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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 25 dicembre 2016

Sessant’anni fra i cristiani

Sessant'anni fra i cristiani




 Tra qualche settimana saranno sessant'anni che vivo tra i cristiani, anche se ne ho conosciuto solo una piccola parte. Non cessano di sorprendermi, come sempre mi accade quando incontro persone religiose.
  Mi sono familiarizzato con la loro teologia e con i loro costumi religiosi. Ci sarebbero ancora tante cose da sapere su di loro, ma la vita che mi resta non mi basterà, e da tempo sapevo che non mi sarebbe bastata, per approfondire molto di più.
 Che idea me ne sono fatta?
 Ai tempi nostri chiunque se ne può  uscire  disinvoltamente dichiarando di non essere credente. Ancora quando ero fanciullo non era così: la professione di ateismo era socialmente disapprovata. Tutto è cambiato molto velocemente. Pensare di fare a meno della fede religiosa mi dà un senso di vuoto. Non accade lo stesso anche agli altri? Conosco poco questi atei di oggi. Conosco molto meglio i credenti. E la loro vita mi coinvolge molto; mi affascinano soprattutto i cristiani.
  Uno dei cristiani  più interessanti che abbia conosciuto è stato mio zio Achille Ardigò, professore all’università di Bologna, sociologo. E’ stato il mio padrino di Cresima e finché è vissuto ha svolto questo  ministero con costanza e sapienza. L’ho sempre preso come modello di vita religiosa. Mi aveva confidato, per rincuorarmi, delle dure prove che la sua fede aveva subìto. Posso dire quindi questo, anzitutto: il cristiano è uno messo alla prova.
  E’ tanto più facile fare l’ateo, perché tutto torna. La natura non mi ha mai confortato nella fede, perché è crudele. E il cosmo mi è sempre apparso, nel suo precario equilibrio e nel suo muoversi verso non si sa dove, senza senso. Ieri sera riflettevo con le mie figlie: nei racconti sul  Maestro non c’è n’è uno, che io ricordi, in cui egli si sia messo in contemplazione di un panorama, ad esempio di quello intorno al “mare” di Galilea, con le sue alture intorno, e abbia detto “Che bello!”. Invece a me capita di farlo, al lago di Bolsena (tanto simile a quel “mare”), il quale però reca le tracce di un’immane catastrofe naturale, dell’esplosione addirittura di diversi vulcani: una realtà tutt’altro che pacificata. Ecco come mi appare la natura: qualche istante di pace tra un cataclisma e l’altro, violenza e distruzione, terre che sussultano e traballano, stelle e altri mondi, persino interi universi!, che si scontrano e annichiliscono, esseri biologici che vivono gli uni alle spese degli altri. Ma di tutto questo pochi di quelli che di questi tempi si dichiarano non credenti mi pare abbiano consapevolezza. In genere lasciano una sapienza antica per credere a delle favole, come la sorte, il destino… Fuori di una visione di fede la nostra esistenza non mi pare abbia molto  senso. Sono però pochi gli atei che sopportano questa verità e che, innanzi tutto, ne hanno coscienza.
  In mio zio Achille la fede andava di pari passo con la sapienza: parlando con lui ritrovavo il senso della vita. Egli ha passato la sua vita a imparare cose nuove e a spingersi avanti con il pensiero e l’azione, da scienziato e da credente: non c’era alcuna separazione tra queste sue  due dimensioni umane. “Avanti! Avanti!”, questo era, da ultimo, mi hanno raccontato, il suo incitamento ricorrente ai miei parenti bolognesi. Mi parlava della Gerusalemme celeste, la città beata che i cristiani attendono dall’alto, e, allora, a me pareva veramente di vederla. E, insieme, mi spiegava da scienziato sociale il progredire della società della nostra epoca: dedicando tutto quel tempo solo a me nelle cene a cui periodicamente mi invitava,  per tutto il tempo in cui fummo contemporanei. Erano discorsi  che faceva anche parlando a platee molto più numerose, attente e appassionate, con tanti giovani: egli  era la versione più vicina a un profeta che mi è stato dato  di avvicinare.
  I cristiani, come in genere le persone religiose, sono capaci di uno sguardo soprannaturale, vedono più di quello che appare. Ma la visione dei cristiani è beata, è l’appagamento di ogni autentica aspirazione umana, una volta compreso l’inutile affannarsi e travagliarsi che è dietro a molto di ciò che si fa in società. E’ questa beatitudine  che porta alcuni a farsi monaci e a trovare in quella vita particolare, totalmente religiosa, la pienezza umana. Per certi versi anche mio zio Achille lo era diventato. Era tanto diverso dagli uomini del suo tempo, e anche da me. Mi sembrava preservato da certe ordinarie tentazioni, in particolare sesso, potere, avidità di denaro. Quelli che potevano apparire suoi limiti, anche fisici, invece lo elevavano. La sua presenza faceva brillare le cose intorno a lui, che apparivano come trasfigurate. Le sue stanzette di studio negli appartamenti a Bologna e a Cervia mi apparivano da ragazzo il centro del mondo: quando  lo zio è morto, alcuni anni fa, mi si sono rivelate come realmente sono. In quei giorni un giornalista scrisse del suo piccolo appartamento di fronte a un grande parcheggio, a Cervia, e si meravigliava di come tanti brillanti giovani studiosi avessero ambito ad esservi ammessi come un grande privilegio. E anch’io lo consideravo tale e vi entravo religiosamente.  Avvicinando i cristiani si fa questa esperienza di trasfigurazione, c’è intorno a loro come una luce che cambia le cose. Insieme, naturalmente,  alle tenebre in cui la vita umana corre. Ciascun essere umano dalla sua notte va verso la luce, scrisse il poeta Victor Hugo: versi che, premessi a un romanzo che lessi in gioventù, mi sono rimasti sempre impressi, perché vi ho visto il senso della mia vita, come quello delle vite di molti altri intorno a me.
  Mi parve che ad un certo punto mio zio Achille stesse subendo un lungo ostracismo tra i cristiani della sua città. Sembrava che lo avessero rifiutato, dopo averne a lungo apprezzato il pensiero e l’esempio di vita. E questa è un’altra cosa che ho osservato vivendo tra i cristiani: sono capaci di odio e di risentimento, anche fra loro stessi. In questo non sono diversi dagli altri.  La storia lo conferma. Vivono quindi in una sorta di costante contraddizione con la loro fede. E l’evento fondativo della loro religione ruota intorno ad un’esecuzione capitale, la Crocifissione del loro amato antico Maestro. Ogni cristiano è sempre in qualche modo crocifisso. La sua vita è travagliata. Insegnano che è così che deve andare, ognuno deve prendere la sua croce e trascinarsela dietro. Il dolore è esperienza comune nella vita degli umani, diventa però croce nella visione di fede, perché allora se ne proclama l’ingiustizia e, ciononostante, l’accettazione,  nella speranza di un suo superamento, nel compimento beato. Ogni lacrima sarà asciugata, si legge nelle loro Scritture. E’ una specie di ribellione. Essa comporta anche il pentimento per il male commesso: si vive in una costante revisione della propria condotta, in uno stato di conversione basato su autocritica. E comporta anche la misericordia: perché si capisce che questo male è un problema comune e che quindi si deve sempre perdonare e chiedere perdono per  poter provare a  ripartire. Non tutti i cristiani dimostrano di esserne capaci, ma se ne sono incapaci allora generalmente lo confessano come una colpa da cui redimersi.
 I cristiani hanno prodotto una complicata teologia nella quale si perdono, perché è contraddittoria in tutto, al suo interno e con ciò che è evidente intorno. Si impegnano a perfezionarla, ma va sempre peggio. E’ accettabile solo se la si guarda da lontano: avvicinando le questioni sorgono invece gravi problemi. Storicamente questo si è combinato con la cattiveria di cui i cristiani sono capaci al pari degli altri esseri umani e ha prodotto istituzioni perverse. La teologia accademica ed ecclesiastica ha resistito e resiste in genere ai tentativi di riforma basati sulla misericordia. La migliore teologia mi pare però quella che parte da quest’ultima, perché, sebbene anch’essa contraddittoria, resiste ai tentativi di mostrarne i limiti, perché la misericordia è un’esigenza profonda dell’animo umano.
 I cristiani danno il meglio di sé nell’esperienza della famiglia. In sé essa è poco importante per la loro fede, in particolare se ne occupò poco il loro Maestro. Ma è proprio nell’esperienza di famiglia che i cristiani riescono talvolta a  superare la vita di belva che è anche in  loro come in ogni essere umano. Di questo hanno fatto tesoro per sviluppare concetti fondamentali della loro teologia, dove incontriamo paternità, maternità, fraternità come dimensioni soprannaturali. E, anche da ultimo, sono arrivati a sognare un genere umano trasfigurato in un’unica famiglia. La famiglia è il luogo privilegiato delle opere di misericordia. Realtà con una base naturale nell’essere belve tra le belve, e questo aspetto costantemente emerge nelle relazioni tra i sessi e con la prole, i cristiani ci hanno lavorato molto su costruendo di epoca in epoca modelli particolari di famiglia nei quali l’accettazione dell’umanità altrui è diventata particolarmente intensa. Ed è vero che la fede religiosa corre nei rapporti familiari; è stato vero in particolare per me, ma anche per molti altri credo. E tuttavia la consapevolezza del lato di belva che c’è nelle faccende riproduttive delle quali la famiglia è permeata ha portato i cristiani ad immaginare una perfezione fatta solo di quel bene amorevole che sopra quelle relazioni naturali si è riusciti a costruire, escludendo il resto: tentativi in genere destinati all’insuccesso, perché insieme all’animalità che c’è in certi rapporti umani ci si priva della tenerezza, che poi sostiene la misericordia, e ci si può fare poco. Da questo deriva che la teologia dei cristiani sulla famiglia non è in genere  all’altezza delle famiglie cristiane come in concreto sono e addirittura finisce per ostacolarle, è loro nemica. Ho constatato ad esempio che quella teologia ha provocato molta sofferenza nei coniugi cristiani. Ma, come in genere tutta  la teologia cristiana, anch’essa fa resistenza alla riforma. Si teme l’animalità che potrebbe celarsi dietro la misericordia, ma così  si distrugge la tenerezza nei rapporti umani.
  Nel pensare Gerusalemmi celesti i cristiani hanno espresso un importante pensiero sociale e molte e complesse istituzioni. Queste ultime, in particolare quelle specificamente religiose, sono state spesso di qualità mediocre e non di rado hanno costituito e ancora costituiscono un ostacolo alla fede, specialmente quando inglobano teologie inumane e prevaricatrici che resistono alla riforma. Ma la misericordia e la capacità di pentimento e conversione, ciò che con parola ebraica viene definito teshuvà, così come l’ansia di rinnovamento, e l’anelito a relazioni umane piene di tenerezza come nelle famiglie più appagate, hanno spesso compiuto il miracolo di far intravedere mondi nuovi e concretamente possibili, diversi dall’esistente, che in genere ricade prima o poi nella natura delle belve umane ed è travaglio di lotta mortale di tutti contro tutti. Così sorprendono certe costituzioni ideate dai cristiani: disegnano infatti mondi benevoli in cui sarebbe bello vivere, dove la persona umana è sacra, il lavoro è sacro, il pane è sacro, la casa è sacra.
  E che dire del Dio dei cristiani? Confessano di non averlo mai visto, ed è anche la mia esperienza. In questo mi sembrano sinceri. Ne hanno sentito parlare dal loro Maestro e da coloro che ne hanno tramandato nei secoli gli insegnamenti. Molti santi, riconosciuti come i più nobili tra i credenti, hanno descritto esperienze interiori prive della consolazione dell’unione mistica con la divinità. Quando un cristiano dice di  credere  in genere non parla di certezze, ma di speranze. La tenerezza della misericordia, l’anelito di tutti e per tutte le vite, le sorregge. Spesso si crede per ribellione contro un esistente inaccettabile, a cui non ci si vuole piegare: la nostra natura di belva. L’agàpe,  il nome religioso cristiano della benevolenza universale, evoca l’immagine di un lieto convito in cui ci sia posto per tutti, nessuno escluso. Nei momenti di sfinimento della continua lotta in cui ciascuno di noi è, in fondo, sempre impegnato, c’è l’anelito a qualcosa di simile. E invece la realtà commerciale corrente propone solo occasioni di eventi  esclusivi. Qualcuno rimane quindi sempre escluso, è la regola delle società di belve, il contrario dell’agàpe.
 Per tutta la sua vita mio zio Achille ha cercato di essere un mistico, si è veramente sforzato di esserlo. E io ho cercato di imitarlo. Ma la realtà fa resistenza. A chi mi interroga sulla mia fede, dico che è pura ribellione, non visione. Quest’ultima mi è impossibile, anche se a volte vedo  con gli occhi degli altri credenti. La religione  quindi mi è preclusa senza compagni. Penso che mi sarebbe molto difficile essere un monaco.
 E se mi chiedessero “Dopo una vita intera tra i cristiani, tu chi sei?”, risponderei che mi piacerebbe essere riconosciuto come cristiano. E a chi mi nega questo riconoscimento, per la difficoltà di inquadrarmi in una qualche categoria religiosa, oppongo la realtà giuridico-canonica del mio battesimo, per la quale nessuno ha l’autorità di revocarmelo. Nemmeno io stesso potrei sbattezzarmi. Ma certo questo non mi basta: l’essere registrato indelebilmente in un qualche stato civile superno. Posso però dire che nel meglio che posso dare in termini di umanità tendo ad apparire come una persona di fede, e questo mi piace:  ma riuscirò poi a perseverare?  Dio mi aiuti nella mia incredulità  e nella mia incapacità di agàpe. Spero nel Dio dei cristiani per ribellione. La mia fede è una rivolta. E tanto più lo è quando si fanno più evidenti i limiti della mia umanità fisica, nella malattia, nella vecchiaia. Non è quindi  una fede pacificata e pacificante. E’ ad esempio molto distante dal modo francescano di essere persona religiosa. E quanto più mi rendo conto di questo, tanto più avverto la necessità di essere religioso, quindi di seguire una regola, una via aperta da altri compagni, da percorrere con loro. Ma invecchiando diventa anche più difficile la tenerezza, che era così a portata di mano da ragazzo; è quindi più difficoltoso avere compagni proprio quando umanamente se ne avrebbe più bisogno. Al vecchio è spesso difficile la misericordia proprio perché è privato della tenerezza umana. E, in definitiva, il destino di chi vuole rimanere persona di fede invecchiando mi pare allora quello di divenire monaco, come sostanzialmente diventò mio zio Achille sul finire della sua vita, ma forse anche prima. Vidi che mio zio ci si preparava con disciplina e rigore, nella meditazione delle Scritture e degli autori religiosi. Lo manifestava, in particolare, nel suo atteggiamento di preghiera, che a me riesce invece tanto difficile.
  Ho vissuto tra i cristiani anche questo Natale. Mi piace molto quando cantano insieme. Non sempre i canti sono  granché, ma questo cantare insieme mi coinvolge. La fede, nella sua essenza ultima, mi appare come un canto corale. Si canta la gioia della fede, perché la fede è anche gioia e nella gioia si appare come persone di fede. Nella liturgia di ieri sera sono risuonate le parole di Leone Magno: Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricòrdati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricòrdati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio.” Perché ci nacque quel bimbo della Natività, Dio bisognoso della nostra tenerezza, a dimostrare che è in questa tenerezza umana, che si espande all’infinito, il fondamento di tutto, e anche di ogni nostra vera gioia. Esperienza umana, naturale, questa di tenere tra le mani un bimbo, che anch’io feci da giovane padre e il cui ricordo  ancora mi coinvolge. Vi vedevo infatti molto più di ciò che appariva. Posso dire questo in conclusione: essendo vissuto tanto a lungo tra i cristiani tendo ad essere una persona religiosa, anche se il risultato è quello che è, una pallida e incerta imitazione dei migliori.
Buon Natale a tutti!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.






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