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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 14 aprile 2016

Solidarietà come valore politico

Solidarietà come valore politico

 Art.2 della Costituzione della Repubblica Italiana:
 La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

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 La solidarietà, per la Costituzione della Repubblica Italiana, è un valore politico fondamentale. Se ne parla nell’art.2, che fu progettato dal cattolico democratico Giorgio La Pira (1904-1977), professore di diritto romano, eminente esponente del laicato di fede italiano, politico, membro dell’Assemblea Costituente e, successivamente, deputato e  sindaco di Firenze. Il La Pira prese spunto dalla dottrina sociale della Chiesa: per opera sua, e di altri costituenti cattolici, principi della dottrina sociale sono sostanzialmente divenuti le basi della nostra nuova Repubblica.
  La solidarietà come valore etico si trova fin dall’inizio nella dottrina sociale della Chiesa del tempo moderno, quella che comincia con l’enciclica Le Novità del papa Gioacchino Pecci, del 1891. Non viene però nominata come tale, per l’acutissima polemica di quei primi tempi contro il socialismo. Se ne diffida come valore politico. E’ solo con il magistero di Giovanni Battista Montini e di Karol Wojtyla che essa viene insegnata dai nostri capi religiosi anche come principio di governo delle società, quindi come valore politico. Nel caso del Wojtyla ancora in polemica con il socialismo, in particolare con quello dei regimi dell’Europa orientale. In Polonia, il principale movimento di opposizione politica degli anni '80, animato da un cattolicesimo fortemente dominato dalla gerarchia del clero in una situazione politica di totalitarismo comunista, fu chiamato Solidarietà.
 La solidarietà sociale fu considerata invece un valore politico dai cattolici democratici italiani fin dall’inizio della loro esperienza, vale a dire dalla fine del Settecento. A quei tempi la loro posizione era rivoluzionaria, perché pensavano ad un diverso ordine politico della società, e per tale motivo fu a lungo duramente avversata anche dalla gerarchia del clero, e per certi versi lo è ancora  seppure in modo molto minore.
 Il sentimento religioso secondo la nostra fede può essere descritto come una forma di compassione. Da lì discende tutto il resto. Quindi all’inizio dell’esperienza religiosa c’è quel sentimento e non una dottrina. Si pensa che nei Cieli si sia avuta compassione per noi: da qui una missione per la nostra salvezza. Colui che salva ci ha insegnato a salvare per compassione. Il suo ministero si svolse predicando e guarendo. Alle origini della nostra esperienza religiosa c’è un andare verso chi soffre. Questo moto è stato una costante assoluta, fin dalle origini, delle nostre collettività religiose. E’ la spiritualità del Buon Samaritano, di colui che, incontrato per la via  un estraneo, lo soccorre e se ne prende cura, senza tener conto delle divisioni sociali, semplicemente per compassione della sua umanità sofferente.
 Ma la solidarietà come valore politico è qualcosa di più specifico. Significa rendersi conto che il proprio destino è legato a quello degli altri e quindi voler organizzare la società in modo da  non lasciare indietro nessuno.
 C’è un modo di costruire la società per cui si tiene conto solo di quelli che risultano utili, che sanno o sanno fare qualcosa di utile. Un altro modo di concepire la politica è di progettare di  allearsi per sovrastare gli altri con il numero e la forza. Poi però si scopre che gli esseri umani nascono indifesi, deboli, inutili e anche diventano così, alla fine della vita o per rovesci della sorte. E che in società in cui il numero degli inutili, dei vinti e degli esclusi diventa sempre più grande si vive male: si può pensare quindi a un sentimento di solidarietà naturale. E poi, quando il numero degli esclusi e dei vinti diventa immane fatalmente accade che i potenti siano rovesciati dai troni e gli umili innanzati, in moti rivoluzionari, secondo quando preghiamo ogni sera nel Magnificat.
  Le società non solidali sono instabili, violente, con interessi coalizzati solo precariamente. Ognuno non sa che cosa gli riserverà il domani. Non si può veramente progettare il futuro. Le società non solidali sono dominate dalla legge della giungla, in cui il forte mangia il debole e si prende tutto ciò che era del soccombente, del vinto.
  Nelle società solidali si vive meglio, ma fondare la solidarietà come valore politico può essere problematico. Che cosa ci lega agli altri per cui dobbiamo sentirci politicamente  solidali a loro, vale a dire legati  al loro destino come se loro e noi fossimo un unico corpo?
 L’etnia, tradizioni culturali,  le religioni, la lingua, certe convinzioni politiche sono stati utilizzate come fattori generatori di solidarietà politica. 
 La nostra Costituzione prescrive di essere solidali senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art.3 della Costituzione). E’ adatta al mondo nuovo in cui ci troviamo a vivere, in cui l’umanità, per le sue relazioni a livello mondiale che sole le consentono di sopravvivere tanto numerosa com’è diventata ai tempi nostri, forma un corpo sociale solo, in cui il nostro destino dipende anche da quello di persone nell’altra parte del globo.
 In un mondo di tante religioni, di persone di tante religioni che vengono a vivere molto vicine le une alle altre, per cui nel nostro quartiere ci sono  un chiesa parrocchiale e una moschea  a distanza di trecento metri, una singola religione non è più fattore sufficiente di solidarietà, nel senso che non basta più essere solidali solo con quelli della propria fede.
 Eppure, in fondo, la solidarietà è un valore religioso, nel senso che, per funzionare, non può dipendere da come vanno le cose in genere e dai rapporti di forza che si instaurano di volta in volta: deve essere un valore assoluto, valido in ogni tempo e in ogni situazione. Nella nostra fede siamo arrivati addirittura a concepire una solidarietà a livello universale,  a pensare a tutto il genere umano come a un’unica famiglia, in cui ci si prende cura dei piccoli, dei deboli e dei sofferenti e, comunque, gli uni degli altri. Ne parlarono così i saggi dell’ultimo Concilio. Questo può essere il nostro contributo di persone di fede nel mondo nuovo che si sta producendo intorno a noi.
 Siamo arrivati a renderci conto del valore politico della solidarietà, ma viviamo in società, quelle Occidentali, in cui dagli anni ’80 la solidarietà ha meno corso. In un certo senso essa ha ripreso ad essere un valore rivoluzionario. Quindi poi predicando, e soprattutto praticando,  la solidarietà ci si può trovare impegnati in lotte politiche. E’ stata l’esperienza storica del socialismo, che è un movimento politico fortemente solidaristico. Ma è stato lo stesso anche per i cattolico democratici.
 La democrazia come la disegna la nostra Costituzione è in polemica con la società esistente, lo disse Piero Calamandrei (professore universitario di diritto e politico, 1889-1956). E lo è in particolare per la sua impostazione solidaristica. Nelle società come realmente sono tendono a prevalere i più forti ed esse sono quindi sempre bisognose di riforma sociale se si vuole che si mantengano democratiche  e solidali. La riforma sociale fatta contro i più forti richiede una lotta politica: quindi occorre essere consapevoli che la politica di solidarietà può essere anche un'esperienza conflittuale, richiederla. Nelle democrazie avanzate contemporanee queste lotte politiche si fanno senza ricorrere alla violenza: sono società in cui anche la pace è un valore che rientra nella solidarietà politica.
  Non troviamo nelle Scritture sacre la solidarietà come valore politico, così come non troviamo la democrazia. Si tratta di conquiste culturali recenti. Vi troviamo però la compassione come valore universale ed essa è alla base della solidarietà, anche di quella politica. Però praticare la compassione come valore universale può essere un problema in tempi in cui da noi giunge tanta gente nuova, trasformando il mondo che ci era familiare. E se poi queste persone nuove non si sentissero tanto solidali con noi? Eppure non vengono con le armi alla mano: vengono attirate dalla solidarietà politica che, in particolare in Europa, abbiamo saputo realizzare dal secondo dopoguerra, che significa anche sicurezza per le proprie vite, lavoro dignitoso, educazione e vitto sufficienti, una casa per la propria famiglia, libertà di manifestare la propria identità sessuale senza subire discriminazioni. La sfida dei nostri tempi è riconoscere anche in tutti questi altri che arrivano una comune umanità della quale avere compassione, per poi progettare in politica una società solidale in grado di includerla.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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