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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 10 aprile 2016

Resoconto dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia. QUARTA PARTE

Resoconto dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia. QUARTA PARTE
l tema è stato Fame e sete di giustizia  e il motto L’io nel noi è cambiamento



Nota: le parole di don Ciotti sono state trascritte da fonoregistrazione, ma il testo non è stato rivisto dal relatore e, a volte, si sono dovute apportare alcune modifiche sintattiche per trasferirle dal parlato al testo scritto, segnalate inserendole tra parentesi quadre. In alcuni casi, in cui la fonoregistrazione risultava incomprensibile, il testo è congetturale e lo si segnala nello stesso modo, ponendo il testo tra parentesi quadre.

La “dolce pedata di Dio” per non essere cittadini  a intermittenza. Essere credibili, oltre che credenti. Il silenzio sul male, se anche può avere spiegazioni, non ha mai giustificazioni.
5. Il Papa invita, proprio nella Laudato si’, a entrare, cito testualmente, «in una fase di maggiore consapevolezza.»
 Io ho due riferimenti, che mi sono cari.  Il Vangelo. Son un cittadino: il mio secondo riferimento è la Costituzione italiana. Lì ci sono le regole dell’essere cittadino. La prima forma di legalità è la fedeltà alla nostra Costituzione. E io continuo a dire che il primo testo antimafia [da applicare] è la Costituzione italiana.
 Quell’art.3, quell’art.3 impressionante!
[Art.3 Cost. -Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
  E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese]
 Ma anche l’art.4
[art.4 Cost. - La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
  Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società]
 che ci invita a metterci in gioco per portare il nostro contributo al progresso materiale e spirituale del nostro Paese.
[…] Oggi come non mai c’è un livello di commistione, mai raggiunta prima, [con] mafia e corruzione. Ragazzi non dimenticatelo mai! [E’] un sistema che distrugge il lavoro, la sana impresa, la speranza di tante persone.
  Allora la lotta, il Papa parla sempre di lotta, non è solo un problema etico, […] alla corruzione, ai giochi mafiosi, non è solo un dovere etico,  è una priorità economica. Perché ci impoverisce tutti la corruzione. Non permette l’impresa sana, crea disordine.
 E allora le mafie non sono un mondo a parte. Sono una parte del nostro mondo. Vivono tra noi. Cambiano insieme a noi. E quindi, quando qualcuno s’è stupito di Mafia Roma Capitale  [l’inchiesta giudiziaria romana su un fenomeno mafioso originato a Roma. Nota del trascrittore], io mi sono stupito di chi si è stupito. [Quello che è emerso è impressionante].
 Quando c’eravamo trovati, per la confisca del Cafè de Paris, in via Veneto, davanti all’ambasciata americana che ha telecamere da tutte le parti, il famoso Cafè de Paris, quello del film di Fellini La Dolce Vita [il locale venne ripreso nel film La Dolce Vita, di Federico Fellini, del 1960. Nota del trascrittore], e si era scoperto che era in mano alla ‘drangheta, [a una famiglia accusata di mafia], [così come il caffè Chigi davanti a palazzo Chigi, io mi ero permesso di dire che la mafia qui in città c’era, perché la respiri, la senti, dove c’è la politica, la finanza. […] L’ultimo rapporto della DIA, consegnato l’altro giorno, [ha riferito] che la situazione è tornata pesante, grave. Perché in un momento di grande crisi economica e finanziaria loro hanno il denaro, lo investono, lo riciclano. E, allora, senza generalizzare, senza dimenticando le cose belle e positive che ci sono, bisogna prendere coscienza che questa situazione c’è. Ma il vero problema non sono solo i poteri illegali, ma sono anche i poteri legali che si muovono illegalmente.
 E vi cito [un rapporto della Banca d’Italia di non molto tempo fa che parlava] di corrotti che siedono regolarmente nei consigli di amministrazione degli enti pubblici.
 Non siamo qui per semplificare e giudicare, siamo qui per  conoscere. Ed essere in chiesa, per me, è anche per chiedere a Dio che ci dia la sua dolce pedata, la pedata di Dio, perché nessuno si senta mai a posto e mai arrivato. E quando la gente mi chiede la benedizione, la benedizione di Dio, io la intendo come una dolce pedata, perché il [moto di rifiuto] ci deve coinvolgere veramente tutti.
 E allora abbiamo questa grande responsabilità, anche noi. Di non essere cittadini  a intermittenza.  
 Il giudice Rosario Livatino [giudice siciliano assassinato dalla mafia nel 1990. Nota del trascrittore], che certamente finirà sugli altari, perché si è aperto il processo di beatificazione, lui non lo avrebbe mai pensato, ma improvvisamente [scatenò] la coscienza di Giovanni Paolo 2°.
  Perché [nel discorso preparato per essere pronunciato da Giovanni Paolo 2° nella Valle dei Templi] non c’era nulla di quello che poi invece disse improvvisamente.
  Il Papa Giovanni Paolo 2°, nel suo pontificato, andò cinque volte in Sicilia; quell’anno, nel 1993, era la seconda volta. Era l’ultimo giorno, ad Agrigento. Pranza nel seminario maggiore. Riposa una mezz’oretta. Si forma il corteo per andare alla Valle dei Templi. Migliaia di giovani. Adulti. Ma il corteo improvvisamente si ferma. Il Papa scende, entra in una porticina.
  [Poi, alla Valle dei Templi, pronuncia quel discorso, in cui] non c’era un riferimento alla violenza criminale mafiosa, c’era un riferimento più generico; la preghiera finale, nulla. Attenzione! Il Papa sta per andarsene e la televisione propone quell’immagine in cui lui dice [ai mafiosi]: “Verrà il giudizio di Dio! Convertitevi, cambiate!.
  Ma non bisogna [considerare solo quella] sequenza, bisogna vedere tutto quello che è successo.
  Perché Giovanni Paolo 2° sta per andarsene, ma ha dentro quell’incontro [di poco prima], fa un metro in avanti, poi torna indietro, e tenendo quel pastorale, che anche papa Francesco continua a portare e che era quello di Paolo 6°, comincia a gridare. Lo ricordate? Abbiamo scoperto poi che cosa era successo.
  Perché certi incontri cambiano la vita.
  Io ho conosciuto il papà e la mamma del giudice Livatino. Ora sono morti. Loro erano dietro quella porticina [per la quale era entrato il Papa].
  La  mamma ricordo che mi aveva detto che era molto emozionata. Il papà mi ha detto: “Sai, gli abbiamo fatto leggere gli atti di nostro figlio”.
  Io non so quale fu la pagina che Giovanni Paolo 2° lesse.
  Io so qual è la pagina che ho letto io.  Quel papà mi ha fatto leggere i diari di suo figlio. E da quel momento quello che io ho letto lo continuo a gridare ovunque. Quando Livatino scrive nel suo diario che alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili.   
 Io non so quale pagina lesse Giovanni Paolo 2°, so che il Papa torna indietro e dirà parole dure, cambiate!, convertitevi!, e aggiunge: “Un domani, il giudizio di Dio!”.
  La mafia risponde.
  Nove maggio: Valle dei Templi [il discorso del Papa]. 27 luglio, Roma [attentato mafioso], San Giovanni Laterano, San Giorgio in  Velabro. A settembre viene ucciso, il giorno del suo compleanno Pino Puglisi [parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo]. Qualche mese dopo don Peppino Diana  [parroco in Casal di Principe] il giorno del suo onomastico.
 Ma, attenzione, c’è un passaggio che diventa importante. E’ che, tra quel  9 maggio, il 27 luglio e il 15 settembre [omicidio di don Puglisi], il 19 agosto, in America, un signore chiede di parlare con l’FBI, questo signore, uomo di Cosa Nostra [il nome che i mafiosi hanno dato alla loro organizzazione criminale], che era diventato collaboratore di giustizia, protetto in America, negli Stati Uniti, dall’FBI, chiede di poter parlare e dirà queste testuali parole, che sono fondamentali e importanti: «Nel passato la Chiesa era considerata sacra e intoccabile. Ora invece Cosa Nostra sta attaccando la Chiesa, perché si sta esprimendo contro la mafia. Gli uomini d’onore mandano messaggi chiari ai sacerdoti: “Non interferite!”». Era il 19 agosto. Qualche giorno dopo il Ministro degli interni dirama nei cifrati dei messaggi di allerta. Il 15 settembre viene ucciso don Pino Puglisi.
  La Chiesa ha avuto anche lei delle fasi altalenanti. C’è stata un Chiesa grande, forte, coraggiosa, ma mentre da una parte veniva ucciso don Puglisi, c’era un sacerdote, un frate, che andava a celebrare la Messa al super latitante e super ricercato Pietro Aglieri.  Al punto che un grande gesuita, che dopo le stragi di Capaci [assassino del giudice Giovanni Falcone] e di via D’Amelio [assassinio del giudice Paolo Borsellino, andrà a Palermo, padre Bartolomeo Sorge, quando lascerà Palermo, scriverà queste parole: «Mi sono sempre chiesto, come questo sia potuto accadere. Il silenzio della Chiesa sulla mafia. Non si potrà mai capire come mai i promulgatori del Vangelo delle Beatitudini non si siano accorti che la cultura mafiosa ne era la negazione. Il silenzio, se anche ha spiegazioni, non ha mai giustificazioni.
 Anche la Chiesa ha avuto della fasi di superficialità, di grave superficialità.

L’importanza dei segni. Dio è di tutti. Chi adora il male è scomunicato. Essere capaci di andare incontro a chi ha sbagliato
6.[Quando ho incontrato papa Francesco], gli  ho portato un piccolo regalo. A Torino c’è un piccolo bar, che fa un ottimo caffè. Ho pensato “E’ un figlio di italiani”. E quando noi andiamo per il mondo a trovare i nostri, portiamo un po’ di formaggio grana e il caffè tostato. Io vado dal papa Francesco e gli ho portato un po’ di caffè [di quel bar]. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare.  Quattro giorni dopo torno a Torino, passo da quel bar e [il titolare] mi dice: “Il Papa mi ha scritto”. Aveva letto la targhetta [sulla confezione] e gli aveva scritto: “Il caro don Luigi, mi ha portato un pacco del vostro caffè. Io me lo sono fatto. Molto buono! Grazie. Papa Francesco!”. Voi avete capito l’importanza dei segni!  Anche tra di noi! A volte non sono necessarie parole! Un gesto, un ascolto! Una prossimità! In quella famiglia dove c’è una persona che stenta a vivere!         Quelle persone più fragili. L’unità di misura, ce lo siamo detti, è la donazione. I gesti sono importanti. Alla seconda volta che l’ho incontrato: un pacco di caffè. Piccoli doni. Io gli ho chiesto: “Te la senti di incontrare mille famigliari a cui hanno ucciso le persone più care, gli hanno strappato gli affetti?”. E lui non  mi ha fatto nemmeno finire e mi ha detto: “Vengo!”. Per correttezza gli ho detto: “Guarda che non tutti sono cattolici!”. Perché venivano da campi diversi. E con un sorriso mi fa: “Che bello!”. Lui ha avuto un grande maestro, Carlo Maria Martini. Io non potrò mai dimenticare quando Carlo Maria Martini, grande biblista, diceva una cosa importante, che Dio non è cattolico, Dio è di tutti, Dio ama tutti. E il Papa ha incontrato [quelle persone], ha ascoltato, ha detto delle parole cariche d’affetto, ma anche lì ha compiuto un segno. Immaginate, un migliaio di familiari a cui hanno ucciso le persone più  care e lui dirà delle belle parole che consegno anche a voi: “Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza, ed è questa, che il senso di responsabilità che adottiamo sulla corruzione, in ogni parte del mondo, deve partire da dentro, dalle coscienze e da lì risanare i comportamenti, le relazioni, il tessuto sociale, le scelte, così che la giustizia guadagni spazio, si allarghi, si radichi,  e prenda il posto dell’iniquità”. Poi va avanti.  Li abbraccia, con le parole e con la voce. Prende il discorso e lo capovolge. Attenzione, c’erano familiari a cui avevano ammazzato le persone care! Dice: “E sento di dover dire una parola ai grandi assenti, ai protagonisti assenti, agli uomini e alle donne mafiose. Per favore, cambiate vita! Convertitevi! Fermatevi! Smettete di fare il male! E noi preghiamo per voi”. E compie lo stesso gesto che fece Paolo 6°, un grande Papa, quando fu rapito l’onorevole Aldo Moro [nel 1978]. Paolo 6° impiegò una notte, strappò tante volte quello che scriveva, lo modificò, lo corresse. Fino al punto di scrivere “Uomini delle brigate rosse, ve lo chiedo in ginocchio: liberate l’onorevole Aldo Moro!”. E userà lo stesso passaggio Papa Francesco: “Convertitevi, lo chiedo in ginocchio. E’ per il vostro bene”.  E poi, mentre Giovanni Paolo 2° disse che sarebbe venuto il giorno del giudizio di Dio, lui è più pratico, dice: “Questa vita che vivete adesso non vi darà gioia, non vi darà felicità, il potere e il denaro che voi avete [ricavato] dagli affari sporchi, dai crimini mafiosi, è denaro insanguinato, è potere insanguinato,  che non potrete portare nell’altra vita. Convertitevi! Ancora c’è tempo, per non finire all’inferno.” Molto pratico. Io ricordo quel momento con grande emozione. Come ricordo che qualche mese dopo è andato nella piana di Sibari, in Calabria, ricordate?, e lì, con un filo di voce ma con una profondità immensa, ha detto una cosa molto semplice: “Chi adora il male è scomunicato”. Però poi, come ha sempre fatto, come noi siamo invitati a fare, perché c’è la misericordia di Dio ma anche noi siamo chiamati ad essere misericordiosi verso gli altri, va a incontrare chi ha sbagliato, chi è in carcere, non si fa sconti a nessuno, perché la giustizia deve fare la sua strada, dobbiamo essere capaci di andare incontro a chi ha sbagliato, perché possa un pochettino rivedere il percorso della propria vita.

Trascrizione di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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