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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 10 dicembre 2016

Nuovo inizio o prosecuzione della costruzione della casa comune?

Nuovo inizio o prosecuzione della costruzione della casa comune?


   Ci sono scadenze, come quella della consegna delle tessere di AC, che sembrano segnare un nuovo inizio nella vita di un gruppo, come anche, su scala via via più grande, di un’associazione, di una Chiesa, di una nazione, di un’era storica.
 Ci fu, tra il 1962 e il 1965, il Concilio ecumenico Vaticano 2°, qui a Roma, e presto ci si divise tra coloro che sottolineavano le  novità, che vi furono e furono molte, e quelli che evidenziavano gli elementi di continuità con le idee e il lavoro del passato. Questo dibattito finì presto per degenerare in polemica, spingendo le persone a schierarsi. Sembrò allora che le novità avessero prodotto un pericoloso disordine e i fautori della continuità si assunsero il ruolo di difensori  di un ordine bimillenario minacciato. Questo sviluppo interferì pesantemente con quel  rinnovamento, spesso indicato con il termine attenuato di  aggiornamento, che era stato al centro dei lavori di quel concilio. A rinnovarsi doveva essere la Chiesa, in un modo nuovo di confrontarsi con il mondo intorno a lei. Si passava dalla polemica ideologica, che aveva caratterizzato l’impostazione dal Settecento in avanti, in particolare nel duro contrasto con i processi democratici e con il socialismo, alla condivisione di gioie, speranze, tristezze e angosce dell’umanità contemporanea: una reale e intima solidarietà con il genere umano e la sua storia (questo l’inizio di uno dei più importanti documenti dell’ultimo concilio, la costituzione pastorale La gioia e la speranza, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo).  Una delle più notevoli caratteristiche del movimento che il Concilio Vaticano 2° volle imprimere al lavoro della Chiesa nella società fu il pressante appello alla collaborazione dei laici, vale a dire dei fedeli che non sono diaconi, preti e vescovi, né sono inseriti in un ordine religioso (frati e suore, monaci e monache). L’Azione Cattolica italiana, dalla fine degli anni ’60, con la riforma attuata sotto la presidenza di Vittorio Bachelet (dal 1964 al 1973), ha fatto della formazione dei laici per questo impegno il suo campo principale di attività, accanto agli altri che storicamente le erano stati propri, vale a dire l’impegno civile per la promozione dei valori di fede nella società e il sostegno alla vita di fede.
  In Italia si esce da un lungo confronto sui temi politici della riforma delle istituzioni fondamentali dello stato. Accostando gli insegnamenti contenuti nell’enciclica Laudato si’,  di papa Francesco, diffusa lo scorso anno, se ne poteva comprendere il valore anche religioso: si trattava infatti di occuparsi della casa comune, che è l’ambiente naturale, urbanistico, sociale, civile e politico che rende possibile ai nostri giorni la vita di un’umanità mai così numerosa. Si è capito subìto bene che non si trattava di decidersi per il Sì o per il No sulla base di impressioni emotive e superficiali, così come accade in genere in certi concorsi artistici, come il Festival di Sanremo. E’ stato necessario approfondire, informarsi personalmente, cercare un aiuto dove non si arrivava con le proprie forze, e dialogare  confrontando le rispettive opinioni. La decisione aveva senz'altro un valore religioso, riguardando questioni di sopravvivenza di una vasta collettività, ma la cultura religiosa non bastava per affrontarla. E’ stato necessario  formarsi  prima di decidere. A questo lavoro serve appunto l’adesione ad un gruppo di Azione Cattolica. Nell’organizzazione dell’Azione Cattolica, che, strutturata come federazione di gruppi parrocchiali e diocesani, ha dimensioni nazionali e internazionali, c’è quello che serve per svolgerlo. Ad esempio, lo scorso anno si è ideato un ciclo per la formazione alla politica dei più giovani, a livello parrocchiale, diocesano e nazionale, a cominciare dai piccolissimi:  si chiamava A noi la parola!. Si è insegnato a gestire un Comune, facendone fare tirocinio. Ne potete trovare l’esposizione alla pagina WEB <http://acr.azionecattolica.it/noi-la-parola>.
  Penso che le persone del nostro quartiere si siano rese conto della necessità di questa specifica formazione, che è, in particolare, auto-formazione, attraverso il dialogo. Ma probabilmente molti non sanno che ciò di cui hanno bisogno c’è già ed è appunto l’Azione Cattolica. Penso che la gente abbia un’idea un po’ vaga di ciò che è l’Azione Cattolica. Probabilmente fanno fatica a distinguerla da altre associazioni e movimenti che animano la vita di fede in Italia. Riprendendo una metafora dell’antico filosofo greco Platone (vissuto tra il quinto e il quarto secolo dell’era antica) riproposta recentemente dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nel corso del dibattito sui temi del recente referendum costituzionale, le comunità possono essere organizzate intorno a pastori  o a tessitori. Nelle prime si segue un pastore, un  cammino  da lui organizzato. Nelle seconde si creano rapporti civili e poi, sulla loro base,  si costruisce  la casa comune, una città. All’Azione Cattolica si attaglia meglio l’esempio del  costruire una realtà civica. Si costruisce secondo un progetto  ed esso è frutto del pensiero di chi partecipa al lavoro. Si lavora democraticamente, l’unico metodo per consentire a tutti di partecipare. Il lavoro in AC è quindi anche tirocinio alla democrazia.  Al centro di questo impegno c’è il  prendersi cura  dell’ambiente naturale, urbanistico, sociale, civile e politico.   Esso è impregnato di valori di fede, come un biscotto inzuppato nel vino (riprendo questa immagine da una poesia udita in gioventù, ma della quale non ho mai saputo l’autore), appunto per quella condivisione di gioie, speranze, tristezze e angosce dell’umanità contemporanea che caratterizza la vita di fede secondo la visione dei saggi dell’ultimo Concilio.
 E costruendo,  innanzitutto progettando, ci si rende facilmente conto che  non si riparte mai veramente da capo, che ogni nuovo inizio  è in realtà una prosecuzione di un lavoro comune. Questo è talvolta tanto difficile da accettare negli ambienti di fede. Ma è la base perché il lavoro di costruttori sia valido: consente infatti di imparare dagli errori del passato. A volte invece sembra che tutto ciò che c’è stato tra i primi tempi, tra i tempi apostolici, dal primo secolo della nostra era, e i nostri tempi sia senza valore, che si possa disinvoltamente ripartire per nuovi cammini disinteressandosi a tutto ciò che c’è stato in mezzo, alla lunga e travagliata storia che ci ha prodotti come società. Così poi si finisce per ripetere all’infinito gli stessi sbagli del passato, ad esempio le stesse intolleranti divisioni e incomprensioni, la stessa presunzione di bastare a sé stessi. In Azione Cattolica non facciamo così: ad esempio quest’anno facciamo memoria della lunga storia associativa che dura da 150 anni, in un percorso non lineare, ma con molte svolte, non di rado drammatiche, dure, specialmente a cavallo tra Ottocento e Novecento,  attraverso le quali però complessivamente si è cresciuti, costruendo  realtà nuove.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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