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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 17 giugno 2016

Un posto per il rinnovamento

Un posto per il rinnovamento

  Ognuno nella vita cerca un suo posto in società e si tratta anche di un posto in senso fisico, un posto da abitare.
  Quando si nasce si abita già in un posto così, ma non è  per sempre. Si cresce e se ne deve cercare uno proprio.  E’ quindi fisiologico che i giovani si allontanino dai posti dell’infanzia, anche se i genitori, e  a volte non solo loro, ce li vorrebbero rinchiudere per sempre. Ci sono anche degli estimatori e ideologi di queste famiglie prigione o istituti di correzione: ritengono che solo questa possa essere la  famiglia secondo la fede. Ed è assolutamente comprensibile, allora, che i giovani si allontanino dalla fede quando, facendo il lavoro che si attende da loro, si allontanano dalla famiglia di origine. E’ in fondo un bene che si allontanino da quella fede che vuole rinchiuderli in famiglie prigione  e farne a loro volta dei carcerieri per i loro figli.
 Si cerca un posto fuori  della famiglia ma nella società contemporanea, tanto popolosa, tanto ricca di posti  in cui stare, non è facile trovarlo. Perché è una società sempre più governata da rapporti economici, in cui domina lo scambio di equivalenti: ma che cosa possono scambiare  i più giovani? Quindi rimangono fuori dai posti disponibili,  a meno che non abbiano qualche qualità effettivamente eccezionale, particolare, con un valore di scambio, o dei protettori, che in genere, in Italia, si trovano in famiglia. Così la nostra  è diventata una società in cui le differenze sociali si acuiscono, l’autonomia delle persone è sempre più dilazionata negli anni, le famiglie di origine tendono a tiranneggiare i più giovani, la mobilità sociale, la possibilità di migliorare la propria condizione di origine, è sempre meno attuabile. Le statistiche sociali ci parlano di un numero sempre maggiore di giovani con istruzione superiore che è costretto a cercare all’estero dei posti  in cui stare: ci dicono che stiamo ridiventando un popolo di emigranti, ma questa volta non è la povera gente ad essere spinta ad andarsene, ma i più giovani e acculturati, quelli che un tempo avremmo detto destinati ad essere classe dirigente  della nazione. Osserviamo poi un certo degrado della classe dirigente  rimasta in Italia e ce ne lamentiamo.
  Uno dei luoghi in cui tradizionalmente si faceva esperienza della prima uscita dal posto  di origine familiare era, in Italia, la parrocchia. Per me è stato così. Ho ricevuto i sacramenti di iniziazione nella nostra parrocchia, qui a San Clemente papa, ma la parrocchia della mia autonomia  personale è stata un’altra, quella degli Angeli Custodi a piazza Sempione, dove ho fatto lo scout fino a sedici anni. Lì avevo certamente un mio posto. che non era solo la  sede  del mio gruppo scout, ma tutta la parrocchia. Mi ci trovavo a mio agio, mi ci muovevo con autonomia e familiarità, era un posto diverso dalla famiglia ma con molte caratteristiche della famiglia, salvo l’autorità dei genitori. Avevo quella sensazione di trovarmi a casa mia  che poi ho sperimentato in gran parte degli ambienti religiosi della nostra fede che ho frequentato. Quando, all’inizio degli anni Novanta, sono ritornato nel quartiere con la mia famiglia è stato diverso però, da noi in parrocchia. Per la prima volta nella mia vita ho avuto una sensazione di estraneità, come di essere in casa d’altri, un po’ come mi è capitato e mi capita nella cittadella vaticana e quando ho visitato templi di altre confessioni religiose.
    Nell’autunno scorso, durante un affollato consiglio pastorale, i giovani chiesero un ambiente loro  per studiare. In effetti non lo hanno. Ma nessuno lo ha. Nessuno ha un proprio posto  in parrocchia. In fondo, a parte la chiesa parrocchiale  e le stanze personali dei preti, il complesso parrocchiale è fatto di stanze vuote, che di volta in volta vengono allestite  per certi eventi, spostando sedie, leggii, tappeti, tronetti e via dicendo. Non si sa mai che cosa si troverà entrando.
  Uno degli ambienti che poteva dare l’idea di un posto  era la biblioteca, che però dall’anno scorso non sembra più abitata dai suoi ospiti d’elezione, vale a dire i libri. Non ho capito bene come sia accaduto. Sono rimasti, mi dicono, i cataloghi, a testimoniare ciò che abbiamo perso. Ora anche l’ex biblioteca è una stanza vuota. Una in più. Nella storia delle civiltà mediterranee si ricorda il rogo della grande biblioteca di Alessandria, in Egitto, nell’anno 642 della nostra era, che segnò un tracollo di civiltà  recuperato in parte solo quasi mille anni più tardi. Forse, su scala molto più piccola naturalmente, dovremmo fare analoga memoria per le vicende della nostra biblioteca parrocchiale.
  Dall’autunno scorso in parrocchia c’è aria di rinnovamento. Anche il rinnovamento ha bisogno di un suo posto, perché richiede di incontrarsi: è mediante l’incontro  e  il dialogo  che le società si rinnovano. Ma dov’è il posto  del nostro rinnovamento? Un ambiente come quello che i nostri giovani chiedevano: quindi innanzi tutto un posto  per loro e, possibilmente, gestito  da loro con piena autonomia e responsabilità, secondo turni di servizio gestiti da loro stessi. Un po’ ciò che accadde a me da scout, quando per due anni ebbi le chiavi della nostra  sede  agli Angeli custodi e allora il pomeriggio l’aprivo, custodivo e chiudevo io, consentendo che fosse il posto  di tutti i giorni per tutti quelli del gruppo. Un posto luminoso, quindi non in un seminterrato, con le pareti rinfrescate, con scaffalature e libri alle pareti, un router per collegarsi wi-fi alla rete, un tavolo dove studiare e intorno al quale incontrarsi, un proiettore e uno schermo per vedere insieme le immagini dalla rete, un impianto per ascoltare musica, un supporto per fogli dei blocchi di grande formato da utilizzare al modo delle lavagne di una volta, un mobile per gli oggetti di cancelleria,  un archivio dove inserire i documenti prodotti insieme e, in particolare, il diario sociale delle attività. Un posto chiuso a chiave, perché non sia violato impunemente dal primo che passa, ma con chiave affidata alla responsabilità di persone scelte democraticamente tra i membri della collettività che lo deve abitare, che si impegnino a tenerlo aperto e a custodirlo a turno, a renderlo accessibile a tutti gli altri. Non un posto anonimo, ma un posto con una sua costituzione, scopi, regole di accessibilità e di fruizione, un posto dunque a cui corrisponda un impegno di tutti, un posto che rimanga  e possa essere riconosciuto entrando come il proprio posto.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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