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martedì 26 aprile 2016

Che cosa significa oggi la Resistenza?

Che cosa significa oggi la Resistenza?


Giuseppe Dossetti, protagonista della Resistenza emiliana


La Resistenza in Italia fu il movimento politico, sociale e militare che si sviluppò tra il 1943 e il 1945 nel Centro e Nord Italia per combattere l’esercito tedesco, che dopo l’armistizio tra il Regno d’Italia e gli Alleati aveva occupato parte del territorio nazionale, e per rovesciare il regime fascista mussoliniano, restaurato come una repubblica con capitale Salò, cittadina in provincia di Brescia, in Lombardia, sul lago di Garda,  dopo la liberazione di Benito Mussolini, il 12 settembre 1943, dal luogo, sul Gran Sasso in Abruzzo, dove era detenuto dal precedente 25 luglio su ordine del sovrano, dopo la sua destituzione come presidente del Consiglio dei ministri.
  Protagonisti della Resistenza furono forze comuniste, socialiste, liberali, democratico-cristiane e fedeli al sovrano. Nel corso della Resistenza, nel confronto e nell’alleanza tra queste forze, si progettò la nuova Repubblica post-fascista. Ecco perché si dice che la nostra Repubblica è nata  dalla Resistenza.
  Quel movimento ha un significato ancora attuale ai tempi nostri?
  Trascrivo di seguito alcuni brani di un intervento che un magistrato, il dott. Francesco Saverio Borrelli, che era stato a lungo capo della Procura della Repubblica di Milano, tenne il 28 settembre 2002 a Monteveglio, un Comune emiliano, in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria ad un altro magistrato, il dott. Antonino Caponnetto, che era stato capo dei giudici istruttori di Palermo ai tempi di decise azioni giudiziarie di contrasto con la mafia. Il dott. Borrelli in quell'occasione parlò in  particolare del valore attuale della Resistenza.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
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Il venerabile Teresio Olivelli (1916-1945), resistente formatosi nell'Azione Cattolica
Preghiera scritta da Teresio Olivelli

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28 aprile 2002. Il discorso di Francesco Saverio Borrelli a Monteveglio (BO), in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria ad Antonino Caponnetto.
 A cura di Roberta Anguillesi, redattrice di Democrazia e legalità. 

 Ringrazio di cuore il Sindaco di Monteveglio per il privilegio, altissimo, che mi è stato concesso nel partecipare a questa cerimonia, in una terra, in una regione, che da anni, da decenni, viene additata a tutta la collettività nazionale, e non soltanto a quella nazionale, come una regione esemplare per quello che riguarda la gestione della cosa pubblica e l'amministrazione locale.  Una regione che, negli anni gloriosi della resistenza, e della resistenza armata, ha pagato un contributo di sangue particolarmente alto. 
  Ho avuto recentemente occasione di leggere, in un periodico dell'A.N.P.I [Associazione Nazionale Partigiani d'Italia] di Milano, il resoconto di un ufficiale americano, Peter Tompkins, che in quegli anni fu mandato per tenere i contatti tra la quinta e l'ottava armata, da una parte, e le formazioni partigiane dall'altra, e ci sono resoconti agghiaccianti su episodi di guerra guerreggiata sull'Appennino bolognese che forse non sono sufficientemente conosciuti, in questa terra in questa comunità, che porta ancora ben marcata l'impronta della sua civiltà millenaria ed anche di quel personaggio straordinario, semplicemente straordinario, che è stato Giuseppe Dossetti, già professore di diritto canonico che ha combattuto la resistenza sull'Appennino bolognese e dopo è stato costituente, parlamentare nel consiglio direttivo della DC, e infine ha abbandonato la politica attiva per fondare la comunità di Monteveglio. E' in questo Comune, che porta ancora l'impronta di un personaggio così eccezionale, che io sono chiamato a porgere la cittadinanza onoraria ad Antonino Caponnetto.
  Vorrei che si percepisse quella sorta di tremore, di imbarazzo, che sento nel dover svolgere questo ruolo oggi, perché di fronte a Caponnetto io sono un fratello minore e non soltanto per qualche anno che ci separa, ma minore perché di fronte a quella che è stata la sua vicenda, l'eroismo con cui volontariamente Caponnetto si è gettato nella lotta contro la mafia, quello che può essere la mia personale vicenda, quella che mi ha portato ai clamori della cronaca, è qualcosa di casuale e fortuito.  
  E Antonino Caponnetto, e non sarà mai sottolineato abbastanza, è stato un volontario della campagna antimafia, da un posto relativamente tranquillo - e io vengo da una Procura generale e so che le Procure generali sono posti di retrovia, relativamente sereni e tranquilli - da un posto tranquillo, e senza aspirare ad avanzamenti di carriera, Caponnetto ha chiesto di poter andare a Palermo, e lo ha chiesto dopo che il terribile attentato di Via Federico aveva stroncato la vita di Chinnici. Lui, con una ventina di altre persone che poi si sono ritirate, ha chiesto di andare a Palermo a combattere la sua battaglia e per quattro anni e quattro mesi ha condotto una vita di assoluto sacrificio e isolamento, una vita blindata pagando caramente questo gesto ma pagandolo con entusiasmo.  Pagando carissimamente questo gesto perché non soltanto si deve a lui tutto quel lavoro di organizzazione ed armonizzazione che ha portato, non soltanto, alla creazione del pool antimafia ma alla creazione, all'interno di quel pool, di un clima di collaborazione reciproca che, sappiamo benissimo, nelle Procure non sempre si sa mantenere.  Pagando un prezzo altissimo anche in termini personali perché sappiamo che Caponnetto, in quel periodo, per poter scaricare i magistrati del lavoro ordinario si è auto-assegnato moltissimo lavoro che ha portato avanti personalmente, quando sappiamo che i capi degli uffici, ben di rado, affrontano direttamente le istruttorie. 
  Antonino Caponnetto in quel periodo, ha resistito a intramettenze politiche, forse non numerose perché la personalità che lui dimostrava era da tale da non incoraggiare contatti che fossero meno che corretti, tuttavia ha resistito e ha protetto i propri collaboratori ed ha portato avanti questo lavoro titanico che ha dato origine al primo, serio, processo contro la mafia, il primo processo che sia stato fatto dopo la normativa del 1982, che ha creato il reato di associazione mafiosa.
[…]
   Caponnetto, che durante gli anni della sua presenza a Palermo aveva conservato una discrezione esemplare, una volta che è andato in pensione, forse sotto la spinta emotiva della terribile stagione di sangue dell'estate 1992, ha deciso di voler continuare la sua opera in altre sedi e con altri mezzi ed ha iniziato un'attività intensissima, anche questa portata avanti con una fiducia e uno slancio stupefacenti in una persona di oltre 70 anni.
  Un'attività di diffusione di una cultura civica, diffusione della cultura civica tra i giovani, che non ha precedenti se non un esempio nell'attività che già Chinnici aveva cominciato in Sicilia negli ambienti studenteschi per far comprendere cosa fosse la mafia e quale dovessero essere la lotta contro la mafia.
  Quest'attività straordinaria, di Caponnetto, si è saldata nel 1994 qui a Monteveglio con la nascita dei Comitati per la Costituzione voluti da Giuseppe Dossetti. Durante gli anni terribili della Sicilia, durante quegli anni di fuoco e di sangue, quelli degli attentati, il presidente Scalfaro, che fu forse l'unico uomo politico che dette un sostegno morale, e non solo morale, all'azione di Caponnetto e al quale io sono fortemente legato anche per ragioni familiari, ebbe a parlare di nuova Resistenza.  Di nuova Resistenza contro l'inquinamento, da parte della mafia, della pubblica amministrazione e dei meccanismi dell'economia. Sapete che la parola Resistenza mi è particolarmente cara: io con questa parola, e con il ricordo del fondamento della nostra Costituzione repubblicana nella Resistenza, ho iniziato l'ultimo discorso inaugurale alla Corte d'appello di Milano. E su questo concetto vorrei ritornare perché Resistenza non è soltanto resistenza armata, Resistenza non è soltanto la nuova resistenza giudiziaria e di polizia contro la mafia, la Resistenza sotto il profilo della resistenza permanente è un concetto di carattere morale e culturale che deve accompagnare tutti noi, giorno per giorno nella nostra attività quotidiana di lavoro, di lavoro nel pubblico e nel privato, e di contributo alla vita delle istituzioni. 
 Resistenza già di per sé richiama  l'immagine di un valore che resiste all'attacco del disvalore; richiama il concetto del bene che resiste, e che si oppone  all'avanzata del male; richiama il concetto dell'umanità, dell'umanesimo, contro la brutalità; richiama il concetto progressivo che informa tutta la parte generale della nostra Costituzione ed in particolare l'articolo tre.  Questo articolo non è semplicemente l'enunciato, e il riconoscimento, di una situazione di uguaglianza che caratterizza tutti gli uomini e tutti i cittadini, ma costituisce il preciso invito al legislatore, all'interprete, affinché vengano rimossi gli ostacoli che impediscano l'effettivo raggiungimento di questa situazione di uguaglianza.
  Il mio richiamo alla Resistenza è stato impropriamente interpretato, da improvvisati, da critici interessati a farlo, come se fosse una sorta di esortazione alla ribellione alle autorità, ribellione al governo in carica. Nulla di tutto questo.
    Quando io parlo di resistenza, intendo un atteggiamento che ciascuno di noi deve interiorizzare ed esteriorizzare, un attività che prescinde da questa o da quella parte politica che sia al governo, un atteggiamento che deve essere di richiamo costante ai valori più profondi dell'umanesimo, ai valori più profondi della convivenza in una collettività armoniosa e proiettata verso il futuro.
  Pensiamo alla vicenda che ho vissuto per anni in prima persona: che cosa è stata la vicenda di Mani pulite se non un tentativo di opporre resistenza alla corruzione, ed è stata una vicenda che, per la verità, ha avuto un esito paradossale.    
  Ricordiamo tutti come fin dalle prime battute (dopo un primissimo momento di sconcerto), ci fu un atteggiamento generale dell'opinione pubblica, della stampa e poi di una parte del mondo politico, di assoluto sostegno a quest'azione e questo permise al pool di Milano di andare avanti, e velocemente, visto che, sembrava, spontaneamente stessero cadendo tutti i baluardi che erano stati posti, e che esistevano, in una situazione di corruzione sistemica.
  Si assisteva, addirittura, a un fenomeno di collaborazione spontanea anche di coloro che erano stati protagonisti di quella stagione di corruzione.
  Ma che cosa è successo nel tempo: c'è stato un fenomeno, forse del tutto naturale, di graduale stanchezza, di graduale logoramento dell'attenzione dell'opinione pubblica.
  La Procura di Milano e le sue iniziative stavano sulla prima pagina dei giornali, come forse dalla Seconda guerra mondiale non accadeva, quotidianamente e lo stesso tema veniva quotidianamente dato in pasto ai lettori, ma quanto è durato questo, un anno, due anni, non molto di più, gradualmente è iniziato un fenomeno di stanchezza che da un punto di vista psicologico può essere spiegabile, da un punto di vista politico lo è assai meno o lo è ancora di più, perché diciamoci francamente, non c'è nessuna forza politica, soprattutto quando arriva al governo, che guardi con simpatia e con rispetto alla possibilità che la magistratura - questo potere dei tre, o dei quattro, poteri fondamentali dello stato- possa esercitare la propria funzione di controllo di legalità. 
  Legalità non significa soltanto che esiste un corpo di leggi, un corpo di principi e regole, non significa soltanto il dovere, che è un dovere morale prima ancora che civico, dei cittadini e degli enti di adeguarsi al corpo di leggi, legalità significa anche che deve esistere la possibilità di effettuare un controllo sul rispetto della legalità, e questo controllo tocca fondamentalmente alla magistratura.
   Possiamo ben comprendere che chi detiene il potere, il potere vero, il potere reale, il potere economico ed alcune volte il potere di governo non è facilmente disposto a lasciarsi controllare da altre istituzioni dello stato. 
  Che cosa è la legalità, questo principio, quest'etica della legalità alla quale anche Giovanni Paolo II ha fatto richiamo nel suo messaggio del '98 per la giornata della pace, è il rispetto non solo della legge ma dei meccanismi che la costituzione e la legge ordinaria hanno posto per assicurarne il rispetto.
  Ed è proprio su questo versante che è iniziato l'attacco contro la magistratura, un attacco che si è iniziato con il mettere in dubbio la purezza degli intenti che animavano la magistratura, soprattutto quella milanese, nella continuazione delle operazioni di “Mani pulite”: si è detto che in realtà non si trattava di un'operazione giudiziaria ma di un'operazione politica e che i magistrati avevano in animo di distruggere una determinata parte della classe politica salvando l'altra parte, peccato che questo non corrisponda al vero, giacché nelle nostre indagini di Milano non c'è stata parte, non c'è' stato personaggio dello spettro politico che governava l'area milanese, l'area lombarda, che non sia stato investito dalle nostre indagini, e dico questo anche con una certa qual ripugnanza perché non credo che i magistrati debbano dar conto su come si è distribuita nell'area ideologico politica del paese la propria attività.
[…]
   [Q]uesto attacco, quest'insofferenza, verso la magistratura, quest'insofferenza verso il principio e verso l'etica della legalità che, è il solo scudo di cui possono disporre i non potenti perché i potenti non hanno bisogno di scudo alcuno, se lo fanno da sé.   Quest'ostilità, dicevo, quest'attacco contro la magistratura, ha trovato purtroppo una qualche rispondenza positiva in una parte dell'opinione pubblica, della gente comune, in un Paese come il nostro dove c'è un'atavica, e non per quest'invincibile, tendenza ad aggiustarsi un po' le cose, a trovare il modo di uscire dalle difficoltà attraverso una conoscenza o un regalo, una strizzata d'occhio, una promessa di solidarietà in altra reciproca simile occasione.
  In questo Paese, ad un certo punto, quando la magistratura ha mostrato che faceva sul serio, e non era solo questione di scremare una classe politica o di sostituire una classe politica con un’altra, ma era questione di fondare questa nuova cultura o questo recupero della cultura della legalità nelle coscienze e nella vita quotidiana dei singoli, in questo Paese, si è avanzato forse un segnale o sintomo di fastidio: "si va bene, adesso avete fatto il vostro show, abbiamo cambiato una classe politica, lasciateci lavorare in pace. Lasciateci attendere in pace ai nostri piccoli traffici e traffichetti". 
  Noi italiani siamo un po' fatti cosi, scusate se sto parlando in questo modo familiare poco cattedratico, ma dobbiamo pur guardarci in faccia... 
  Ed è per questo che quando io parlo di Resistenza dico che la resistenza deve essere condotta contro tutto e tutti gli ambienti ma anche contro noi stessi, contro la tendenza alla pigrizia in noi stessi che in molte situazioni suggerisce una strada d'arrangiamento, che è forse la più facile, ma non sempre la più corretta.
[…]
 Bene, ho parlato di Resistenza e forse un po' sul resistere vorrei concludere:
 Resistere a che cosa? Resistere a questa deriva cui la collettività nazionale rischia di abbandonarsi un po' per atavico scetticismo, un po' per pigrizia un po' per le fascinazioni di sirene che cantano nel mare, nel mare della comunicazione di massa e inducono a quella direzione, a una deriva. 
  Conducono verso un assetto in cui la questione morale non è più una questione centrale, non viene più addirittura percepita, e la questione della legalità si trasforma nella questione degli interessi, nella questione degli interessi che devono prevalere, negli interessi di qualcuno.
  Resistere alla desensibilizzazione delle coscienze, alla desensibilizzazione in ciascuno di noi della coscienza civica intesa come la consapevolezza dell'interdipendenza di tutti i nostri legami verso gli altri individui, verso il prossimo, verso la società, l'interdipendenza di ciascuno da tutti noi. 
  Resistere alla tentazione antipolitica del delegare, il far sì che altri pensino per noi, e quindi volontà di partecipare, come da Monteveglio ci viene insegnato, di partecipare a tutti i livelli in ogni momento, di portare il nostro apporto alla vita della società. 
  Resistere alla tentazione della chiusura individualistica, familistica o di clan, e alla stessa tentazione della chiusura nazionalistica o di etnia. 
 E qui inserisco un'altra parola che appartiene al mio linguaggio corrente: speranza. 
 Sono stato, una volta, rimbeccato da un giornalista peraltro laico e mio buon amico, che, avendo io parlato in un'intervista di speranza in un momento che sembrava proprio non ci fosse più nulla da sperare e che il pessimismo volesse prevalere, mi ha preso in giro per la menzione di questa virtù teologale. 
  Ma io dico che la speranza, e io sono laico, un laico che, come il Cardinal Martini ci ha insegnato, sa ed è consapevole che c'è un lungo cammino che laici e credenti possono compiere insieme condividendo gli stessi valori e puntando agli stessi obiettivi.
  Ebbene io vi dico allora, e non paia un sacrilegio, che anche noi laici dobbiamo avere fede, speranza e carità: dobbiamo avere fede, fede nel valore dell'uomo, nel valore dell'uomo che la nostra tradizione umanistica occidentale ci ha consegnato, e noi dobbiamo accogliere nelle nostre mani e trasmettere ai nostri figli, la carità laica è il senso di solidarietà, è il senso di amore del prossimo, partecipi come siamo, tutti, della medesima umanità.
  Ricordo i versi di quel poeta del '600 che diceva: “io partecipo dell'umanità, ogni uomo che muore un pezzo di me, ogni uomo che viene ferito viene ferita una parte di me, perciò quando suona la campana non chiederti per chi suona la campana, essa suona anche per te”.  Bene, questo è il senso d'appartenenza all'umanità che dobbiamo avere anche noi laici.
 E infine la speranza  significa confidare nella possibilità che le nostre azioni abbiano un esito, incidano nella realtà. Significa avere la consapevolezza che ogni nostro gesto incide nella realtà, il gesto cattivo come il gesto buono ma soprattutto il gesto costruttivo e se noi abbiamo questa consapevolezza che nulla va perduto di quello che facciamo e diciamo in questo mondo, questo significa aver fiducia in noi stessi e significa avere la speranza in senso laico. 
 Voglio finire con la menzione di una virtù cardinale: la giustizia, come ho letto la settimana scorsa su di un pannello nel palazzo ducale di Genova, un pannello affrescato dal De Ferrari, "ut giustizia inconcussa videat" perché la giustizia non perisca. 


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