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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 27 dicembre 2016

Chiamate

Chiamate

  Ho due figlie che si sono formate alla fede interamente nella nostra parrocchia. Sono quindi stato anche il padre di due bambine del catechismo. Nessuno mi ha mai coinvolto in questo lavoro. L’avessero fatto, avrei detto di no? Non posso rispondere per il me di allora. So che venivo dall’Azione Cattolica e che probabilmente, con un qualche aggiornamento  e seguìto dai sacerdoti, avrei forse potuto dare una mano.
  Il problema in religione è che qualche volta manca una chiamata al momento giusto. E uno dei momenti giusti per un genitore è quando ha dei bambini in età da primo catechismo e il porta in parrocchia per questo. Prima spesso è  troppo presto, dopo è quasi  sempre  troppo tardi. A un cinquantenne mancano le forze, a un ventenne possono mancare il tempo e la motivazione. Se uno però ha dei figli piccoli e li porta al catechismo, significa che dietro c’è già molto: desidera una formazione religiosa per i suoi figli e chiede aiuto, capisce che in quel campo non può fare solo da sé. E aggiungo: uno può essere anche un pozzo di scienza in campo religioso, ma non può fare solo da sé, anche se a volte si fa di necessità virtù. Posso dire, ad esempio, che nella formazione religiosa di primo livello delle mie figlie ci ho messo del mio e che, molto probabilmente, senza questo mio apporto non sarebbe andata a buon fine. Posso dire lo stesso per  mia moglie. Infatti nel catechismo parrocchiale delle  mie figlie sono stati fatti diversi gravi errori educativi. Adesso una delle mie figlie fa la catechista in parrocchia ed essendone consapevole, avendoli vissuti e sofferti sulla sua pelle,  spero che non li ripeterà. In qualche modo si è inaugurata una tradizione parrocchiale in materia catechistica: una che ha fatto il catechismo da noi è poi diventata catechista da noi. Non che una persona che viene da fuori non possa fare bene: ma è un’altra cosa. Il lungo periodo di formazione dei giovani prima di iniziare a lavorare, e in Italia in questa fase stanno spesso presso i genitori, consente talvolta un’esperienza che era normale all’epoca in cui i laici iniziarono a collaborare nella formazione religiosa dei più piccoli, più o meno a inizio Novecento, quando ci si spostava molto meno per lavoro: uno ha l’opportunità di fare il catechista dove ha frequentato il primo catechismo.
  Quando sono tornato nel quartiere, dopo circa tre anni di lontananza per lavoro e con una bimba neonata, la parrocchia non mi era familiare, se non per ricordi d’infanzia: da ragazzo mi ero formato alla fede in quella degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, tra gli scout dell’ASCI. Ma era stato  determinante anche il contatto con il cattolicesimo bolognese, attraverso mio zio Achille, sociologo in quella città e un tempo piuttosto apprezzato nella sua Chiesa locale. Il legame superficiale con la parrocchia non faceva emergere i problemi. Quando però ho portato la mia figlia maggiore da noi per il catechismo, ho capito che non era più posto per me, che sarei stato appena tollerato, se però avessi tenuto la bocca chiusa. Era in corso un particolare esperimento comunitario, che aveva richiamato da noi anche molta gente da fuori e che divergeva nettamente,  esplicitamente  e addirittura polemicamente da tutto ciò di cui ero stato partecipe. E non sto qui a dilungarmi, perché ne ho molto scritto in interventi precedenti e poi mi pare che sia diventata un po’ acqua passata, per cui non c’è nemmeno più l’utilità attuale di tirar fuori certe memorie spiacevoli.
 C’è un problema tra noi, che è analogo a quello dell’intera città: fare della gente una cittadinanza, partendo dalla condizione di semplici utenti di servizi. Questo significa la consuetudine di  un dare e di un ricevere al di fuori di rapporti mercantili, nei quali ciascuno vuole sempre ricevere il più possibile dando il meno possibile. E’ la logica del volontariato civico, tanto sviluppato in Italia da essere divenuto una vera e propria caratteristica nazionale. Lo abbiamo visto nei tragici eventi di quest’anno: c’è sofferenza e la gente accorre, si organizza. Chi glielo fa fare? Una parte importante del servizio nazionale di Protezione civile è strutturata su queste basi. Ricordo di aver notato con grande soddisfazione che i miei capi scout agli Angeli Custodi erano tutti inquadrati nella Protezione civile. Una volta facemmo un’uscita con un accesso in una grotta e portarono i caschetti della Protezione civile, io me ne misi uno e non volevo più lasciarlo. Quello della Protezione civile è un servizio faticoso che può anche diventare rischioso: perché la gente lo fa gratuitamente, volontariamente? E da qui che penso si debba ripartire per riorganizzare un contesto civile, anche in parrocchia, dove bisognerebbe suscitare un senso di cittadinanza religiosa, di appartenenza partecipe, amicale, attiva.
 Il ruolo dei genitori dei bambini del catechismo è solo quello di portare i figli e di venire a riprenderli? Così li lasciamo nella condizione di semplici utenti. Sono persone di trenta, quarant’anni, le forze che mancano in parrocchia per far riprendere la vita religiosa di quartiere come esperienza di massa, non come serra di specie selezionate. C’è una chiamata per loro? E chi dovrebbe chiamare? Ah, ma tra i cattolici questo è compito dei sacerdoti! Hanno il carisma e l’autorità per farlo. Nessuno li può sostituire in questo, con i nostri attuali statuti religiosi. La gente che già è più coinvolta in parrocchia deve innanzi tutto non ostacolare questo lavoro. Prima dell’era attuale, ho notato che si era molto sospettosi con la gente di fuori, che era poi semplicemente la gente del quartiere che si avvicinava per qualche motivo alla parrocchia. Nessun laico  dovrebbe sentirsi autorizzato a scrutinare l’altra gente per decidere chi sta dentro e chi sta fuori. Perché altrimenti la chiamata di cui ho parlato viene guastata da un ambiente ostile. In questo c’è necessità di quella ecologia  civile di cui si legge nell’enciclica Laudato si’.
  Costruire una tradizione… Passare costumi e convinzioni da genitori a figli: la fede è fatta anche di questo. Non iniziamo mai da capo. E questo anche se nel tramandare mettiamo anche del nostro. Diffido di quelli che propongono di distruggere tutto per poi ricostruire dalle macerie. Non è così che mi hanno insegnato a proporre la fede agli altri. In religione si fa i conti con una lunga storia che è importante nel bene e nel male che si è fatto: bisogna averne consapevolezza per non ripetere gli errori del passato. E’ il lavoro di purificazione della memoria, sul quale siamo stati chiamati ad esercitarci a partire dal Grande Giubileo dell’Anno 2000. A volte invece è come se si pensasse che in religione c’è stata una degenerazione, in particolare dopo l’ultimo Concilio, e che si debba correggere, e innanzi tutto demolire, non si sa bene quali eresie, cominciando con il tenere lontano i dissenzienti o i recalcitranti. E’ così che poi si cerca di imporre certe immaginifiche restaurazioni, che ci rendono inadatti ai tempi nuovi, quindi inutili, sprecando tanto lavoro di aggiornamento che si è fatto in questi ultimi cinquant’anni, per costruire poi esperienze comunitarie per pochi, da cui la gente se può fugge, in particolare i giovani. E poi questo passato che si vorrebbe proporre, a correzione del nuovo che c’è stato in questi anni, non è il vero passato, del quale o non si ha memoria veritiera o se la si ha se ne rifugge con orrore, ma una specie di  neo-passato, qualcosa che non c’è mai stata veramente, una completa rivisitazione abbastanza arbitraria della storia di fede.
  Un tradizione vive in un popolo e nella sua fede. Ma se diffidiamo della gente che si avvicina noi e la teniamo lontana, che tradizione costruiamo o pretendiamo di ravvivare? E perché poi ci stupiamo se i bambini del catechismo ci lasciano presto, appena possono sottrarsi all’autorità dei genitori? Teniamo lontano i genitori e allora poi si allontanano anche i figli. Si perde una tradizione. E senza una tradizione si deve sempre ripartire da capo, ciò che nella nostra fede non solo non  è possibile, ma non è neanche ammesso. Si sogna di essere tra i pagani  del primo secolo della nostra era e invece viviamo tra masse cristiane che hanno solo bisogno di riscoprire il filo di una tradizione di fede.
  Concludo riportando alcuni brani tratti da una meditazione di Paolo Giuntella, “Racconto del «tesoro» di un popolo”, inserita nel prezioso libretto “Il gomitolo dell’alleluja - Di padre in figlio il filo della fede”, edito da AVE, l’editrice dell’Azione Cattolica, €9,00, attualmente in commercio:

Questa piccola raccolta di brevi meditazioni su temi apparentemente, solo apparentemente, non collegati tra loro può sembrare quantomeno strana. Ma ha, invece, le sue giustificazioni e il suo filo conduttore.
 La prima giustificazione è un furto. Un furto tra le carte di mio padre e la scoperta di una meditazione sul Pater non destinata alla pubblicazione e che riassume il senso di una vita e quel «trapasso di nozioni» della fede, come il maestro dei novizi in un monastero, che da lui e da mamma abbiamo ricevuto in famiglia. Il cuore vissuto della grande questione dell’«educazione cattolica», quella catechesi quotidiana che crea le radici e trasmette la coscienza d’appartenere non a una società perfetta e ipostatizzata, non a una «religio» astratta, ma a un popolo, a quel popolo di Dio che cammina dai tempi di Abramo e che continuerà a camminare fino alla Parusìa.
 C’è tra le generazioni, un linguaggio diverso per esprimere la fede, che nasce da formazioni culturali, da esperienze personali, da situazioni e memorie storiche diverse, e che pure approda agli stessi noccioli duri: la croce, l’Eucaristia, la vita eterna, la carità, il travaglio tra la tensione alla sequela e i tradimenti quotidiani, tra la ricerca  dei sentieri alla santità e i limiti meschini delle proprie ribellioni. E c’è questo mistero immenso del popolo che, nonostante tutto, cammina, compie un pezzo di sentiero in più nell’esodo cosmico verso il punto omega, la contemplazione della signoria di Cristo. Non per meriti propri, ma per la trasmissione di questo «filo rosso» della fede che parte dal Padre e passa per i «padri», e dunque anche per la lunga storia delle famiglie, dalla famiglia di Abramo alle nostre fino al compimento della storia. Ho sempre pensato che il richiamo ai «padri» dell’Antico Testamento e di Stefano negli Atti non fosse soltanto il richiamo ai sacerdoti e ai profeti del popolo, ma proprio a tutti gli «antenati», a tutte le donne e gli uomini del popolo di Dio che hanno trasmesso il testimone della fede, essi stessi «maestri» (e quante volte «dottori» della fede pur senza cattedre e pulpiti).
  Per questo ho sempre ascoltato con molta commozione, nella messa di Natale, la lettura della «genealogia» di Gesù di Nazaret, che sembra fondare subito, proprio attraverso quei nomi, e il mistero dell’Incarnazione in tutta la sua concretezza, e la sacerdotalità del popolo di Dio, quasi che le parole della Lumen Gentium siano scolpite con le stesse pietre calpestate dagli «antenati» di Gesù e poi da tutti i suoi discepoli, quasi che le parole della costituzione conciliare evochino quei nomi e profumino dei venti della Palestina.
 Ho vissuto con particolare forza questo senso  della «trasmissione delle nozioni» della fede, le radici alle quali ero stato allevato, incontrando uomini e donne delle «opere», cioè della testimonianza, riconoscendovi quel racconto della storia del popolo, quel «raccontare la fede», da Giuditta, Sara, David, Giosuè, Giobbe, Giona, Mosè, Matteo, Giovanni, Paolo, Francesco, Thomas Becket, Tommaso Moro, Filippo Neri, il santo Curato d’Ars, Benedetto Giuseppe Labre, Pier Giorgio Frassati, Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Charles de Foucauld, ricevuto in famiglia. Ecco dunque il «legame»: quando mi  è capitato d’incontrare la «santità» in cammino sulle strade, mi è parso di «ri-conoscere» persone che in realtà avevo già conosciuto nel racconto della fede ricevuta, anche se avevano altri nomi”.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


  

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