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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 12 dicembre 2016

Appunti di lettura sull'enciclica Laudato si', del papa Francesco, del 2015


1. Laudato si’. Ecologia integrale

“Credo che Francesco sia l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità.” [Enciclica di papa Francesco Laudato si’, 24-5-15, diffusa ieri 18-6-15,  n.10]

 Un aspetto che mi pare caratterizzare l’enciclica Laudato si’  è la concezione di una ecologia integrale.
 La natura ci parla del suo Creatore. Se però consideriamo i fatti della natura prescindendo dall’umanità, essi non ci parlano di un Creatore buono. La natura infatti è crudele e violenta, è un sistema in cui tutti i viventi si nutrono altri viventi e l’equilibrio, sempre precario nel lungo periodo, viene ottenuto con la costante decimazione o soppressione di specie. Ma anche l’umanità ne fa parte ed è per questo che possiamo pensare a una ecologia, vale a dire ad una scienza dellambiente, della casa comune, ad una natura buona  ed anche ad un Creatore buono. In  religione diciamo che l’essere umano è immagine dell’Altissimo. E gli esseri umani tendono verso un Creatore buono.
 Ecologia integrale significa ritenere che la natura da salvare e integrare non comprenda solo i viventi non umani, ma anche questi ultimi, però anche con i viventi umani, e che la creazione di una casa comune, di un ambiente, ispirato all’idea di un Creatore buono richieda quindi di intervenire anche nell’organizzazione sociale degli esseri umani. E’ stato osservato che questa prospettiva è rivoluzionaria, nel senso che richiede un profondo mutamento di mentalità  ma anche modifiche sociali molto incisive.
 L’economia e la finanza contemporanee sono in fondo ispirate alle dinamiche della natura non umana, in cui pesce grosso mangia pesce piccolo e ciò non fa problema. Anche le concezioni razziste dei nazifascismi europei del secolo scorso furono nella stesa linea. Anche alcune concezioni ecologiche contemporanee considerano l’umanità prevalentemente un problema per gli altri viventi. Certi estremisti sono per lasciare libero corso alla natura non umana, anche a spese degli umani,  e in ciò vedono l’unica ecologia valida.
 L’enciclica si pone in una prospettiva diversa. Misticamente, con Francesco d’Assisi, coglie l’unità dei viventi e la mano nell’Altissimo in essa. Ma realizzare un’unità buona dei viventi richiede un impegno umano, la mano degli esseri umani guidata da quella dell’Altissimo, non basta lasciar fare alla natura non umana. Ma per realizzare ciò che serve non basta solo l’ispirazione della religione, occorre una sapienza umana ancora da costruire. Ciò che possiamo constatare è che l’impatto delle società umane sull’ambiente (non inteso come il campo di guerra della lotta per la vita ma  religiosamente come casa comune), guidato da una cieca logica di sfruttamento e prevaricazione in fondo sull’esempio della natura non umana, tende a divenire catastrofico e a condurre all’annientamento integrale della natura, umani e non umani compresi.


2.Laudato si’. Riforma sociale

[dall’Enciclica di papa Francesco Laudato si’, 24-5-15, diffusa il 18-6-15]

[…]
 La continua accelerazione dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta si unisce oggi all’inten­sificazione dei ritmi di vita e di lavoro, in quel­la che in spagnolo alcuni chiamano “rapidación” (rapidizzazione) [rapidizzazione: neologismo usato nella traduzione in italiano dell’enciclica. Non attestato prima d’ora nella lingua italiana]. Benché il cambiamento faccia parte della dinamica dei sistemi complessi, la ve­locità che le azioni umane gli impongono oggi contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica. A ciò si aggiunge il problema che gli obiettivi di questo cambiamento veloce e costan­te non necessariamente sono orientati al bene comune e a uno sviluppo umano, sostenibile e integrale. Il cambiamento è qualcosa di auspica­bile, ma diventa preoccupante quando si muta in deterioramento del mondo e della qualità della vita di gran parte dell’umanità (n.18)
[…]
 La cura degli ecosistemi richiede uno sguar­do che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e faci­le, a nessuno interessa veramente la loro preserva­zione. Ma il costo dei danni provocati dall’incuria egoistica è di gran lunga più elevato del beneficio economico che si può ottenere. Nel caso della perdita o del serio danneggiamento di alcune specie, stiamo parlando di valori che eccedono qualunque calcolo. Per questo, possiamo essere testimoni muti di gravissime inequità (v.nota n.1) quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale. (n.36)
[…]
 Se teniamo conto del fatto che anche l’es­sere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone. (n.43)
[…]
 L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affronta­re adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno atti­nenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della so­cietà colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta (n.48)
[…]
 Queste situazioni provocano i gemiti di so­rella terra, che si uniscono ai gemiti degli abban­donati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e ri­sponda al suo progetto di pace, bellezza e pie­nezza. Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichi­no strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia. (n.53)

Nota:
(1) inequità [così nel testo italiano dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium diffuso da Libreria Editrice Vaticana. Neologismo dallo spagnolo. Nel testo inglese è reso con inequality (=ineguaglianza - nell'inglese il termine è spesso implicitamente associato all'idea di ingiustizia). Nel testo spagnolo, lingua nella quale il documento è stato verosimilmente pensato, si legge inequidad, da cui verosimilmente il neologismo italiano: in un dizionario spagnolo si definisce "El concepto de inequidad se ha considerado sinónimo del concepto de desigualdad. Es fundamental diferenciar estos dos conceptos. Mientras desigualdad implica diferencia entre individuos o grupos de población, inequidad representa la calificación de esta diferencia como injusta…"; quindi "disuguaglianza ingiusta".]


  L’enciclica Laudato si’  è presentata come un documento del magistero sociale. Essa è espressione del pensiero sociale delle nostre collettività religiose, ma, a differenza delle altre fonti che un fedele può anche ignorare, pretende di essere presa in considerazione per l’autorità che compete al nostro massimo capo religioso.
  In passato il magistero sociale si è presentato in genere  sotto forma di autorizzazioni. C’erano collettività di fedeli che recepivano innovazioni culturali e sociali del mondo in cui erano immerse e, ad un certo punto, l’autorità religiosa, in genere attestata su posizioni reazionarie, consentiva alle nuove tendenze manifestate dalla gente. In particolare questa dinamica si è manifestata sui temi del lavoro, della democrazia e della libertà di coscienza e di altre libertà civili. Quindi, semplificando: una società che spingeva in avanti e capi religiosi che, ad un certo punto, dopo molti tentennamenti e non senza molte riserve e cautele, l’autorizzavano a farlo, rimanendo però sempre in retroguardia. Questo è stato vero anche per la più spettacolare manifestazione dell’apertura  al nuovo delle nostre gerarchie religiose, quella prodottasi nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Anche in quel caso si trattò di riconoscere  e autorizzare un moto di riforma che da almeno vent’anni si era prodotto nelle collettività dei fedeli.
 Nel caso dell’enciclica Laudato si’  la situazione è diversa.
 Riferendoci alla specifica situazione italiana, le collettività dei fedeli si manifestano in prevalenza su posizioni reazionarie, in quasi tutti i campi in cui un orientamento religioso può incidere sulla vita sociale. E’ il prodotto di una lunga stagione in cui la gerarchia religiosa ha duramente represso, e comunque scoraggiato, ogni forma di innovazione, federandosi sostanzialmente con la destra politica nazionale. Le ragioni per cui lo si è fatto sono molte, ma principalmente, ad un certo punto, alla fine degli anni ’70, si è temuta la dispersione del gregge. Lo si è compattato intorno alla figura di un Papa come il Woytyla, il quale impersonava un tipo di capo religioso fortemente innovativo e dotato di grande carisma, instaurando una sorta di culto della personalità, un’adesione emotiva e immediata che rendeva sconveniente il dissenso, in quanto presentato come offesa personale a una persona amica e buona (“non vuoi bene al Papa”?). Con l’autorità papale si è poi prodotta una immane letteratura normativa, intesa a chiudere autorevolmente e definitivamente ogni questione aperta e controversa, imponendo ai teologi che tenessero al riconoscimento della gerarchia di attenersi a quella linea dettata con forza di legge, in particolare con il Catechismo della Chiesa Cattolica.
 L’enciclica Laudato si’ si pone, in questa situazione italiana, all’avanguardia rispetto alle collettività religiose. Vuole stimolare un gregge in genere riottoso e desideroso di rimanere ben chiuso nei propri ovili,  ad uscire e andare avanti. Svolge quindi quell’attività di impulso all’innovazione che in passato è stato espresso dal m ondo dei fedeli. In particolare, essa vuole produrre qualcosa, nello specifico una riforma sociale, che supera le nostre attuali capacità di società di fedeli. Aderire all’ordine di idee proposto dall’enciclica richiederà uno sforzo culturale innanzi tutto tra noi gente di fede. Tenendo conto anche che la riforma sociale è cosa che compete primariamente ai fedeli laici.
 “…non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichi­no strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future.”, è scritto nell’enciclica. Eppure una cultura su tante altre cose l’abbiamo, ad esempio sulla supposta ideologia gender, contro la quale (in realtà contro riforme civili invocate dalla gran parte degli italiani e la cui mancanza genera tanta sofferenza sociale e ci pone alla retroguardia nella nostra nuova Europa) oggi insorgeranno tanti di noi (non io), in piazza San Giovanni. Ma abbiamo quella che servirebbe per contrastare quella che nell’enciclica è chiamata, con neologismo apparso per la prima volta nel 2013 nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), inequità e che può essere definita come diseguaglianza ingiusta. Essa sta portando alla rovina il mondo ed è la causa del degrado, insieme, ambientale e sociale.
 E’ questione “dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone.” L’ecologia integrale proposta dall’enciclica comprende la natura umana e quella umana e volendo creare un mondo in cui ogni essere umano abbia diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre con una speciale dignità,  e per questo intendendo contrastare il degrado ambientale, perché tutti i viventi sono connessi e sono inseriti in una medesima natura e gli esseri umani non possono essere felici al di fuori di essa, esige la riforma sociale, che comprende anche quella politica: “Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia.”
  Libertà  e Giustizia: a queste parole, che in Italia furono la bandiera di uno dei movimenti antifascisti più attivi e culturalmente fecondi, propugnatore di una vera e propria rivoluzione liberal-socialista, anche se politicamente emarginato nel secondo dopoguerra nel clima della guerra fredda tra blocco occidentale e sovietico, troppo a lungo è stato vietato, da noi e altrove nel mondo, di dare seguito nella nostra confessione religiosa. Troppo a lungo ogni anelito di liberazione di ispirazione religiosa è stato represso, silenziato o, comunque, scoraggiato.  E’ ora di ripartire?

3. Laudato si’. Amore civile e politico

[dall’Enciclica di papa Francesco Laudato si’, 24-5-15, diffusa il 18-6-15]

Politica ed economia in dialogo per la pienezza umana

189. La politica non deve sottomettersi all’eco­nomia e questa non deve sottomettersi ai detta­mi e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo biso­gno in modo ineludibile che la politica e l’econo­mia, in dialogo, si pongano decisamente al ser­vizio della vita, specialmente della vita umana.
[…]
190. […]Ancora una volta, conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli indivi­dui. È realistico aspettarsi che chi è ossessionato dalla massimizzazione dei profitti si fermi a pen­sare agli effetti ambientali che lascerà alle pros­sime generazioni?
 […]
193. In ogni modo, se in alcuni casi lo svilup­po sostenibile comporterà nuove modalità per crescere, in altri casi, di fronte alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti de­cenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi. Sappia­mo che è insostenibile il comportamento di co­loro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in con­formità alla propria dignità umana.
[…]
194. Affinché sorgano nuovi modelli di pro­gresso abbiamo bisogno di « cambiare il modello di sviluppo globale »,[dal  Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2010, del papa Benedetto 16°]  la qual cosa implica riflet­tere responsabilmente « sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfun­zioni e distorsioni ». [dal Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2010, del papa Benedetto 16°]   Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la ren­dita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Sempli­cemente si tratta di ridefinire il progresso.
[…]
Educazione e spiritualità ecologica
202. Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha biso­gno di cambiare. Manca la coscienza di un’origi­ne comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolez­za di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di ri­generazione.
[…]
La conversione ecologica
216. La grande ricchezza della spiritualità cri­stiana, generata da venti secoli di esperienze personali e comunitarie, costituisce un magnifi­co contributo da offrire allo sforzo di rinnovare l’umanità.
[…]
Amore civile e politico
228.  La cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di co­munione. Gesù ci ha ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende fratelli.L’amore fraterno può solo essere gratui­to, non può mai essere un compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto spe­riamo che faccia. Per questo è possibile amare i nemici. Questa stessa gratuità ci porta ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al nostro controlloPer questo possiamo parlare di una fraternità universale.
[…]
229. Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una re­sponsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, pren­dendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di ricono­scere che questa allegra superficialità ci è servi­ta a poco. Tale distruzione di ogni fondamento  della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente.
230. L’esempio di santa Teresa di Lisieux ci in­vita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’e­goismo. Viceversa, il mondo del consumo esa­sperato è al tempo stesso il mondo del maltratta­mento della vita in ogni sua forma.
231. L’amore, pieno di piccoli gesti di cura re­ciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mon­do migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche « macro-relazioni, rappor­ti sociali, economici, politici » [dall’enciclica Caritas in Veritate (=l’amore nella verità) del papa Benedetto 16°, 2009]. Per questo la Chiesa ha proposto al mondo l’ideale di una « ci­viltà dell’amore ». L’amore sociale è la chiave di un autentico sviluppo: « Per rendere la società più umana, più degna della persona, occorre rivalu­tare l’amore nella vita sociale – a livello, politico, economico, culturale - facendone la norma co­stante e suprema dell’agire ».[citazione dal Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1977 del papa Paolo 6°].  In questo quadro, insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidia­ni, l’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società.Quando qualcuno rico­nosce la vocazione di Dio a intervenire insieme con gli altri in queste dinamiche sociali, deve ri­cordare che ciò fa parte della sua spiritualità, che è esercizio della carità, e che in tal modo matura e si santifica.
232. Non tutti sono chiamati a lavorare in ma­niera diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una innumerevole varietà di associazio­ni che intervengono a favore del bene comune, difendendo l’ambiente naturale e urbano. Per esempio, si preoccupano di un luogo pubblico (un edificio, una fontana, un monumento abban­donato, un paesaggio, una piazza), per protegge­re, risanare, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti. Intorno a loro si sviluppano o si recupe­rano legami e sorge un nuovo tessuto sociale lo­cale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare un’identità comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tem­po consapevolezza di abitare una casa comune che Dio ci ha affidato.Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore che si dona, posso­no trasformarsi in intense esperienze spirituali.

Mie osservazioni


Non sarà facile per le nostre collettività religiose, la cui ottica politica è da molti anni immiserita intorno ai temi dei valori non negoziabili(sostanzialmente l’ideologia della nostra gerarchia del clero in materia di aborto e prevenzione di gravidanze indesiderate, eutanasia, procreazione assistita, unioni civili, omosessualità, finanziamenti alla scuola privata, insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, tassazione dei redditi delle organizzazioni religiose), assuefarsi alla grandiosa visione politica della prima enciclica di papa Francesco. Essa fa del Papa una delle persone più a rischio nel mondo, in quanto, con la sua ancora grande autorità di capo religioso di circa ottocento milioni di fedeli nel mondo, ha osato prospettare una rivoluzione per opporsi alle dispotiche dinamiche dell’economia, finanza e tecnocrazia contemporanee, per condurle sotto il dominio di una politica che si proponga di realizzare un’unione fraterna di tutto il genere umano, unafraternità universale, in armonia con tutti i viventi non umani e gli ambienti naturali del pianeta. Per quanto l’enciclica si ponga sulla via della precedente Caritas in veritate (=l’amore nella verità) del papa Benedetto 16°, del 2009, sia nelle argomentazioni, sia nello stile letterario, semplice, piano, alieno da sottigliezze del gergo teologico, essa va molto oltre negli obbiettivi e si muove nel solco dell’enciclicaPopulorum progressio  (=lo sviluppo dei popoli), del papa Paolo 6°, del 1967, quando invoca, esige, un impegno di popolo per realizzarli, a partire dalla vita personale e familiare di ciascuno fino ad estendersi alla politica nazionale e mondiale.
Papa Francesco in particolare è molto più radicale del suo predecessore, proclamando l’insufficienza di vie di mezzo:
Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la ren­dita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Sempli­cemente si tratta di ridefinire il progresso. (194)
Noi dobbiamo temere, ora, per il Papa, che si è molto esposto ed è solo, veramente solo, dentro le mura vaticane, ma anche fuori, in particolare nell’Italia di oggi. Si sa, lo si è sentito, che in certi ambienti, anche religiosi (!), ci si augura che egli passi presto. Dobbiamo sperare che non gli si faccia fare la fine dell’indiano Ghandi, Mahatma, grande anima come lui.
Una grande novità dell’enciclica Laudato si’, rispetto agli altri documenti del genere del passato, è il numero di citazioni da documenti di consigli episcopali mondiali.
Vengono citati nell’ordine documenti prodotti da:
Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’Africa del Sud: Pastoral Statement on the environmental crisis -1999;
5° Conferenza Generale dell’Episcopato Latino Americano e dei Caraibi: Documento di Aparecìda - 2007;
Conferenza dei Vescovi Cattolici delle Filippine, Lettera pastorale What is happening to our beautiful land - 1988;
Conferenza Episcopale Boliviana - lettera pastorale sull’ambiente e lo sviluppo umano in Bolivia: El universo, don de Dios para la vida - 2012;
Conferenza Episcopale Tedesca. Commissione per gli Affari social:Der Klimawandel: Brennpunkt globaler, intergenerationeller und okologischer Gerechtigkeit - 2006;
Vescovi della Regione Patagonia - Comahue (Argentina): Mensaje de Nadividad - 2009;
Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti: Global Climate Change: a plea for dialogue, prudence and the common good - 2001;
Conferenza episcopale tendesca: Zukunft der Shopfung - Zukunft del Menschheit. Erklarung der Deutschen Bischofskonferenz zu Frage der Umwelt und der Energieversorgung  - 1980;
Conferenza dei vescovi cattolici del Canada. Commissione  Affari Sociali, lettera pastorale “You love all that exists … All things are yours, God, Lover of Life” - 2003;
Conferenza dei vescovi cattolici del Giappone: Reverence  for life. A message for the Twenty-first Century  - 2001;
Conferenza Nazionale dei vescovi del Brasile, A Igreja e a questao ecòlogica - 1992;
Conferenza dell’Episcopato Domenicano, lettera pastorale Sobre la relaciòn del hombre con la naturaleza - 1987;
Conferenza episcopale Parguayana, lettera pastorale El campesino paraguayo y la tierra  - 1983;
Conferenza episcopale della Nuova Zelanda, Statement on Environmental Issues - 2006;
Dichiarazione Love for Creation. An  Asian Response to the Ecological Crisis,  Colloquio promosso dalla federazione delle Conferenze dei Vescovi dell’Asia - 1993;
Commissione episcopale di pastorale sociale dell’Argentina:  Una tierra por todos - 2005;
Conferenza Episcopale Portoghese, lettera pastoraleResponsabilidade solidària pelo bem comum - 2003;
Conferenza Episcopale Boliviana, lettera pastorale sull’ambiente e lo sviluppo umano in Bolivia: El universo, don de Dios para la Vida  - 2012;
Conferenza Episcopale Messicana, Commissione Episcopale per la Pastorale sociale: Jesucristo, vida y esperanza de los indìgenas y campesinos - 2008;
Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’Australia:  A New Earth. The Enviromental Challenge - 2002.
E’ come se gli autori dell’enciclica, la quale, come accade  dal tempo dal primo documento del genere in materia di temi sociali, la Rerum Novarum  (=sulle novità) del papa Leone 13°, del 1891,  è senz’altro frutto di un lavoro collettivo e pluridisciplinare sebbene si avverta molto sensibilmente l’apporto caratteristico di papa Francesco nella sua stesura oltre che nell’ispirazione, avessero voluto avvertirci che le idee e i propositi espressi nel documento corrispondono agli auspici e agli impegni di molti e autorevoli capi religiosi e delle  comunità da essi rappresentate in tutto il mondo. Il Papa e i suoi più stretti collaboratori non vogliono essere lasciati soli nel lavoro che c’è da fare. E’ anche espressione di quello stile sinodale invocato nel corso del Concilio Vaticano 2° e mai realizzato effettivamente, in particolare nel lungo papato imperiale di Giovanni Paolo 2°.
Un’altra significativa caratteristica dell’enciclica è il volersi collegare a una storia di fede durata venti secoli, dalla quale dichiara che si possono imparare molte cose per pensare il futuro:
“216 La grande ricchezza della spiritualità cri­stiana, generata da venti secoli di esperienze personali e comunitarie, costituisce un magnifi­co contributo da offrire allo sforzo di rinnovare l’umanità.”
E’ una storia che in genere è completamente ignorata nella formazione religiosa di base, di secondo livello e in quella permanente, per gli adulti. A volte sembra che, per i nostri formatori, l’ideale sarebbe per noi vivere nel primo secolo della nostra era. Tutto ciò che è seguito è sentito come corruzione e tradimento, ma non è così. Certo, è stata una storia tragica, in molte parti tremenda e insopportabile, ma è stata la nostra  storia, quella da cui dobbiamo imparare per migliorare nel futuro. E invece, eccoci qui a ripetere, sempre, all’infinito, gli errori di sempre.
 L’esigenza politica  e religiosa di un’ecologia integrale, come la si intende nell’enciclica Laudato si’, che comprenda viventi umani e non umani e ogni aspetto della vita umana, personale e sociale, fino a richiedere un nuovo modello di sviluppo e, di conseguenza, un nuovo ordine mondiale, è piuttosto recente, risale agli scorsi anni ’70. E invano ne cercheremmo basi culturali nella letteratura precedente il Novecento.  Anche le scritture sacre originarono in un contesto umano e ambientale molto diverso da quello enormemente antropizzato e soggetto alla tecnocrazia  come quello che si è realizzato a partire dal secolo scorso.  Noi oggi capiamo di dover essere custodi  amorevoli della casa comune, intendendo con essa l’intero pianeta, ma nella scritture questo è un compito che mi pare essenzialmente affidato  al Creatore. Nelle scritture, in contatto con la natura troviamo figure di agricoltori, pescatori, pastori, e ad esse ci si ispira per idealizzare capi politici e religiosi: si tratta sempre di funzioni di sfruttamento economico della natura.  Ora invece capiamo l’esigenza di farci collaboratori nell’opera della Creazione, ispirandoci al Creatore. E’ una tematica che, per quanto ricordo, compare nella nostra confessione religiosa a partire dall’enciclica Redemptor Hominis  (=il Redentore dell’umanità), del papa Giovanni Paolo 2°, del 1979, e che poi venne sviluppata nella successiva Centesimus Annus (=il Centenario [dall’enciclica Rerum Novarum]), del medesimo papa, del 1991, quest’ultima citata nellaLaudato si’, al n.117:
“Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura”
 Dunque, senza conoscere la storia recente, non possiamo avere le basi per la teologia dell’ecologia integrale, la via indicata dal papa Francesco per cambiare radicalmente il mondo.
  Anche il pensiero di Francesco d’Assisi, evocato nell’enciclica di papa Francesco, si muoveva in un’ottica molto diversa da quella contemporanea.  Nella natura si vedeva la manifestazione di un’armonia originaria, progettata dal Creatore, dalla quale gli esseri umani, nella loro vita sociale, si erano distaccati e a cui occorreva ritornare. La Creazione come manifestazione della volontà del Creatore, come Bibbia della natura, secondo l’ordine di idee che nel Seicento fu poi espresso, non senza problemi ad opera della gerarchia religiosa, da Galileo Galilei. In ciò Francesco fu un mistico. E, da questo punto di vista, si può anche pensare di predicare ai pesci, come si racconta abbia fatto Sant’Antonio a Rimini (qui sopra ho inserito l’immagine di un dipinto di quell’episodio; altro dipinto sullo stesso tema si trova nella basilica di Santa Cristina a Bolsena). Ma a noi necessita una visione più realistica della natura.
  Con Francesco d’Assisi, ci proponiamo di amare d’un amore fraterno la natura, anche se non ci obbedisce, se non riusciamo sempre a sottometterla, a farle fare ciò che vogliamo. Nello stesso modo amiamo i nemici.
“L’amore fraterno può solo essere gratui­to, non può mai essere un compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto spe­riamo che faccia. Per questo è possibile amare i nemici. Questa stessa gratuità ci porta ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al nostro controllo. Per questo possiamo parlare di una fraternità universale (n.228).”
 Nel Ventesimo Secolo abbiamo raggiunto la consapevolezza che la sopravvivenza dell’umanità  è condizionata al considerare l’intero pianeta come un unico ecosistema di cui prendersi amorevolmente cura e che ciò richiede profondi mutamenti delle nostre organizzazioni sociali e anche dei personali stili di vita, in un’esperienza che finisce per essere anche propriamente spirituale, come tutte quelle veramente umane. Un esercizio, questo del prendersi cura fin nei piccoli gesti quotidiani che ci matura e ci santifica (231).
 Sulla linea del papa Paolo 6°, anche papa Francesco afferma che l’attività sociale e politica, nel senso di quell’ecologia integrale da lui auspicata, è amore. Forse l’enciclica potrebbe avere uno sviluppo, una seconda puntata, per trattare il tema delle relazioni tre fede e della democrazia: quest’ultima è la forma che la politica ha assunto al tempo del dominio delle masse.  E’ un argomento che per la nostra gerarchia è stato sempre piuttosto critico, per i riflessi che potrebbe comportare per la stessa sua organizzazione interna, improntata a un antico modello feudale.  Per ora, comunque, mi pare che ci sia molto lavoro da fare per noi laici. Innanzi tutto per convincerci della fondatezza della prospettazione della situazione mondiale fatta nell’enciclica, nella quale sono recepiti modelli culturali che in parte sono controversi, e poi per dare concretezza alla politica e ai modelli sociali personali di vita in essa indicati solo a grandi linee.


 4. Custodia del Creato e narrazioni bibliche

[dall’Enciclica di papa Francesco Laudato si’, 24-5-15, diffusa il 18-6-15]

66. […] L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di conoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto la natura del  mandato di soggiogare la terra (Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (Gen 2,15). Come risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformata in un conflitto.
[…]
67.[…] Anche se è vero che qualche volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto, oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature. E’ importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla  e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future. In definitiva “del Signore è la terra” (Sal 24,1), a Lui appartiene “la terra e quanto essa contiene” (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: “Le terre non si  potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti” (Lv 25,23).
68. Questa responsabilità di fronte a una terra  che è di Dio implica che l’essere umano, dotato di intelligenza, rispetti le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli essere di questo mondo, perché “al suo comando sono stati creati. Li ha resi stabili nei secoli per sempre; ha fissato un decreto che non passerà” (Sal 148, 5b-6). Ne consegue il fatto che la legislazione biblica si soffermi a proporre all’essere umano diverse norme, non solo in relazione agli altri esseri umani, ma anche in relazione agli altri esseri viventi: “Se vedi l’asino di tuo fratello o il suo bue caduto lungo la strada, non fingerai di non averli scorti […]  Quando cammin facendo, troverai sopra un albero o per terra un nido d’uccelli con uccellini o uova e la madre che sta covando gli uccellini o le uova, non prenderai la madre che è con i figlio” (Dt 22,4-6). In questa line, il riposo del settimo giorno non è proposto solo per l’essere umano, ma anche “perché possano godere quiete il tuo bue e il tuo asino (Es 23,12).


 L’apparato di citazioni bibliche è la parte più insoddisfacente, perché meno sviluppata, dell’enciclica Laudato si’. C’è sicuramente molto lavoro da fare per i teologi, in particolare per i teologi biblici.
 D’altra parte, i problemi ecologici come si presentano ai tempi nostri erano sconosciuti agli autori dei libri delle Scritture. Essi poi partivano dall’idea di una perfezione originaria della natura, deturpata dal peccato degli esseri umani, che sappiamo irrealistica. La natura veniva poi concepita come manifestazione della gloria di Dio, mentre nell’era contemporanea ne vediamo anche gli equilibri instabili e, in particolare, i problemi derivati dall’evoluzione degli organismi viventi, quindi le imperfezioni. C’era infine l’idea di una Provvidenza che desse ad ogni vivente di che sopravvivere, mentre l’osservazione più realistica della natura dei tempi nostri ce la presenta come teatro di una lotta acerrima tra viventi per la sopravvivenza a spese degli altri, uno scenario in cui tutti si nutrono di tutti, dai micro-organismi monocellulari che colonizzano anche i nostri corpi ai più grandi mammiferi. Oggi sappiamo, e siamo giunti ad accettare, che questa realtà ha preceduto di molto la comparsa delle specie umane sulla Terra.
 In definitiva tutto l’insegnamento biblico in materia di ecologia come oggi la intendiamo, al tempo dell’umanità che ha acquisito un potere straordinario di influire sull’ambiente in cui essa e gli altri viventi non umani sono immersi, può vedersi  condensata nel versetto di Deuteronomio 2,15: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”; che nella narrazione biblica  viene però riferito a un immaginario stato di perfezione prima della Caduta dei progenitori.
 Nella realtà gli esseri umani, fin dalla loro lenta differenziazione dai viventi non umani, si sono sempre trovati inseriti in una natura molto violenta e omicida, della quale solo negli ultimi due secoli hanno cominciato ad avere ragione, prima sui grandi organismi, sulle belve predatrici, e molto più di recente anche su gran parte dei microrganismi patogeni. Il clima, i moti tellurici e vulcanici e i grandi maremoti sfuggono ancora al suo dominio. Quando al primo l’umanità può solo cercare di contenere l’influsso nocivo delle emissioni, sversamenti e accumuli velenosi nell’ambiente delle sue civiltà. E, in ultimo, le dinamiche di interazione delle società umane ricalcano in gran parte quelle naturali, secondo il principio che “il pesce grosso mangia il pesce piccolo”.
 Come è stato osservato, infine, la teologia che sta dietro al pensiero e all’esempio di vita di Francesco d’Assisi in materia di natura non comprendeva la sensibilità ecologica contemporanea, ipotizzando sostanzialmente, sulla scorta dell’insegnamento biblico, una Creazione perfetta, manifestazione della perfezione del Creatore, a cui tornare conformandole le società umane. Ai tempi nostri, invece, vogliamo farci collaboratori  nella Creazione, correggendo la brutale legge di natura (a partire dalle società umane) che, se imitata dagli esseri umani nella loro massima potenza terrena mai raggiunta storicamente, condurrebbe alla catastrofe ecologica.
 La scarsità dei riferimenti biblici si fa ancora più acuta nel campo di quelli neotestamentari.
 Quelli che mi appaiono più significativi, nell’ottica dell’ecologia integrale proposta dall’enciclica e secondo una visione realistica della natura, sono i seguenti:
La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malat­tia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che « geme e soffre le doglie del parto »[…] (Rm 8,22). [n.2]
[…]
Secondo la comprensione cristiana della re­altà, il destino dell’intera creazione passa attraver­so il mistero di Cristo, che è presente fin dall’ori­gine: « Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui » (Col 1,16). [n.99]
[…]
 Il Nuovo Testamento non solo ci parla del Gesù terreno e della sua relazione tanto concreta e amorevole con il mondo. Lo mostra anche ri­sorto e glorioso, presente in tutto il creato con la sua signoria universale: « È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli » (Col 1,19-20) [100].
  Tutti questi brani biblici mi paiono suggerire l’idea di una natura pacificata  come orizzonte religioso ideale e quindi di un nostro impegno di umani in quella direzione. Originano dalla teologia di Paolo di Tarso.
 I brani evangelici in materia di natura citati nell’enciclica fanno invece riferimento all’azione Provvidenziale nella natura e ispirarono poi la teologia di Francesco d’Assisi. Essi non propongono una visione realistica della natura, ma mi appaiono diretti essenzialmente a liberare l’animo umano dall’ossessione del futuro e dell’accumulo di ricchezze per parare le sue avversità, nel tempi di magra.
 Che dobbiamo concludere? Che non ci siano sufficienti basi teologiche della rivoluzione ecologica proposta dall’autore della Laudato si’?
 Non è così, a mio parere.
 E’ che siamo solo all’inizio di un percorso. Il quadro biblico e teologico  è appena abbozzato nell’enciclica. C’è molto lavoro da fare. La via da seguire è indicata nell’enciclica nella costruzione di un’idea di fraternità  che comprenda anche i viventi non umani e finanche le componenti non viventi dell’ambiente:
 Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predica­va persino ai fiori e « li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione ».  La sua re­azione era molto più che un apprezzamento in­tellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Il suo disce­polo san Bonaventura narrava che lui, « conside­rando che tutte le cose hanno un’origine comu­ne, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella ». Questa convinzione non può essere disprezzata come un romantici­smo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza que­sta apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i no­stri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle ri­sorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrie­tà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio. [n.11]


  
5.Laudato si’. Scelte obbligate


204. La situazione attuale del mondo « provoca un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo » [Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990]. Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la pro­pria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possi­bile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nem­meno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in cui non contraddicano le proprie necessità. Per­ciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita consumistico, so­prattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca.

  Le argomentazioni svolte nell’enciclica Laudato si’ per sostenere l’esigenza di una conversione sociale ecologica si distaccano marcatamente da quelle che solitamente sono state esposte nel precedente magistero sociale.
 Esse infatti non partono da un’esigenza di natura etica su base scritturistica, dalla quale poi derivi la predica sociale,  ma da una considerazione realistica delle dinamiche sociali contemporanee e del loro influsso sul deterioramento dell’ambiente abitato dagli esseri umani. Il mondo è dinanzi alla prospettiva di una catastrofe umanitaria, determinata da una cattiva organizzazione sociale su scala globale e da stili di vita personali le cui ricadute sull’ambiente sono insostenibili. Si è pertanto dinanzi alla necessità di scelte  collettive importanti. Si può decidere di seguire la via della violenza e della distruzione reciproca, che è poi quella bestiale praticata nella natura dagli altri viventi, o quella della fraternità universale, che ci può consentire di sostenere pacificamente una popolazione umana enormemente aumentata in numero e potenza,  e quindi in impatto sull’ambiente, mantenendo anche un certo livello di felicità personale e sociale. Attualmente è ancora praticata la prima via, con qualche temperamento, quelle vie di mezzo  alle quali nell’enciclica non si dà molto credito. L’economia moderna, e ancor più la finanza, ritiene la condizione della lotta di tutti contro tutti  una condizione naturale dell’umanità, dalla quale stima sia però anche derivato anche un aumento del livello di benessere collettivo, su scala globale. La selezione  e soppressione delle organizzazioni produttive peggiori ha, in questa visione, migliorato la qualità della produzione, nell’interesse di tutti. In realtà  alcuni osservano che questo processo sta conducendo anche nelle economie più forti, quelle Occidentali, verso condizioni di lavoro al ribasso, che nelle economie più deboli tengono sostanzialmente in condizione di schiavitù numerose fasce di popolazione. Una situazione che si è presentata anche nella seconda metà dell’Ottocento, al tempo della seconda rivoluzione industriale, con la differenza che, a quell’epoca, l’emergere del sindacalismo e del socialismo comportò un contrappeso sociale, per cui le asprezze del regime dell’economia  basata sul libero scontro delle forze umane impegnate nella produzione vennero temperate con misure statali di legislazione sociale, mentre ai tempi nostri ciò non sembra più avvenire.  Insomma, le crisi sociali sembrano risolversi in genere a scapito dei più e a vantaggio di un ceto di privilegiati sempre più ricchi, le cui fortune, per i meccanismi della finanza globalizzata, che consentono di spostare rapidamente la ricchezza finanziaria dall’economia di base a casseforti giuridiche bene al sicuro, non subiscono i contraccolpi delle crisi economiche. Infatti, paradossalmente, i rendimenti dei capitali finanziari sono risultati sempre molto alti, pur durante la fase recessiva globale iniziata nel 2008. Queste fortune dei più ricchi sono in grado quindi di preservarsi e di aumentare sempre più, mentre il potere di acquisto, e quindi di procurarsi benessere, delle masse diminuisce costantemente. Come si osserva nell’encliclica, sulla scorta di una visione delle dinamiche economiche proposta da parte degli studiosi contemporanei, la crisi economica è stata pagata più duramente da coloro che sono meno ricchi in società, e ciò per permettere un rifinanziamento delle banche che a sua volta potesse consentire un più facile accesso al credito industriale da parte di chi aveva risentito meno della crisi. Queste misure non hanno poi influito sulla ripresa dell’occupazione e, anzi, alcuni studiosi hanno previsto da tempo che, se si inizierà a uscire dalla fase recessiva, si tratterà di una ripresa jobless, vale a dire senza aumento dell’occupazione.
 In questa situazione la parola d’ordine lanciata dal sistema di marketing, dai persuasori al consumo, è “si salvi chi può!”. E infatti tutti i moniti sull’importanza di guardare anche al bene comune vengono collegati ad un impoverimento personale, in particolare alla situazione che si viveva nelle società del socialismo reale, che fu rovesciato nel corso degli anni ’90 del secolo scorso in Europa orientale. Ecco però che anche la nostra nuova Europa, basata su principi solidaristici, sul senso del limite  nell’interesse collettivo, sta entrando in crisi. Ma un’umanità così numerosa come quella che vive oggi sul Pianeta richiede organizzazioni capaci di governarne razionalmente la complessità. Un mondo lasciato alle dinamiche bestiali dell’economia e della finanza senza freni e senza regole, alla legge della giungla (ma non quella virtuosa immaginata da Kipling nei suoi libri per ragazzi) in cui ogni organizzazione privata non ha altro freno che quello di analoghe organizzazioni con essa in competizione, salvo stringere effimeri accordi tra organizzazioni simili per dividersi il dominio delle società,  al modo delle società mafiose, è semplicemente un ambiente sociale condannato dalla sua irrazionalità, senza futuro.
 Custodire significa anche  governare. Prendersi cura significa anche dettare delle regole. Questo significa fare politica.
 In genere gli autori dei documenti del supremo magistero sociale si rivolgevano solo  ai capi delle nazioni, per le questioni politiche. Facevano loro la morale, al modo di cappellani di corte. Speravano che alla fine  cedessero su qualche cosa e poi quello a cui puntavano maggiormente era federarsi con loro. Non pensavano che qualcosa di buono potesse venire dalle masse.  Questo dipendeva dalla loro antica diffidenza verso la democrazia, vista aristocraticamente come il regno delle emozioni e pulsioni della bestia umana. In genere pensavano la democrazia come un pericolo per i valori umani, non ritenevano che essa invece veicolasse veramente propri, grandi, valori. La piena, sebbene abbastanza strumentale, accettazione della democrazia da parte della nostra gerarchia del clero risale sostanzialmente al 1991 (!), all’enciclica Centesimus Annus  (=il Centenario) del papa Giovanni Paolo 2°, e comunque essa venne solo di fronte al repentino crollo dei regimi socialisti dell’Europa Orientale e all’esigenza di pensare rapidamente qualcosa con cui sostituirli.  Si prese quello che c’era pronto, ma, in fondo, senza crederci veramente. E, insomma, vorrei sbagliarmi, ma il regime che la nostra gerarchia ha visto storicamente con maggior favore mi pare essere stato quello di Francisco Franco in Spagna, con cui la gerarchia religiosa di quel paese si era di buon grado federata.
  L’orientamento della prima enciclica di papa Francesco va in altra direzione, anche se il discorso non è ancora pienamente sviluppato. Del resto egli non è un capo politico, anche se la sua enciclica ha una forte valenza politica. Si  è chiamati a un lavoro collettivo, ad una riforma sociale in senso dell’ecologia integrale secondo principi che devono essere ancora sviluppati. E’ necessario un lavoro di approfondimento, un impegno nella società, in particolare da parte nostra di laici a cui questo lavoro primariamente compete.
 Noi fedeli di solito veniamo chiamati periodicamente a un lavoro di interdizione, a fare massa contro innovazioni sgradite alla gerarchia. E questa è la politica che ci si aspetta da noi.  E’ stata, mi pare di aver capito, anche il senso della manifestazione di popolo di sabato scorso. In quel tipo di eventi si produce anche un effetto interno alle nostre collettività religiose, ci si conta e si pretende potere in base al risultato di massa ottenuto. I vescovi, in queste dinamiche italiane, contano fino a un certo punto: si vuole fare impressione innanzi tutto sul capo supremo, acquisirne il favore, la stima. E’ una cosa a cui siamo stati abituati, soprattutto negli ultimi quindici anni del papato Wojtyla. Siamo stati papa-boys. L’altro giorno, di fronte alla franca ammissione di questo intento da parte di uno degli oratori convenuti in quella piazza, c’è chi lo ha detto sconveniente. Ma è convenuto per tanto tempo…
 Adesso però siamo chiamati a qualcosa di diverso, a un ruolo propositivo: capire la società e progettarne il cambiamento. Dobbiamo darci da fare, pensare, studiare, discutere.  C’è tutta un’educazione  da riscoprire, da far ripartire. Non sarà facile, dopo tanti anni in cui non lo si è voluto fare, in cui si attendeva passivamente l’imbeccata dall’alto, l’ultimo  strabordante, fluviale, documento normativo su ogni questione controversa.  E sarà ancora meno facile in un ambiente parrocchiale come il nostro, fortemente deprivato del pluralismo che ancora si nota in altre realtà vicine, ad esempio nella confinante parrocchia degli Angeli Custodi, che io ho conosciuto meglio. In parrocchia viviamo una sorta di monocultura centrata sull’interdizione, sull’idea di fare muro  contro la società in cui siamo immersi, vista come essenzialmente malvagia.
 Noi dell’Azione Cattolica indubbiamente siamo ancora portatori di un altro tipo di cultura religiosa, più vicina all’ordine di idee proposto nell’enciclica. La vivacità degli interventi svolti durante le riunioni infrasettimanali del gruppo ha dimostrato che questo è un patrimonio ideale che è rimasto costante di generazione in generazione, dai più anziani ai più giovani.

6. Laudato si’. Felicità rivoluzionaria

[dall’Enciclica di papa Francesco Laudato si’, 24-5-15, diffusa il 18-6-15]

112. È possibile, tuttavia, allargare nuovamente lo sguardo, e la libertà umana è capace di limita­re la tecnica, di orientarla, e di metterla al servi­zio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale. La liberazione dal paradigma tecnocratico imperante avviene di fatto in alcune occasioni. Per esempio, quando comunità di piccoli produttori optano per sistemi di produzione meno inquinanti, sostenendo un modello di vita, di felicità e di convivialità non consumistico. O quando la tecnica si orienta pri­oritariamente a risolvere i problemi concreti degli altri, con l’impegno di aiutarli a vivere con più dignità e meno sofferenze. E ancora quando la ricerca creatrice del bello e la sua contemplazione riescono a superare il potere oggettivante in una sorta di salvezza che si realizza nel bello e nella persona che lo contempla. L’autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercet­tibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa.
[…]
114. Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivo­luzione culturale.
[…]
223. Si può aver bisogno di poco e vivere molto, soprattutto quando si è capaci di dare spazio ad altri piaceri e si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera. La felicità richiede di saper limitare alcune necessità che ci stordiscono, restando così disponibili per le molteplici possi­bilità che offre la vita.


 Il limite dei documenti provenienti dai papi è quello di essere prodotti da una singola persona.  Ci si può sempre chiedere fino a che punto essi manifestino la vita  e la cultura della collettività a cui sono diretti.
 Nel caso della Laudato si’, uno degli aspetti rivoluzionari da essa espressi mi pare l’idea che si debba tener conto, anche in religione, della felicità. Non è una cosa scontata. Se consideriamo le figure esemplari che sono state proposte ai fedeli come ispirazione spirituale per la loro vita, è difficile trovarne di quelle che abbiano considerato la propria felicità, una vera felicità, come un obiettivo. I santi del clero, in particolare, si distinsero per una vita improntata ad un severa penitenza, per cui, per loro, se pure si può anche parlare in qualche caso di letizia, come per di Francesco d’Assisi, non si può in genere parlare di vite felici.
 La felicità in religione è stata spesso accostata all’egoismo e al peccato. Essa poi viene presentata di solito come effimera
 L’idea che si possa avere diritto alla ricerca della felicità è rivoluzionaria, tanto che, come ho ricordato l’altro ieri, essa fu inserita nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America,  un atto rivoluzionario.
 Lo è anche nell’enciclica, tanto che esplicitamente si parla di rivoluzione culturale. Si tratta di un obiettivo che richiede un lavoro collettivo e ai tempi nostri scarseggiano i processi rivoluzionari, salvo quello che, anch’esso a sfondo cupamente religioso ed estremamente violento, travaglia il Vicino Oriente e l’Africa.
 L’organizzazione sociale che dirige le nostre vite non ci rende felici. Per questo occorre cambiarla profondamente. Questa è l’idea del Papa. E noi, che ne pensiamo?



 7. Laudato si’. Un mondo bisognoso di sviluppo

[dall’Enciclica di papa Francesco Laudato si’, 24-5-15, diffusa il 18-6-15]

80. Ciononostante, Dio, che vuole agire con noi e contare sulla nostra collaborazione, è anche in grado di trarre qualcosa di buono dai mali che noi compiamo, perché « lo Spirito Santo possiede un’inventiva infinita, propria della mente divina, che sa provvedere a sciogliere i nodi delle vicende umane anche più complesse e impenetrabili ».[ citazione da  Giovanni Paolo II, Catechesi (24 aprile 1991)]. In qualche modo, Egli ha voluto limitare sé stesso creando un mondo bisognoso di sviluppo, dove molte cose che noi consideriamo mali, pericoli o fonti di sofferenza, fanno parte in realtà dei dolo­ri del parto, che ci stimolano a collaborare con il Creatore [rimanda a  Cate­chismo della Chiesa Cattolica, 310]. Egli è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura, e anche questo dà luogo alla legittima autonomia delle realtà terrene [ rimanda a Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 36]. Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo svilup­po di ogni essere, « è la continuazione dell’azione creatrice »[ cita  Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q. 104, art. 1, ad 4].1 Lo Spirito di Dio ha riempito l’uni­verso con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germo­gliare qualcosa di nuovo: « La natura non è altro che la ragione di una certa arte, in specie dell’arte divina, inscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da sé per prendere la forma della nave » [ cita Tommaso D’Aquino, opera In octo libros Physicorum Aristotelis expositio, lib. II, lec­tio 14].
81. L’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pie­namente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti. Ognuno di noi dispone in sé di un’identità personale in grado di entrare in dialogo con gli altri e con Dio stesso. La capacità di riflessione, il ragionamento, la creatività, l’interpretazione, l’elaborazione artistica ed altre capacità originali mostrano una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico. La novità qualitativa implica­ta dal sorgere di un essere personale all’interno dell’universo materiale presuppone un’azione di­retta di Dio, una peculiare chiamata alla vita e alla relazione di un Tu a un altro tu. A partire dai testi biblici, consideriamo la persona come soggetto, che non può mai essere ridotto alla categoria di oggetto.
82. Sarebbe però anche sbagliato pensare che gli altri esseri viventi debbano essere considerati come meri oggetti sottoposti all’arbitrario domi­nio dell’essere umano. […]

*******

[dal Catechismo della Chiesa Cattolica, 310]

 Ma perché Dio non ha creato il mondo a tal punto perfetto da non potervi essere alcun male? Nella sua infinta potenza, Dio potrebbe sempre creare qualcosa di migliore [si rimanda a Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae, I, q.25, a.6]. Tuttavia, nella sua sapienza e nella sua bontà infinite, Dio ha liberamente voluto creare un mondo “in stato di via” verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta la comparsa di certi esseri, la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi  insieme con il  bene fisico esiste anche il male fisico, finché la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione [si rimanda a San Tommaso D’Aquino, Summa contra gentiles, 3, 71].


 La realtà della natura, come ci viene progressivamente svelata dalla scienza contemporanea, ci parla di sistemi fisici, chimici e biologici in equilibrio precario, le cui dinamiche non sono necessariamente spinte verso la perfezione, per cui nel tempo si passi dal meno perfetto al più perfetto. Per quanto in tutto questo possa essere individuata una logica, per cui entro certi limiti i processi della natura possono essere capiti, spiegati, e per quanto per capire e spiegare questa logica occorra una intelligenza, complessivamente le scienze della natura non riescono a individuare un  disegno intelligente che regga l’universo e, in particolare, un progetto verso la perfezione del cosmo. Ma ciò che è più sconvolgente per l’animo di fede è che la logica che riusciamo a intravedere negli eventi della natura non ci parla di un Creatore buono. La natura, in particolare quel suo aspetto che è la biologia dei viventi, ci appare votata alla violenza e alla distruzione. Il sistema che regge le relazioni ecologiche degli esseri viventi è improntato a una logica in cui tutti mangiano tutti e in cui  senza la morte degli individui non sarebbe possibile la sopravvivenza delle specie. Questa condizione ha preceduto di molto la comparsa degli esseri umani e non può quindi essere collegata a un male da loro prodotto: è semplicemente la natura, che travaglia gli esseri umani come gli altri viventi.
 Questa realtà, che le scienze contemporanee ci rimandano con particolare affidabilità e precisione, era già presente al pensiero degli antichi ed anche a quello religioso. Per quello che so, era tuttavia del tutto estraneo al pensiero di un uomo medievale come Francesco d’Assisi. Egli conosceva da mistico i fatti della natura in cui era immerso, di cui faceva esperienza diretta nel modo comune in cui una persona del suo tempo poteva farla, senza alcuno sforzo speculativo per capirne le dinamiche, le logiche reali. Lo ritroviamo invece, sulla scorta degli antichi, in quello di Tommaso D’Aquino, anche lui uomo medievale, ma studioso delle scienze del suo tempo. La sua idea era quella di una Creazione ancora in svolgimento, verso la perfezione. Essa contrasta con i risultati delle scienze della natura nostre contemporanee nel vedere la natura indirizzata da forme meno perfette a forme più perfette. Lo stesso problema riguarda la teologia del gesuita francese Teilhard de Chardin (1881-1955), il cui pensiero è (molto cautamente) citato nell’enciclica attraverso rimandi a tre papi, a partire dal papa Paolo 6° (per decenni la sua teologia, che cercava di comprendere l’evoluzione naturale in un’ottica religiosa, fu sospettata di errori).
 L’enciclica segnala la drammatica situazione in cui la persona di fede si trova a dover vivere nella nostra cultura, con una fede che confida su un Creatore buono e un universo che non ce ne parla, e cerca di indicare vie per costruire un contesto ideale che consenta di mantenere una visione e un impegno religiosi nel mondo contemporaneo.    La raggiunta consapevolezza del problema, assai grave, è dimostrata dalle molte citazioni (4) di una singola opera del teologo italo-tedesco Romano Guardini (1885-1968), La fine dell’epoca moderna, del 1950, in cui ci cerca di fare i conti con una rappresentazione della natura più aderente a quella rimandata dalle scienze, anche con riferimento ai fatti umani.
 Si cerca quindi di presentare l’umanità come collaboratrice  dell’opera della Creazione in un quadro di ecologia integrale in cui l’azione degli esseri umani, recuperata ad un ordine morale e sottratta alle crudeli dinamiche delle forze naturali come lo è lo stesso Creatore, è essenziale per la sopravvivenza di tutti gli ecosistemi della Terra. Ci si richiama all’orizzonte ideale proposto da Paolo, di una Creazione in preda alle doglie del parto, ma la prospettiva che si propone è assai più di una semplice azione ostetrica, quindi di facilitazione e assecondamento delle forze naturali, trattandosi in realtà di costruire una nuova realtà, ponendo la nuova potenza raggiunta dall’umanità sulla natura al servizio della sopravvivenza dei viventi, umani e non umani. E ciò a cominciare dall’ordine sociale.
 In definitiva, con spirito religioso possiamo pensare ad un universobuono perché esso comprende gli esseri umani, capaci di bene, capaci di elevarsi sulla crudele legge naturale, oltre la belva da cui originarono, per volgersi al bene universale  facendosi  con-creatori. E’ una prospettiva che, benché si cerchi di collegarla ad un pensiero del passato, è piuttosto nuova. Ed è, in particolare, il senso   del limite, che va sviluppato culturalmente e che si pone per gli esseri umani in maniera analoga, ma diversa, rispetto a quello del Creatore, perché da un lato l’umanità rimarrà sempre soggetta alle forze della natura, che sono immani e sovrastano immensamente ogni potenza umana raggiungibile in concreto, per cui gli esseri umani non saranno mai onnipotenti  nel cosmo, e dall’altra, come scritto nell’enciclica, volgersi al bene può significare anche creare  un modello di sviluppo più lento, meno aggressivo sulle risorse del pianeta, perché l'umanità, a differenza del Creatore, è legata da rapporti di dipendenza ecologica con gli altri viventi e con gli ambienti naturali del pianeta e per la sua sopravvivenza consuma  risorse naturali non disponibili in misura illimitata.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli










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