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venerdì 23 dicembre 2016

Critica sociale, fede religiosa e azione sociale: sviluppi nella dottrina sociale

Critica sociale, fede religiosa e azione sociale: sviluppi nella dottrina sociale

 La dottrina sociale fin dall’origine ha espresso anche una marcata critica sociale. Il primo documento del genere dell’era contemporanea viene considerata l’enciclica Le novità, diffusa nel 1891 dal papa Gioacchino Pecci ed era in polemica con il socialismo. Considerava necessarie le diseguaglianze sociali, quelle che nell’enciclica Laudato si’ vengono definite con il neologismo inequità, vale a dire diseguaglianze ingiuste. Leggiamo infatti nel documento del Pecci:

1 - Necessità delle ineguaglianze sociali e del lavoro faticoso
14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell'umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l'impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l'uomo nello stato medesimo d'innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell'animo, lo impose poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo quell'oracolo divino: Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita (Gen 3,17). Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l'uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell'uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v'è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali.  

  L’enciclica Le novità  non è stata il primo documento della dottrina sociale, che si  è sviluppata fin dalle origini e in modo sempre più imponente man mano che, dal Quarto secolo della nostra era, cresceva la rilevanza politica della nostra fede (questa non è stata  una caratteristica solo dell’Islam) e la conseguente potenza politica dell’apparato religioso.
 Nell’Ottocento troviamo un altro importante documento della dottrina sociale, quello definito Sillabo (=elenco, dalla prima parola dell’espressione Elenco dei principali errori della nostra epoca), allegato all’enciclica Con quanta cura (e pastorale vigilanza), diffusa nel 1864 dal papa Giovanni Maria Mastai Ferretti, nel quale si condannavano alcune delle principali idee del liberalismo, tra le quali la libertà di coscienza in materia religiosa, inserita tra le mostruose, false e perverse opinioni.  Lo potete leggere alla pagina WEB
https://w2.vatican.va/content/pius-ix/it/documents/epistola-encyclica-quanta-cura-8-decembris-1864.html
 L’enciclica Le novità  segna però l’inizio di un nuovo filone della dottrina sociale,  nel quale, criticando principalmente il socialismo, se ne recepiscono alcune idee di giustizia sociale. In uno sviluppo durato più di un secolo, si è arrivati quindi a ribaltare la posizione del magistero sulle diseguaglianze sociali, che ora vengono definite non solo ingiuste, ma anche peccaminose  dal punto di vista religioso.  I ragionamenti sulle cause sociali delle diseguaglianze ingiuste sono stati molto approfonditi nel magistero del papa Karol Wojtyla, in particolare a partire dall’esortazione apostolica post-sinodale Riconciliazione è penitenza,  del 1984), e dall’enciclica La sollecitudine sociale (della Chiesa),  diffusa nel 1987. Sono documenti che potete leggere sul Web ai seguenti indirizzi:
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_30121987_sollicitudo-rei-socialis.html
  Nella discussione dell’assemblea del Sinodo dei vescovi del 1983 emerse la discussione sui peccati sociali,  vale a dire quelli che riguardano i rapporti sociali e dipendono anche dall’organizzazione delle società, con le loro strutture sociali,  ad esempio i peccati contro  la giustizia nei rapporti sia da persona a persona, sia dalla persona alla comunità, sia ancora dalla comunità alla persona, quelli contro i diritti della persona umana, a cominciare dal diritto alla vita, non esclusa quella del nascituro, o contro l'integrità fisica di qualcuno; ogni peccato contro la libertà altrui, specialmente contro la suprema libertà di credere in Dio e di adorarlo; ogni peccato contro la dignità e l'onore del prossimo, ogni peccato contro il bene comune e contro le sue esigenze, in tutta l'ampia sfera dei diritti e dei doveri dei cittadini, quelli dei dirigenti politici, economici, sindacali, che, pur potendolo, non s'impegnano con saggezza nel miglioramento o nella trasformazione della società secondo le esigenze e le possibilità del momento storico, quelli dei lavoratori, che vengono meno ai loro doveri di presenza e di collaborazione, perché le aziende possano continuare a procurare il benessere a loro stessi, alle loro famiglie, all'intera società, e infine quelli che si manifestano nei  rapporti tra le varie comunità umane.
  Nell’esortazione post-sinodale Riconciliazione e penitenza  ci si preoccupò che l’idea di peccato sociale non andasse a sminuire la responsabilità delle persone per il peccato personale, osservando che, anche denunciando come peccati sociali certe situazioni o certi comportamenti collettivi di gruppi sociali più o meno vasti, o addirittura di intere nazioni e blocchi di nazioni, si dovesse avere consapevolezza che anche in tali casi il  peccato sociale deriva dall'accumulazione e dalla concentrazione di molti peccati personali. Si tratta infatti dei personalissimi peccati di chi genera o favorisce l'iniquità o la sfrutta. Tuttavia il discorso venne ripreso e sviluppato molto nella successiva enciclica La sollecitudine sociale, introducendo il concetto di strutture di peccato,  vale a dire la somma   dei fattori sociali  negativi, derivanti in particolare dall’organizzazione civile e politica delle società, che agiscono in senso contrario a una vera coscienza del bene comune universale e all'esigenza di favorirlo, orientando le persone verso il peccato sociale. Esse, rafforzandosi e diffondendosi,  diventano sorgente di altri peccati, condizionando la condotta degli uomini. Negli anni ’80 si viveva ancora, in particolare in Europa in un mondo diviso in blocchi politici con ideologie molto marcate, quello degli stati con organizzazione dell’economia capitalista e quello degli stati con organizzazione  dell’economia socialista. Wojtyla nell’enciclica citata ne parlò come di due forme diverse di imperialismo, di ostacoli da superare in quanto caratterizzate da strutture di peccato, in particolare mediante decisioni di ordine politico, orientate da determinazioni essenzialmente morali, le quali, per i credenti, specie se cristiani, si devono ispirare ai principi della fede con l'aiuto della grazia divina. Questa impostazione aprì la strada ad una critica sociale molto più ampia che nel passato, diretta in particolare ad una riorganizzazione sociale e politica che negli anni ’80 si palesò sempre più urgente soprattutto per la crisi terminale, intuita da pochi ma molto chiaramente dal Wojtyla, dell’imperialismo sovietico, e quindi della metà orientale dell’Europa di allora. Questi ragionamenti sfociarono in uno dei più grandi e innovativi documenti della dottrina sociale, vale a dire l’enciclica Il Centenario, diffusa dal Wojtyla nel 1991 in occasione del centenario dall’enciclica Le novità, nel quale, tra l’altro, è contenuta per la prima volta l’accettazione incondizionata della democrazia come unico sistema politico rispettoso della dignità umana. Questo filone del magistero conteneva anche un forte appello al laicato di fede all’impegno sociale, richiamandosi al precedente dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli, diffusa nel 1967 dal papa Giovanni Battista Montini. Critica sociale e azione sociale dovevano andare di pari passo, in questo recependo l’insegnamento del socialismo storico. Questo pur considerando che il Wojtyla, formatosi da capo religioso nell’ambiente del totalitarismo comunista polacco, fu sempre marcatamente anti-socialista, nel filone della prima dottrina sociale ottocentesca.
 Grosso modo si possono distinguere queste fasi nella critica sociale espressa dalla nostra dottrina sociale:
- dal Quarto secolo e per tutto il primo millennio della nostra era: consolidamento dell’affermazione della nostra fede come ideologia politica prevalente tra i popoli intorno al Mediterraneo e poi anche nel nord Europa e lotta di stato contro i dissenzienti teologici e religiosi, dall’Ottavo secolo affermazione progressiva del papato romano come principato vassallo degli imperatori germanici in polemica con l’imperatore bizantino;
- nel secondo millennio e fino al Settecento: consolidamento della posizione del papato romano, come impero religioso feudale,  nei confronti dell’impero germanico, dei nascenti stati nazionali europei, e dell’impero bizantino fino alla metà del Quattrocento, nonché nei confronti della società civile, mediante un esteso e pervasivo sistema poliziesco-giudiziario;
- dal Settecento e fino al Concilio Vaticano 2° (1962-1965): polemica del papato contro liberalismo, democrazia, socialismo, e stati costruiti su queste ideologie, con sollevazione crescente delle masse cattoliche utilizzate come corpo politico in difesa del papato;
- dal Concilio Vaticano 2°: critica ideologica e politica basata su principi religiosi di giustizia sociale con coinvolgimento attivo delle massa cattoliche nei processi democratici, per determinare politiche per il rivolgimento delle strutture sociali di peccato: processi di riforma religiosa e sociale che coinvolgono anche ruolo, funzioni e poteri del papato romano.
 Fino all’enciclica Laudato si’ la critica sociale su base religiosa espressa dalla dottrina sociale era caratterizzata dalla pretesa di autosufficienza: si riteneva sostanzialmente che nelle Scritture e nelle tradizione teologica vi fosse tutto ciò che occorreva per proclamare giusti principi di organizzazione sociale e questo nonostante i sempre più estesi riferimenti alla situazione storica e sociale e all’impiego di nozioni tratte dalle scienze sociali. L’enciclica Laudato si’ è invece caratterizzata da un’analisi che parte dalle considerazioni delle scienze naturali e sociali, applicandovi poi i ragionamenti teologici della nostra fede. Questo  metodo in particolare è evidenziato dalla menzione di due autori: il filosofo e teologo tedesco Romano Guardini (1885-1968), e in particolare del  suo lavoro dal titolo La fine dell’epoca moderna, del 1965, e dello scienziato teologo gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). Ciò crea una base per un’ampia condivisione, anche al di là degli ambienti religiosi,  degli impegni sociali e politici conseguenti, la base per un dialogo con tutti per cercare insieme cammini di liberazione [Laudato si’, 64].

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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