valori. A maggioranza si potrebbe decidere tutto. Sarebbe meglio, allora, mettere i valori nelle mani di oligarchie illuminate: sono i reazionari a pensarla così, quelli che vorrebbero che la storia umana tornasse sui suoi passi. Non è impossibile che accada: nella storia osserviamo civiltà che sono regredite. Ogni conquista culturale va rinnovata di generazione in generazione, altrimenti può essere perduta. L’umanità, quindi, potrebbe ancora tornare nelle mani di sovrani assoluti e, in effetti, di questi tempi si osservano processi sociali che vanno in questo senso. Rimane sempre nell’aria l’idea che alle controversie e alla violenze possa porsi rimedio solo con un’autorità superiore che imponga  la pacificazione: nella dottrina sociale la si vorrebbe a livello mondiale e talvolta sembra che il modello siano, in fondo, gli antichi imperatori dei primi tempi, quelli che sacralizzarono il proprio potere politico secondo la nostra fede. Non si tiene conto che una simile concentrazione di potere  fatalmente annienterebbe le libertà civili se non governata con metodi democratici ancora da pensare a livello globale, mondiale, di democrazia universale. Produrrebbe proprie corti, che degenererebbero in oligarchie, le quali, non limitate da processi democratici, si impadronirebbero  delle cose e delle persone e inizierebbero a farsi guerra. Se si riporta indietro la storia, si  è condannati a riviverla. In un mondo che si avvia agli otto miliardi di persone, molto complesso e interconnesso, attuare progetti reazionari porterebbe alla catastrofe, agli incubi  sociali proposti in tanti film di fantascienza, che presentano le conseguenze di una crisi  di regressione  della civiltà.
  Opporre democrazia e valori, come fanno i reazionari, anche quelli che abbiamo in religione, non è corretto, perché nelle democrazie contemporanee i principi di azione sociale più importanti sono sottratti alla volontà delle maggioranze. Fin dalle origini dei processi democratici contemporanei, nel Settecento, si ebbe chiara consapevolezza che le democrazie degenerano se cadono in mano a tirannie di maggioranze. Quando i reazionari accusano la democrazia di indifferenza  ai valori, la diffamano. Da quale parte stanno? Dalla parte dei valori? A ben vedere la loro critica si riversa contro i più. Questo fa sospettare che siano dalla parte di una qualche oligarchia, di gruppi di pochi che vogliono acquisire il controllo sociale liberandosi da limiti dal basso, per poi distribuire il potere sociale a loro discrezione, dall’alto verso il basso, secondo i costumi di sempre delle oligarchie. In religione, a volte, mimano, l’organizzazione del clero, che funziona ancora più o meno così: oggi però la sua struttura  feudale  non fa più gran danno perché  è un’oligarchia prevalentemente solo spirituale ed esercita la propria influenza politica, che rimane comunque rilevante, con la mediazione di un laicato che agisce secondo principi e metodi democratici, in un contesto che relativizza ogni autorità pubblica. Nei movimenti reazionari laicali, e in genere politici,  questa mediazione salta: in fondo essi sono l’immagine di come diverrebbe la società se prevalessero.
 Se consideriamo la nostra Costituzione, un documento che contiene regole che possono essere cambiate solo con maggioranze molto vaste e alcuni principi che non possono essere cambiati, vediamo che è piena di valori, di principi di azione sociale che vengono imposti anche al legislatore, come ad ogni autorità pubblica. Ci sono , ad esempio, quelli della libertà religiosa e della laicità dello stato: in Italia non sono mai stati completamente attuati. C’è quello di uguaglianza, che oggi è a rischio. C’è quello di solidarietà sociale, anche questo oggi a rischio. Si tratta di principi che nessuna maggioranza potrebbe abolire: ragionandoci sopra lo ha stabilito la Corte Costituzionale, il collegio di giuristi ai quali è affidata l’interpretazione autentica della Costituzione per stabilire se le altre leggi la rispettano. I valori costituzionali in Italia si sono affermati prima tra la gente che nelle assemblee legislative. Scaturirono dalla disfatta del fascismo storico, all’inizio degli scorsi anni ’40: si ebbe un processo di conversione popolare, partito dal rifiuto della guerra e dalla presa di coscienza che ci si era trovati in mezzo ad essa a causa delle idee del fascismo, un regime oligarchico che proponeva la disparità sociale a fondamento della gerarchia pubblica, la violenza come via per la risoluzione dei conflitti sociali, l’aggressione internazionale come via per la ricchezza nazionale, la guerra come  igiene  della razza. Era un regime che metteva le armi in mano ai più piccoli, spingeva la gente alla violenza e alla guerra. Mantenne ciò che prometteva. Gli italiani ebbero la guerra. La disfatta del fascismo fu prima culturale che bellica. La gente non gli credette più, ammaestrata dal dolore: non fu una svolta opportunistica, come taluni sostengono. E infatti fu duratura. Ancora oggi i valori democratici sono vivi tra la gente, in particolare nei più giovani. Vivono, ma spesso se ne è perduta consapevolezza, non li si chiama con il loro nome. A volte li si vive, ma ce se ne vergogna, perché sono diffamati da gente potente.
  Negli anni passati, si sono considerati i quartieri romani, e anche il nostro, come terra di missione. Non sono mai stato d’accordo con questa visione delle cose. L’ho sempre considerata piuttosto clericale. Mi offendeva. Se le Valli  fossero veramente terra di missione significherebbe che tra la nostra gente i fedeli sono diventati minoranza, e minoranza esigua. Non è così, ancora. In una prospettiva clericale si è insoddisfatti della gente  e allora  si fa come se non fosse più della nostra fede. Una scomunica di fatto che è un vero arbitrio. E perché poi? La gente non segue la  vita buona  raccomandata, dicono. Questa però è stata più o meno la condizione di sempre della gente della nostra fede: che cosa è cambiato? Ci si sforza di essere migliori, ma in genere ci si approssima  solo a quella vita buona  idealizzata. E’ quello che accade anche al  clero, tra il quale vi sono molti di quelli che ci fanno la predica in quel modo. Non sempre possono proporsi come esempi di moralità, in particolare ai livelli più alti. Lo ha detto il Papa ed è persona che penso di certe cose se ne intenda. Del resto: la vita buona  raccomandata è veramente praticabile? In religione si ragiona di famiglia, ad esempio, e della famiglia non si ha una visione realistica. Del resto chi legifera in materia non ne ha esperienza se non da figlio e zio.  E così va nelle cose del sesso, ma lì è anche peggio perché chi legifera se lo vieta come peccato. I nostri capi religiosi sono scontenti delle nostre famiglie e di come facciamo sesso, ma in che cosa si è veramente peggiori dal passato? Le nostre famiglie di oggi sono molto meno violente e dispotiche che nel passato, nei rapporti tra i sessi è lo stesso. Non è un progresso? Le società del passato, permeate di religiosità tradizionale, esprimevano incubi famigliari. Intorno all'anno Mille gli stessi papi condussero vita sessuale dissoluta: si parlò, a proposito del loro potere di allora, di pornocrazia. In seguito ciclicamente ci ricaddero, assumendo i costumi dei principi del loro tempo. Ed erano anche dei capi violenti. E' dal Settecento che la qualità dei papi cambiò: non è un caso che ciò avvenne con lo sviluppo di processi democratici che li sottoposero a critiche serrate. Ai tempi nostri sono dei sant'uomini.   A ben vedere, dietro l'insoddisfazione dei nostri capi religiosi per le nostre vite,  c’è la politica, si è scontenti di noi perché non assecondiamo più certi disegni politici nella società e siamo molto più coinvolti nei processi democratici. Pretendiamo di avere voce nella formulazione dei principi di azione sociale, del resto secondo la prospettiva dell’ultimo Concilio. Non accettiamo più certe discriminazioni, certe umiliazioni, di essere solo gregge  condotto qua e là da certi pastori. Siamo insofferenti di autorità che si propongono come assolute.  Questo, anche se non sempre se ne è consapevoli, è frutto di una compiuta assimilazione interiore dei valori democratici.
  Le Valli all’ultimo censimento avevano circa ventimila residenti: circa quindicimila di loro, secondo le statistiche nazionali, dovrebbero prendere come riferimento morale la nostra fede, anche se non vengono spesso in parrocchia o non ci vengono più. E’ tra questa gente che dobbiamo sviluppare processi democratici per poi parlare di valori e metterli in pratica. Si tratta di popolo vero, non dell’immagine clericale che se ne ha di solito quando se ne parla tra addetti ai lavori: c’è il buono e c’è il cattivo, e anche il molto cattivo. Ogni persona però è un processo: può cambiare, in meglio o in peggio. E così è per la società. Creare le condizioni per un miglioramento collettivo  e individuale è il lavoro delle democrazia come oggi la si concepisce, piena di valori  dei quali le maggioranze non sono arbitre. Non interveniamo sul quartiere da fuori, da colonizzatori, da  missionari. Ne siamo parte, nel bene e nel male. Viviamo in famiglia, ci prendiamo cura di altri, dei più giovani, dei più anziani, molte ore al giorno siamo al lavoro e come tutti soffriamo dei mali sociali. Queste nostre vite hanno un significato sia civile che religioso. Non è senza valore religioso ciò che facciamo in società, ma è anche vero l'inverso: non è senza valore civile ciò che facciamo in religione. Migliorando in religione possiamo divenire anche cittadini migliori e divenendo cittadini migliori possiamo anche migliorare la nostra vita di fede, personale e collettiva. Ma come migliorare? Bisogna innanzi tutto  riprendere a incontrarsi: la parrocchia è un’opportunità perché ha le strutture per farlo. Ed è uno spazio in un certo senso pubblico, perché pagato anche con soldi pubblici, con una parte dei proventi dei nostri tributi che confluiscono in presa diretta nelle casse della nostra organizzazione religiosa.  La società si migliora solo lavorando insieme, di generazione in generazione. Non si tratta di venire in chiesa  come spettatori. Già proporsi che i più giovani abbiano in parrocchia un posto loro dove crescere insieme è importante: non ve ne sono altri nel quartiere, per quanto ne so. Accoglierli richiede la collaborazione degli adulti, in particolare dei loro genitori (lavorare insieme per tutti i ragazzi diminuisce la fatica e migliora il risultato: perché insieme  i ragazzi crescono meglio e più velocemente; la vita da piccoli monaci  che spesso diventano nelle loro famiglie, fatte solo dei genitori e di loro stessi, non fa per loro), e si collabora efficacemente solo sviluppando processi democratici, imparando  la democrazia, che è potere condiviso, in cui si condividono innanzi tutto grandi principi umanitari, come quello che nessuno è meno degno di vivere di altri. Nella pratica, ad esempio, questo significa che, in un’assemblea, si cerca di ascoltare e capire gli altri, si rispetta il tempo  loro concesso per parlare, non li si zittisce e non li si sovrasta gridando. Nessuno umilia, nessuno esclude, c’è un posto per tutti, nessuna autorità senza limiti. Si pratica la democrazia e in essa si può scoprire l’agàpe  della fede, specialmente quando non la si affronta con spirito di circolo, ma cercando di espanderla per includervi nuovi  amici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,Monte Sacro, Valli


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