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domenica 19 giugno 2016

Non sono mai stato catechista

Non sono mai stato catechista


Il papa Giovanni Paolo 2° durante la Messa a Sarajevo, nell'aprile 1997


 Non sono mai stato catechista e dunque che consigli posso pretendere di dare a chi lo è?
  Perché non sono mai stato catechista? Lo si diventa, di solito, perché si risponde a una chiamata, a un appello, che giunge in una parrocchia che si frequenta, in cui si è stati osservati e si sono strette delle relazioni personali, un ambiente religioso in cui chi chiama ha avuto modo di conoscere chi è chiamato. La parrocchia della mia prima formazione di adulto di fede è stata quella degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, e li vi ho fatto lo scout, un’esperienza comunitaria in cui certamente si lavora per individuare e formare gente che faccia il capo, che quindi poi sia guida per quelli più giovani, ma non specificamente per il lavoro del catechista. Quando, al quarto anno di liceo, ho lasciato lo scoutismo, avevo perso quei rapporti intensi con la nostra parrocchia, qui a San Clemente, che avevo avuto da bimbo e in fondo non ne li ho mai più recuperati, se non molti anni dopo, quando sono entrato nell’Azione Cattolica parrocchiale. Dai diciassette anni in poi la mia esperienza religiosa non è stata più centrata intorno a una parrocchia. Questo in particolare dopo l’adesione agli universitari cattolici della FUCI. Ora me ne dispiace, ma con il senno del poi, dell’anziano quasi sessantenne che sono diventato. In quegli anni della mia gioventù,  mia madre era catechista in parrocchia, qui da noi,  dove aveva ricevuto una specifica formazione, nel quadro dell’esperienza della mamme catechiste. Erano venuti insegnanti dall’università Lateranense. Poi aveva approfondito in incontri a cui aveva partecipato in quella stessa università  e poi come studentessa del corso di Scienze dell’educazione nella vicina università salesiana. Negli anni ’70 nella nostra parrocchia si fecero esperienze religiose strepitose, ora l’ho capito, per l’impulso di grandi vice-parroci, assecondati dal parroco dell’epoca don Vincenzo, personalmente conservatore ma con questa grande e ammirevole capacità di consentire al nuovo. Ma, insomma, quella era per me l’epoca della vita in cui tentavo di allontanarmi dalla famiglia di origine e non mi andava di frequentare la stessa parrocchia in cui mia madre era catechista. Questo allentamento dei legami con le realtà di base è quindi all’origine del fatto che non sono mai stato catechista, salvo che per le mie figlie (ma in modo caotico e poco sistematico; la fede con loro si è trasmessa di vita in vita, che in fondo è il modo in cui si lavora da genitori).
  In parrocchia ora si sta pensando a un rinnovamento della catechesi. Ecco un primo consiglio posso dare in base alla mia esperienza di vita di fede: come in ogni aspetto delle nostre organizzazioni religiose, il rinnovamento deve divenire una costante e richiede anche di assicurare il ricambio generazionale. Gente nuova produce idee e metodi nuovi, che poi possono comunicarsi agli altri.  E’ necessario quindi che le persone non perdano mai il contatto con le realtà religiose di base, in particolare con le parrocchie, anche quando prendono a frequentare altri gruppi non legati al territorio. Per ottenere questo risultato bisogna coinvolgere i più giovani nelle attività parrocchiali, non solo come alunni ma con autonomia e responsabilità crescenti, molto precocemente. Si può pensare a questo come una strategia di mandati crescenti, di incarichi sempre più importanti, ma questo fin da molto piccoli. Il mio primo mandato fu da chierichetto e, anche se non ci capii molto delle faccende liturgiche, infatti ero un chierichetto  piuttosto imbranato, quel primo mandato, che ricevetti personalmente dal parroco don Vincenzo, che si occupava della nostra formazione, mi segnò profondamente per una vita intera.  Ancora oggi il mio atteggiamento quando sono nella chiesa parrocchiale è quello che imparai allora.
  La catechesi in parrocchia si fa in base a un mandato, quindi ad un incarico. Chi lo conferisce? E’ il vescovo, tramite il parroco. Questo concetto che si lavora su mandato  è molto importante. Non si tratta infatti di trasmettere la propria  idea della fede, o quella del gruppo a cui si è più vicini. E questo anche se la trasmissione della fede implica sempre, perché è innanzi tutto una relazione, che qualcosa delle caratteristiche personali di chi trasmette  arrivi a chi riceve  e a volte passi  a lui. Ecco perché la famiglia, che è spesso l’ambiente della prima iniziazione alla fede, è molto importante, ma anche perché, crescendo, si deve sottoporre a un vaglio critico ciò che si è ricevuto in famiglia in materia di fede. Questo vale anche per ciò che si è ricevuto nella catechesi parrocchiale. Il lavoro del catechista parrocchiale  è quello di trasmettere la fede della Chiesa da cui ha ricevuto il mandato.  E si tratta di farlo con un certo metodo, perché la catechesi è un lavoro collettivo. Non si deve pretendere di inventarsi  catechisti o di rimanere sempre catechisti fai da te, anche se l’esperienza personale, come in ogni campo dell’insegnamento è molto importante. Il riferimento, nel lavoro della catechesi parrocchiale, deve essere la diocesi, che a Roma ha un ufficio catechistico che mi sembra lavorare molto bene. Purtroppo, a volte, nell’emergenza, si è costretti a inventarsi  catechisti, ma bisogna avere consapevolezza che questa non è la situazione ideale. In parrocchia la diocesi è presente nelle persone del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori. Si tratta di persone che, per prepararsi al loro  ministero, hanno ricevuto una formazione lunga, completa, tanto superiore a quella che di solito hanno i laici che con loro collaborano. Il lavoro del catechismo parrocchiale deve farsi d’intesa con loro: bisogna farlo con quello che oggi viene spesso richiamato come spirito sinodale, che significa semplicemente camminando sempre insieme. Sarebbe bello se poi, come si fece negli anni ’70, si potesse organizzare dei corsi di formazione dei catechisti qui in parrocchia, ad esempio chiedendo aiuto alla vicina università salesiana: due ore alla settimana per approfondire, consigliare letture, fare tirocinio di metodi, discutere i problemi che si presentano nell’esperienza concreta. E’ così che si impara a rinnovarsi. Se fossi catechista, cercherei sempre si imprimermi bene in mente di aver bisogno dell’aiuto degli altri che ne sanno più di me e che ogni mia idea, ogni mio metodo, dovrebbero essere sottoposti costantemente a  verifica. Ho letto che gli esperti di catechetica consigliano che queste verifiche si facciano metodicamente nei gruppi dei catechisti. Del resto nei gruppi di lavoro delle professionalità più avanzate, ad esempio tra medici, ingegneri, e anche tra noi legulei, questa è il metodo normale di lavoro: la cosa sembra farsi più difficile man mano che scende il livello di acculturazione in una materia. Il paradosso è quindi questo: quelli che ne sanno di meno  non di rado tendono all’autosufficienza, mentre man mano che se ne sa di più si avverte il senso dei propri limiti. E’ una cosa che ho spiegato alla mie figlie fin da piccole. Nel sussidiario delle elementari il mondo appare chiaro e semplice: in un testo universitario invece, avvicinandosi ai confini delle conoscenze umane, si devono fronteggiare realtà strane e sconosciute, tutto si complica, e allora si cerca di essere in molti a farlo, per considerarle da diversi punti di vista e quindi per riuscire a  capirle meglio.
  Infine: nella catechesi si lavora su persone umane. Si entra in relazione con loro. Lo si può fare al modo degli insegnanti scolastici o nel modo dei genitori. Un catechista però non è né l’uno né l’altro. Bisogna averlo molto chiaro. Dell’insegnante scolastico in genere non ha la competenza e non vuole bene agli alunni del catechismo come un genitore. Non sono tanto d’accordo con i catechisti che fanno  i professori o si atteggiano a genitori di complemento. In particolare, i ragazzi del catechismo i genitori li hanno già. E il catechista deve essere qualcosa di diverso, ma anche di più di un insegnante. Perché lavora sulla fede delle persone. Gli chiederei innanzi tutto se prega  per le persone che gli sono affidate.
 Conservo tra le mie cose più care il testo di un’omelia che il papa Giovanni Paolo 2° sviluppò il 13 aprile del 1997 nel corso di una Messa a Sarajevo, dopo la fine della tremenda guerra civile che aveva sconvolto la Bosnia, commentando il brano della prima lettera di Giovanni, 1Gv 2,1, che fa “Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto”.  Si trattò di un evento di grande portata storica, come molti altri dei quali fu protagonista quel Papa e di cui io e quelli della mia generazione fummo testimoni ammirati. Gridò: “Questa verità viene oggi a ripetervi il Successore di Pietro, giunto finalmente in mezzo a voi. Popolo di Sarajevo e di tutta la Bosna Erzegovina, io vengo a dirti: Tu hai un avvocato presso Dio. Il suo nome è: Gesù Cristo giusto!”   e aggiunse “Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, la tua storia, le tue le esperienze dei trascorsi anni di guerra, che speriamo non tornino mai più, hanno un avvocato presso Dio: Gesù Cristo, il solo giusto. In Lui, hanno un avvocato presso Dio i tanti morti, le cui tombe si sono moltiplicate su questa terra; coloro che sono rimpianti dalle madri, dalle vedove, dai figli rimasti orfani. Chi altro può essere, presso Dio, avvocato di tutte queste sofferenze e di tutte queste prove? Chi altro può leggere fino in fondo questa pagina della tua storia, Sarajevo? Chi può leggere fino in fondo questa pagina della vostra storia, nazioni balcaniche, e della tua storia, Europa”.
   Nei momenti più brutti della mia vita, in particolare  in quelli più duri della mia lunga malattia, mi è stato di grande consolazione pensare al Maestro come a un avvocato, come aveva detto il papa Giovanni Paolo 2°. Un avvocato, uno che ti si avvicina mentre sei in mezzo ai guai, nei quali spesso ti  sei messo volontariamente, e parla bene di te con le autorità, con la sapienza della sua professione, cercando di tirarti fuori. Io penso che è proprio di un avvocato che avrò bisogno avvicinandomi all’Eterno.
 Se fossi catechista lo farei un po’ con quello spirito, seguendo il Maestro nel suo essere avvocato dei sofferenti. E allora, qualunque cosa mi  fosse accaduta a catechismo,  non mi andrei mai la lagnare delle persone che mi sono state affidate e delle loro famiglie, come a volte fanno gli insegnanti parlando tra loro e con i presidi. Queste persone nelle quali il Maestro, l’unico giusto, è all’opera, con o senza di noi, ma anche tramite noi e a volte tramite noi nonostante noi! Ricorderei che nelle immagini bibliche è l’Accusatore,  il nemico per eccellenza, a parlare male della gente presso il trono dell’Altissimo. Mi parrebbe, facendolo, di tradire. Parliamo tanto di  amore  nelle cose di fede, ma di che cosa è fatto questo amore se non comprende anche essere  avvocati  e non  accusatori, non dico di tutti, ma almeno di quelli che ci sono stati affidati e per i quali dovremmo pregare, come insegnano e fanno i preti che in questo sono in genere tanto migliori di noi laici, e come si può pregare e accusare nello stesso tempo e riguardo alle medesime persone?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

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