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giovedì 21 aprile 2016

Politica e dottrina

Politica e dottrina

Lelio Basso, politico socialista, membro dell'Assemblea Costituente e parlamentare


  Una parte delle nostre idee sulla politica sono molto antiche: risalgono all’esperienza sociale dei greci tra il Quinto e il Quarto secolo dell’era antica e, in particolare, al pensiero dei filosofi Platone, ateniese, e Aristotele, nato nella regione greca della Macedonia e formatosi ad Atene alla scuola di Platone. A quell’epoca non c’era lo stato-nazione come oggi lo viviamo, per cui gli italiani, i francesi, i tedeschi ecc., hanno un loro stato. L’istituzione politica fondamentale era la città ed essa non aveva nessun potere sopra di sé. Nella città vivevano un certo numero di cittadini  liberi che facevano politica, partecipando attivamente al governo innanzi tutto dialogando, quindi discutendo in società dei vari argomenti, e poi prendendo decisioni collettive nei vari modi in cui era possibile farlo, secondo le costituzioni delle loro città. Solo una minoranza degli abitanti della città erano cittadini. La maggioranza era costituita da schiavi e da stranieri residenti, i meteci, ai quali la politica era vietata. I cittadini potevano dedicarsi alla politica perché gli schiavi li liberavano dai lavori servili. Non dobbiamo pensare agli schiavi dell’antica Grecia come a quelli che deportati dall’Africa costituirono a lungo la base dell’economia americana dominata dagli Europei, quindi a persone in misere condizioni di vita. Si trattava semplicemente di lavoratori subordinati a vita, il cui rapporto di lavoro non era basato su un contratto, ma su una condizione di vita per cui dovevano servire. Questa idea della politica come attività per pochi, quelli che erano liberi dai lavori servili perché altri li svolgevano per destino di vita, quei lavori che sarebbero poi tutti quelli che consentono la vita quotidiana delle persone, vestirsi, mangiare, pulire gli ambienti e farne la manutenzione ecc., è durata molto a lungo in Europa e nel mondo ed è terminata sostanzialmente con l’affermarsi delle concezioni del liberalismo, in un processo che è iniziato nel Seicento ed è culminato nella Francia rivoluzionaria di fine Settecento. In Europa però si visse qualcosa di simile all’esperienza politica moderna, ma in un contesto cittadino simile a quello dell’antica Grecia, in alcune città del Medioevo nei primi tre secoli del secondo millennio. Ad essa la prima dottrina sociale, da fine Ottocento alla metà degli anni Quaranta del secolo scorso guardò come a un modello, prima di aprirsi alla democrazia sociale contemporanea. E’ stato  infine il socialismo, sviluppatosi nell’Europa dell’Ottocento, a proporsi di elevare realmente tutti, in particolare tutti i lavoratori,   alla politica, alla collaborazione per il governo della società, rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale dello stato.  Scrivendo questo ho trascritto il secondo comma dell’art.3 della nostra Costituzione, progettato dal socialista Lelio Basso (1903-1978), membro dell’Assemblea Costituente, organo dello stato che svolse i suoi lavori dal 1946 al gennaio 1948, elaborando e progettando la nuova Costituzione repubblicana entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Il socialismo è basato sull’idea di giustizia sociale e, in primo luogo, su quella di liberazione del lavoro dalla condizione servile. E’ questo, la liberazione del lavoro, che consente a tutti  di partecipare attivamente alla vita dello stato. Questa concezione è stata accolta nella nostra Costituzione, approvata da una larghissima maggioranza di membri dell’Assemblea Costituente, che infatti inizia con questa frase: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. I cristiani democratici hanno imparato dai socialisti questa idea di democrazia dei lavoratori. E la dottrina sociale, che è una teologia espressa dai nostri capi religiosi del clero, l’ha imparata dai cattolici democratici, dopo aver duramente polemizzato con i socialisti fin dal suo inizio, nell’era moderna, a fine Ottocento. I cristiani democratici, di cui i cattolici democratici sono una parte,  hanno però insegnato qualcosa anche ai socialisti, facendo riferimento al loro caratteristico pensiero sociale orientato dalla fede, del quale la dottrina sociale della nostra Chiesa è espressione, vale a dire che l’essere umano non è solo il suo lavoro, ma che vive in una rete di relazioni molto più complessa che costituisce il suo mondo vitale e che deve essere rispettata perché le persone siano felici. Per impedire che sia distrutta è necessario accettare i principi del liberalismo che i socialisti sottovalutavano sospettandoli di essere essenzialmente strumenti del dominio della classe dei capitalisti su quella dei lavoratori.  I cristiani democratici hanno rielaborato i principi fondamentali del liberalismo tenendo conto delle esigenze di giustizia sociale proposte dai socialisti, ma anche dell’esigenza di salvaguardare i mondi vitali  delle persone: da questo è nata la nostra nuova Europa, quindi dall’incontro tra liberalismo, socialismo e cristianesimo democratico.
  In questo percorso la dottrina sociale, l’insegnamento dei nostri capi religiosi, è venuta sempre al seguito, configurandosi come un insieme di tardive autorizzazioni, precedute da iniziali divieti  (ad esempio l’interdizione fatta ai cattolici italiani alla vita democratica dal 1864 al 1913). Si potrebbe, dunque,  dire  in ritardo. Ma è più giusto dire  al seguito, perché, essendo una parte della teologia, la dottrina sociale si basa sull’osservazione e la considerazione critica di  un’esperienza che la precede, come sempre ha fatto la teologia, fin dalle origini. Qual è, dunque, la sua bellezza? Consiste nel fatto che evolve, che non rimane sempre la medesima, che appunto viene al seguito, finalmente. E in questo sorprende. Uno si immagina di trovarla sempre in ritardo, espressione di tempi passati, cosa da vegliardi  reazionari, e invece, toh!, “guarda che scrivono!”,  ci si scopre, infine, la libertà, la giustizia sociale, la democrazia, la persona con i suoi mondi vitali, e tutto questo perfettamente compatibile con una vita di fede religiosa, non in antitesi ad essa come ribellione  a un qualche comando divino, ma addirittura come espressione di carità, vale a dire di quella benevolenza universale animata dalla fede che è al centro della nostra esperienza religiosa. Che bello!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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