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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 15 giugno 2016

Un ricordo di Paolo Giuntella

Un ricordo di Paolo Giuntella

 Da universitario frequentai Paolo Giuntella e i suoi amici, ricavandone una impressione molto forte, che mi ha segnato per tutta la vita.
 Notizie biografiche su Paolo Giuntella possono aversi sul Web a questo indirizzo:
https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Giuntella
 Di seguito trascrivo alcun pezzi su di lui, un pezzo suo che ho trovato sul WEB e un brano della prefazione di Vincenzo Passerini  al libro di Giuntella La fedeltà - trasgressione e follia per il mondo, Il Margine, 2009, che sto leggendo in questi giorni.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte  Sacro, Valli

IN RICORDO DI PAOLO GIUNTELLA
Un leader per i ragazzi di Zac, della Rete, dell’Ac...

Il viandante della parola
Sognava «un partito progressista liberal promosso anche da cattolici», certo che ai cattolici toccasse la missione di tenere insieme riformismo e profezia

di Marco Damilano
tratto da Europa – martedì 27 maggio 2008

Sulla parete della stanza, interamente coperti da scatole di sigari, pile di libri, copertine di cd, spuntavano un manifesto di Benigno Zaccagnini del ’76 («Ha vinto Zac»), una immagine di Gandhi con Chaplin e la foto di un convegno a Brentonico del 1983, con Pietro Scoppola, Achille Ardigò e Roberto Ruffilli a parlare di Moro e Bachelet e in piedi lui, il padrone di casa.

L’ospite che per la prima volta metteva piede nell’antro veniva accolto da uno spiritual a tutto volume e da Paolo, in apparenza poco intenzionato a metterlo a suo agio, almeno nei cinque minuti iniziali.
Perché poi da lì partivano discussioni interminabili, serate indimenticabili.
Giovedì 22 maggio Paolo Giuntella si è «accoccolato nel Signore», come amava dire. Lo si è ricordato come giornalista del Tg1, scrittore, presidente della Lega democratica di Ardigò, Scoppola, Gorrieri, Gaiotti De Biase, Lipari, Prodi, fondatore dell’associazione Rosa Bianca... Tutto vero. Ma Paolo è stato molto altro ancora. Valgono per lui le parole che aveva usato per l’amico Cesare Martino, sociologo prematuramente scomparso: «Evangelicamente libertario e anarco- cristiano». Un intellettuale militante, un viandante della parola. Un nomade irrequieto di dogmi, ideologie, incasellamenti.
Eppure tenacemente attaccato alle sue convinzioni, solido sulle sue radici, un albero ben piantato sul fiume. Non aveva mai dimenticato la lezione di Mounier: l’avvenimento sarà il tuo maestro interiore.
I fatti della quotidianità e le persone in carne e ossa, perché «i pensatori si accorgeranno della fine del mondo un quarto d’ora dopo». I suoi eroi erano due giornalisti, irregolari come lui: il convertito Gilbert Chesterton, di cui rivendicava la passione per la birra e i sigari, e Giuseppe Donati, per la fedeltà sofferta alla Chiesa, perfino nell’amarezza dell’appoggio al fascismo.
Giuntella è stato il personaggio più irruento di una generazione, quella dei cattolici democratici cresciuti tra gli anni Sessanta e gli Ottanta. I figli e i nipoti del Concilio, di Lazzati, Dossetti, Montini, segnati per sempre dalla decapitazione delle intelligenze migliori, Moro, Bachelet, Ruffilli.
Una cultura che non può essere rinchiusa nei confini della Dc o della sinistra dc, né tantomeno nel recinto più ristretto dei partiti che ne hanno preteso l’eredità, come la parabola di Paolo dimostra. Una storia poco raccontata: in libreria e in tv dilagano i cuori neri e i loro omologhi rossi, ma non questi credenti che rappresentano un bel pezzo del paese, cattolici e anti-integralisti, movimentisti e istituzionali.
Colpa del silenzio di tanti, colpa del deserto provocato da venti anni di mortificazione dei laici nella Chiesa.
In questo deserto Giuntella non ha mai smesso di gridare, con mitezza e ironia.
Girava senza sosta l’Italia in lungo e in largo, per parrocchie, associazioni, comunità.
Viaggi in macchina che potevano durare anche otto ore, con lunghe soste in trattorie poco frequentate. Lui, autorevole volto del Tg1, si spostava anche per poche persone. Estraeva dal quadernino valanghe di spunti, provocazioni: l’ultimo libro, l’ultimo disco jazz, «perché a credere sono rimasti solo i musicisti», l’ultima litigata...
Disordinato, magnificamente disorganico, spiazzante. Una volta, cambiando le parole, intonò Bandiera rossa davanti a Veltroni, un po’ imbarazzato. Un vero leader per i ragazzi di Zac e per quelli della Rete, per i giovani di Azione cattolica, Agesci, Fuci, Acli, con un credo riassunto nello slogan del cileno Rodomiro Tomic: «Non esiste il centro tra giustizia e ingiustizia».
Il suo sogno era un «partito progressista “liberal” promosso anche da cattolici».
Con la certezza che ai cattolici fosse assegnata la missione di tenere insieme riformismo e profezia, cultura di governo, tensione ideale e sentimento popolare. E il compito di evitare per la sinistra post-ideologica la fuga in «una modernizzazione affascinante ma senz’anima, legata a una secolarizzazione in cui è radicalmente estromessa la questione del senso», come aveva previsto già nell’87.
Quel partito si chiamava Ulivo e poi Partito democratico. Ma quando il Pd è finalmente arrivato, Paolo aveva già cambiato passo. La sua buona battaglia si era spostata sul fronte del pluralismo ecclesiale, la sua più grande preoccupazione.
Ha continuato a lavorare fino all’ultimo, sempre più con l’occhio al mondo, dai gesuiti salvadoregni trucidati dagli squadroni della morte all’adorata Irlanda alla comunità congolese di Roma, tutti componenti della sua ideale Internazionale delle Beatitudini, l’unica in cui si riconoscesse davvero.
E quando vedeva colleghi magari ex gruppettari sgomitare a caccia di posti e visibilità sorrideva ricordando che il suo libro di formazione era Opinioni di un clown di Heinrich Boll: il giullare che strappa la maschera al potere, lo demistifica, lo rende nudo.
Solo lì, nel tramandare di padre in figlio il gomitolo dell’alleluja, il filo disperso che sembra impossibile acchiappare nella tragica storia degli uomini, vedeva la possibilità di un cambiamento anche sociale e politico, la speranza di cieli nuovi e terre nuove, l’attesa che la notte finisca, perché la notte si fa più scura quando il mattino sta arrivando. Chi ha ascoltato ai suoi funerali trasformati in una danza della vita le parole dei figli Osea, Tommi e Irene sa che il tesoro è ben custodito. Nella sua camera aveva appeso tre poster di Chagall pieni di blu: il blu è stata la prima cosa che ha visto quando è arrivato lì, di fronte all’Osteria del vecchio d’Israele dove, Paolo ne era sicuro, sui tavoli di legno portano il vino di Cana, «che è gratis, non sbronza mai e non fa male».


EDITORIALE
Paolo Giuntella, me lo vedo sghignazzare per il bordello che è riuscito a mettere in piedi anche al suo funerale
di Ennio Remondino
Chi si fosse trovato sabato 24, attorno all’una e mezza, bloccato nel traffico lungo viale Mazzini, all’altezza della chiesa di Cristo Re, sappia che la colpa è stata tutta di Paolo Giuntella. Centinaia e centinaia di persone sulla scalinata della chiesa, come su di una gradinata a sentire e partecipare ai canti afro di un gruppo misto di giovani neri e bianchi che mischiavano inni alla gioia e alla speranza in congolese o inglese o qualunque lingua a loro piacesse. Festa per Paolo, che se ne stava finalmente a riposo, liberato dalle sofferenze umane di ieri, sghignazzando certamente per il bordello che era riuscito a mettere in piedi anche al suo funerale.
Paolo Giuntella, per quelli di voi che ancora guardano la televisione, era quel buffo signore con farfallina e barba che per una decina d’anni ci ha raccontato sul Tg1 del Presidente della Repubblica. Quirinalista, si dice, che poi vuol dire il giornalista incaricato di seguire il Capo dello Stato in ogni sua visita ufficiale, in Italia o per il Mondo. Paolo, pur prigioniero dello strettissimo protocollo di rito e sicurezza, è riuscito sempre e comunque a dirci cosa era accaduto, cosa era stato detto e, soprattutto, cosa era sottinteso. Ai confini con l’impossibile. Paolo Giuntella se n’è andato dopo aver combattuto la sua ultima battaglia contro la malattia e averla persa. Del resto, quella per le cause perse era vocazione di vita per Paolo.
Contro la povertà, contro il razzismo, contro le discriminazioni, contro l’ingiustizia sociale, contro l’ipocrisia, contro la menzogna, contro il carrierismo, contro l’uso privato del bene pubblico della televisione. Destinato a perdere, a guardarsi oggi attorno. Cattolico democratico, potremmo chiamarlo. Per chi non lo amava, un “catto-comunista”. Paolo era sicuramente un uomo di grande fede ed un uomo di radicata, profonda, assoluta convinzione democratica. Una forza morale che c’è piombata addosso anche sabato, quando ha taciuto lui, attraverso le parole di preghiera della moglie e dei figli. Una forza interiore in grado di far paura.
In quelle due ore e mezza di riflessione che Paolo c’ha regalato ho scoperto un modo pratico e pubblico per misurazione della fede personale in Dio. Sul volto di chi credeva che Paolo fosse tornato alla Casa del Padre, persino qualche sorriso o comunque lacrime serene. Le lacrime più difficili da ingoiare erano quelle di noi che non avevamo la consolazione di poterlo reincontrare. Fede condivisa, fede smarrita, assenza di fede e, per assurdo, una fede comune e forte che ha unito tutti quelli che assiepavano la chiesa. La voglia di stringersi attorno ad una fragile umanità di valore che dava senso a quel mestiere meraviglioso e assieme di merda che molti di noi avevano condiviso con Paolo.
Giornalista di razza, si diceva una volta. Certamente un uomo buono. Un “galantuomo”, verrebbe da chiamarlo, parola ormai vietata per contratto. Anche occasione per ritrovarli, quei galantuomini che danno ancora speranza in un’Italia migliore. Carlo Azeglio Ciampi che resta per le oltre due ore attorno alla bara di Paolo e che esce alla fine, nel saluto quasi confidenziale di tanti giovani: “Buon giorno signor Presidente”. I due corazzieri accompagnano la corona di Giorgio Napolitano e ne fanno le veci. Anche un pezzo di ciò che resta di quel giornalismo di “Servizio pubblico” Rai, l’orgoglio del Vecchio Tg1, quello di sostanza che meno appare, troppo spesso evocato e troppo poco praticato.
Un giovanotto, uno scout come era Paolo, probabilmente, ponendole come preghiera dei fedeli, ha detto alcune cose che mi hanno colpito. Insegnamenti alla Giuntella, filosofia di vita. Uno: “Su questioni come povertà, guerra, ingiustizia sociale, non esiste una lettura di destra, di centro o di sinistra. O si è da una parte o si è dall’altra”. Assieme, in tempi di nomine Rai, avevamo elaborato un’altra considerazione: “Le porcate non sono né di destra né di sinistra. Sono semplicemente porcate”. In chiesa un altro ragazzo, citando l’invocazione evangelica ai cristiani dell’essere sale e lievito, ha ricordato il paradosso educativo e politico tipico di Paolo: “L’identità cristiana non può voler dire farsi saliera e forno”. Anti ideologismo per un’inossidabile idealità.
Paolo Giuntella era molto di più e molto meglio di quanto io sia capace di raccontare. Io ho perso un amico, un fratello di tante speranze, obiettivi, di tante illusioni che illuminano la vita. Tutti noi abbiamo perso un bravo giornalista ed un galantuomo, e non è una sottrazione da poco.

Qualcosa che avrei voluto dirvi

di Paolo Giuntella
tratto da Europa – giovedì 29 maggio 2008
Cari amici, purtroppo non sono potuto venire. Avevo molto desiderato di partecipare a questo incontro per ragioni affettive, per rivedere tante persone a cui ho scoperto – pur non vedendoci – che sono legatissimo nel profondo.

(...) E poi perché credo sia urgente ricollegare tutte le amicizie spirituali, tutte le energie, per lottare con tenerezza ma tenacia dentro la Chiesa perché non si chiuda alla riforma incessante evangelica e al mondo esterno.
Ho trovato nell’estratto di un contributo per la Rivista di storia della chiesa in Italia di mia sorella Maria Cristina, purtroppo arrivatoci postumo, una frase tratta da una circolare di Giovanni Battista Montini per la giornata fucina del 1927 che trovo molto, molto attuale, e per me rappresenta anche un testamento spirituale di Cristina.

  Per ricordare Paolo Giuntella a una settimana dalla morte, ci sembra significativo offrire il testo, inedito, dell’intervento che avrebbe voluto svolgere a Camaldoli, nello scorso novembre. Lo avevano invitato la comunità monastica e il gruppo Oggi la Parola, che raccoglie alcuni suoi amici fin dal tempo dell’Università. Paolo aveva accettato con entusiasmo, però infine non aveva potuto salire a Camaldoli, ma solo scrivere questo messaggio. Il convegno si proponeva di essere una ricerca dei semi di Verità (fra tanta menzogna) nella vita civile, ecclesiale e quotidiana; e lui aveva voluto inviare affettuose e limpide parole di verità sui temi dell’amicizia, della sua professione giornalistica, della vita politica e religiosa, e della sua stessa malattia. Ne emerge una dichiarazione di amore per tutte le cose belle perché vere, per la cultura, il coraggio e la sincerità.

Costruire la verità nell’amore: è la testimonianza non solo “spirituale” ma anche “politica” di Paolo.
(angelo bertani)

Scriveva Montini: «Noi ignoriamo questo mondo che ci circonda, che cammina a fianco, ma contro la nostra fede e la nostra concezione della vita. Noi lo ignoriamo perché non lo amiamo come si deve.

Non lo amiamo perché semplicemente non amiamo ».
Noi proponiamo ma Dio dispone. Sono veramente dispiaciuto di non essere con voi. Vorrei dirvi burlescamente della disavventura che mi è capitata, di cui sono costretto ad affrontare gli effetti collaterali. Il Gran Cornuto, così io chiamo il cancro perché va sfottuto, non bisogna esserne prigionieri, si è ripresentato in un altro sito del mio corpo… io non ho paura di parlare di queste cose, credo che ormai questo male che ci rende “diversamente sani” – io mi sento un “diversamente sano”, non un malato – sia talmente diffuso che possa essere condiviso senza timori. Lo vedo nell’ambulatorio del Gemelli dove faccio la chemio.
C’è una ressa da metropolitana nelle ore di punta. Il mio amico David Mc Knight, grandissimo antropologo scozzese della London School of economics, quando dovette affrontare questa terapia e vide tutta la gente in attesa, con humour britannico disse: «This is very popular, fantastic».
Quanto al linguaggio della politica, avrei voluto volentieri discutere, soprattutto sul piano esistenziale, dei cambiamenti avvenuti da quando si era fucini a oggi, insomma da Aldo Moro a Calderoli per esempio. I media, soprattutto la tv ma anche i giornali, hanno forse preceduto la spettacolarizzazione e dunque la banalizzazione del linguaggio della politica, senza incidere sulla possibilità di raccontare meglio quello che effettivamente accade, perché hanno preferito la strada dell’audience e delle vendite con gossip, ricerca di battute brillanti ma spesso piene di nulla o copertura populista degli interessi costituiti. Questo è accaduto e accade in tutti i paesi del mondo occidentale e anche in non pochi paesi del secondo e del terzo mondo.
Anche a causa dell’impoverimento della classe politica.
È sotto gli occhi di tutti quante leadership mondiali abbiano curricula ridicoli. Frutto dei costi, anche stellari, della politica e della necessità di comunicazione mediatica a bassa qualità, immediata, per conquistare consensi solleticando la pancia piuttosto che l’intelligenza degli elettori. I politici, e soprattutto i primi protagonisti della vera ondata dell’“antipolitica”, a mio giudizio Lega Nord e Forza Italia, subito intuito la potenza del linguaggio brutale, sloganistico, di propaganda e provocazione, di quello che io chiamo il linguaggio preteristituzionale, cioè che prescinde completamente da qualsiasi riferimento alle istituzioni, allo stato, al bene comune o all’interesse collettivo.
La cultura istituzionale, la cultura delle regole, la cultura della legalità , è sempre più assente – anche per progressiva crassa ignoranza – dal linguaggio delle tante corporazioni italiane, di tanti settori (forse maggioritari) della società civile, che non è affatto migliore della società politica, anzi. La società politica in Italia è l’espressione di questi impulsi primordiali e quasi dominanti, di questo linguaggio semplificato, banalizzato, lontano da ogni consapevolezza non dico della complessità ma almeno della interdipendenza degli stessi interessi costituiti. Dobbiamo smitizzare dunque la società civile che, purtroppo, non è solo il volontariato, i movimenti per la pace, i movimenti di nuova cittadinanza, di lotta alle mafie e al pizzo, ma è anche e forse soprattutto questa altra Italia che attinge la sua “educazione civica” e valoriale, dai modelli del “Grande Fratello” o dell’“Isola dei famosi”, che continua nonostante l’azione di questo governo a vantarsi di evadere le tasse al mercato, nei bar, nelle botteghe, senza pudore.
Ora purtroppo, e non solo in Italia, esiste invece un grave handicap, quasi strutturale, di comunicazione delle forze politiche democratiche e progressiste, di settori e personale politico (anche locale) che custodisce pur nel marasma delle mediazioni obbligate, la cultura e il linguaggio delle regole e dell’interesse collettivo.
Basta pensare a come questo governo non ha saputo raccontare, persino a me, a un addetto ai lavori, i benefici della scorsa finanziaria o di quella in gestazione. Che pure ci sono, e sono strategici.
Quotidiani e tv, anche nei casi migliori e più intellettualmente e professionalmente onesti, sono quasi sempre al servizio dell’autoreferenzialità della società politica: dal vizio delle battute, alla ricerca della provocazione; soprattutto perché la stragrande maggioranza dei politici lancia messaggi agli alleati o agli avversari. Questo è un difetto tipico italiano. In altri paesi, Francia, Gran Bretagna, Germania, non esiste, ad esempio, il pastone politico o la nota quotidiana, e non si inseguono le battutacce (accade, ma poche volte all’anno) di quel leader o piccolo ras di una formazioncina politica magari di due senatori che – come i maggiori leader del resto – senza comparsate tv e senza messaggi vuoi brutali vuoi insinuanti e intepretabili in modi diversi, non avrebbero alcun ascolto e dunque metterebbero in crisi la loro stessa presenza.
E i programmi? I programmi sono subalterni alla brutale banalizzazione della politica, e alla navigazione a vista. Pochi cittadini ne sono informati.
Così diventano essi stessi una finzione, o una spettacolare quanto banalizzata occasione di performance televisiva.
È anche vero però che in questa situazione il linguaggio arcaico, e forse più nobile, della prima repubblica, è talmente fuori mercato che impone a tutti un nuovo lessico popolare (forse come quello super ideologico e didattico degli anni ’50, ma comprensibile), soprattutto per queste masse di persone che colgono le istituzioni e la rappresentanza politica solo come “casta”, come mondo a parte, come potere distante che ammannisce balzelli oppure favori.
A me è capitata casualmente, la fortuna di fare il corrispondente dal Quirinale con due galantuomini, custodi – spero non solo per l’età – della cultura delle regole e della Costituzione.
Ciampi fece una precisa scelta di comunicazione politica. Utilizzando, se si vuole, anche “miti” per noi un po’ superati o ingombranti – Tricolore, Inno di Mameli, un ritorno di patriottismo tuttavia democratico – ma allo scopo di ritrovare dei punti di riferimento comuni per gli italiani, che a livello simbolico superassero le corporazioni, le divisioni per interessi ed egoismi economici, in una fase delicatissima quando si parlava addirittura di secessione. E tanto più utile è stata questa retorica democratica – peraltro sempre accompagnata da una sorta di vera e propria pedagogia democratica con discorsi anche semplici e volutamente divulgativi sulla Costituzione, sulla separazione dei poteri, sulla Resistenza, in un periodo di ondata revisionista come fondamento non retorico ma vitale della democrazia italiana.
A volte, soprattutto nel periodo del governo della Casa della Libertà, ho avuto difficoltà, pressioni, per edulcorare il pensiero di Ciampi. Con il presidente invece c’era una specie di patto silenzioso.
Io forzavo un pochino in una certa direzione i suoi interventi cercando però di conservare l’equilibrio.
Con lui il rapporto – come con Napolitano oggi – è stato ottimo, e personalmente mi ha salvato tre volte dal rischio dell’epurazione. Perché io conoscevo il suo vero pensiero, spesso frenato per senso di responsabilità e lui però si fidava.
Ma la necessità della traduzione, la necessità di resistere alle pressioni e ai condizionamenti è stata per me una fonte di stress, di ipertensione. Mi è capitato di difendermi con le parole del presidente: «Il giornalista deve rispondere alla sua coscienza, e deve conservare la schiena dritta». Tre episodi per farvi capire. In visita in Marocco il presidente fece un buon discorso sull’emigrazione. Ricordando il nostro passato di emigranti, affermando l’eguaglianza di italiani e immigrati nei doveri e nei diritti, e affermando che la comunità marocchina (per le proporzioni molto cospicue di immigrati) in Italia aveva il record della legalità e dei comportamenti locali, nonostante l’immagine negativa derivante dagli stereotipi. Poi disse anche che l’Europa e l’Italia non avevano gli stessi spazi dell’America per l’accoglienza e che quindi, in qualche modo, andavano cercate delle regole per governare i flussi immigratori. Al tg volevano che facessi sentire solo quest’ ultima frase di Ciampi. Risposi: allora fatevelo da soli a Roma. E inflessibile feci il pezzo come volevo.
Alla vigilia della grande manifestazione pacifista contro la guerra in Iraq, in vista a Palermo, chiedo al presidente: «C’è un estremo tentativo a Bagdad del cardinal Etchegaray, cosa ne pensa?».
Riposta: «Ogni tentativo di scongiurare la guerra è buono». Poi nel servizio feci vedere Ciampi che andava a parlare con degli studenti che avevano la bandiera della pace. Berlusconi aveva ordinato ai suoi giornali di riferimento di non far mai vedere le bandiere della pace. Fui accusato – da Palazzo Chigi e dalla mia direzione – di aver fatto un “agguato pacifista” a Ciampi e per un giorno, finché il presidente non ha visto il servizio ed ha detto che era correttissimo, ho vissuto in terra di nessuno.
Poi la difficoltà di tradurre i rinvii delle leggi, in particolare la Gasparri sulla tv e quella sulla riforma della giustizia. Ho molto sofferto per la necessità di ridurre in un minuto e mezzo tutti i rilievi importanti del presidente, dovendo tenere conto della correttezza e della ascoltabilità e comprensibilità per il pubblico frettoloso della tv. Spesso ho vissuto drammi di coscienza e scrupoli di non aver fatto la migliore sintesi dal punto di vista dell’onestà intellettuale. Ma la consolazione, come mi disse una volta, agli ottant’anni del cardinal Silvestrini Walter Tocci deputato ds (ora democratico) romano, era che i miei pezzi erano un’isola in quel tg1, e si capiva benissimo dove cercavo di andare a parare.
Certo, a volte, rimpiango il giornalismo di cronaca, l’esperienza nei Balcani e soprattutto in Kosovo, o alla ricerca del lato umano in terremoti o alluvioni, o persino del lato umoristico della vita attraverso storie e personaggi strampalati che andavo a cercare. Ma questa esperienza, pur un poco ingessata e, come dire, istituzionale, è straordinaria proprio dal punto di vista dell’efficacia del linguaggio politico dei due presidenti, della traduzione possibilmente onesta, e delle reazioni degli interlocutori politici.
Grazie, spero veramente di esserci il prossimo anno. Un grande abbraccio soprattutto a quelli che non vedo da troppo tempo.

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Dalla prefazione di Vincenzo Passerini  al libro di Giuntella La fedeltà - trasgressione e follia per il mondo, Il Margine, 2009.

 Paolo è m orto quando cominciavamo a scrivere insieme proprio un “racconto” del cattolicesimo democratico in forma di dialogo. Avevamo abbozzato nel dettaglio l’indice del libro, preparato  le domande e le schede. Lui mi aveva preparato anche un  pieno zeppo di “testi cattolico democratici” suoi. Questi testi restano e, a Dio piacendo, un libro ne nascerà. Avevamo cominciato dall’inizio. Quell’inizio individuato in maniera efficace e storicamente ben documentata proprio da suo padre Vittorio Emanuele, nel volume, pubblicato da Studium  nel 1990, La religione amica della Democrazia. I cattolici democratici del biennio rivoluzionario (1796-1799). Nelle storie, nelle riflessioni, nelle testimonianze anche drammatiche di quei cattolici italiani, laici ed ecclesiastici, che avevano cercato di conciliare cristianesimo e conquiste democratiche della Rivoluzione francese stava l’origine del cattolicesimo democratico, anche del nome stesso.  Come era possibile, essi si erano chiesti, che parole come libertà, fraternità eguaglianza siano annunciate contro il Vangelo quando in esso hanno le loro radici?
  Quella tremenda domanda, che era anche progetto culturale, ecclesiale, politico, continua a inquietare i cristiani. E ha inquietato , ma anche abbellito, tutta la vita di Paolo. In fin dei conti tutto il suo impegno di giornalista militante, di scrittore, di conferenziere, di apologeta era teso a questo: tenere viva la testimonianza di coloro che nella vita di ogni giorno, nelle situazioni più disperate e disumane, ma anche in quelle più ordinarie, anche nella politica e nelle istituzioni hanno saputo incarnare il Vangelo della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità. Perché altri, tanti altri (e se possibile noi stessi) facessero altrettanto.


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