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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 26 giugno 2014

Rispettare la dignità delle persone nelle loro scelte di fede


Rispettare la dignità delle persone nelle loro scelte di fede

 

 Spesso, quando si parla del Concilio Vaticano 2° per dire che dobbiamo attuarlo, se ne tratta come se quell'evento, che fu effettivamente assai rilevante nella nostra confessione religiosa, abbia comportato la proposta all'intera umanità di novità assolute, come quando, ad esempio, si fa una certa scoperta scientifica, accadde ad esempio quando inventarono i telefonini cellulari, e allora da un preciso punto della storia la vita dell'umanità inizia a cambiare. Questo non fu ciò che accadde durante il Concilio Vaticano 2°, svoltosi tra il 1962 e il 1965. E capisco, sostenendo questo, di muovermi abbastanza al di fuori di molte delle narrazioni correnti in merito, caratterizzate da un certo trionfalismo e condite con molto soprannaturale, come se allora la nostra collettività di fede, ispirata dall'alto, avesse portato la luce al mondo. Che quel Concilio non abbia portato vere novità all'umanità lo dimostra la sua parola d'ordine: aggiornamento. Ci avete mai riflettuto?
 Dallo scorso aprile la casa costruttrice non fornisce più gli aggiornamenti per un sistema operativo che è ancora molto diffuso tra gli  utenti dei sistemi informatici e ha messo in guardia gli utenti dei pericoli che corrono, invitandoli a passare a un altro sistema operativo di ultima generazione. Questo non è stato l'ordine d'idee prevalente nella nostra confessione religiosa nel secondo millennio della nostra era, ma direi che non lo è neppure ai tempi nostri. Non solo infatti si resiste ad ogni proposta di cambiamento, ma addirittura a volte si immagina di potere cambiare, migliorando, tornando al passato. La reazione come via verso il progresso. Questa mentalità non è però originaria nella nostra confessione religiosa, vale a dire risalente ai suoi primi tempi, dai quali noi traiamo ancora oggi fonti di ispirazione in quanto più vicini alla vita terrena del nostro primo Maestro, ma si è formata molto, molto più tardi, appunto più o meno nel secondo millennio della nostra di fede, ed è quindi  totalmente appresa, quindi frutto di una determinata mediazione culturale. Alle origini, in particolare nei primi quattro secoli della nostra era, le nostre collettività furono effettivamente un fattore decisivo di cambiamento per tutta quella parte dell'umanità in cui si trovarono immerse e con cui ebbero occasioni di relazioni vitali.  Riprendendo il paragone informatico, direi che a quei tempi si realizzò effettivamente un cambiamento di sistema operativo. Nel secondo millennio della nostra era si tentò invece, con successo, se questo può essere veramente considerato un successo, di mantenere sempre lo stesso sistema operativo. Mentre l'umanità progrediva, nel senso positivo in cui si intende il concetto di progresso, la nostra confessione religiosa venne a costituire, sempre più marcatamente, un centro di resistenza al cambiamento, agendo prevalentemente di rimessa, per fronteggiare le novità della storia cercando di limitarne l'influsso. La considerazione pessimistica delle novità  sociali apre, ad esempio, l'enciclica Rerum Novarum (=[il desiderio] di novità], promulgata nel 1891 del papa Leone 13°, che consideriamo come l'inizio di quell'esteso corpo di insegnamenti dei nostri capi religiosi che chiamiamo dottrina sociale della Chiesa e che è solo una parte del più ampio pensiero sociale cristiano (riprendo l'espressione dal sociologo Pierpaolo Donati).
  Una delle novità che caratterizzarono dalla fine del Settecento il corso della storia in Europa e nelle parti del mondo dominate dagli europei e in quelle che presero gli europei come modello sociale fu la scoperta dell'importanza di riconoscere la dignità universale degli esseri umani, vale a dire di tutti gli esseri umani e di ognuno di loro: essa è alla base delle costruzioni concettuali sulle democrazie contemporanee, che si fondano sull'idea di pari dignità degli esseri umani, vale a dire sull'affermazione di un'eguaglianza in dignità. Essa ha fondamento religioso, come ho cercato di spiegare in molti miei precedenti interventi. Lo ebbe fin dall'inizio, in particolare nel corso della costruzione del primo esempio di democrazia come noi oggi la intendiamo, durante la rivoluzione che porto alla creazione degli Stati Uniti d'America, a fine Settecento. Essa venne infatti espressa in quel contesto in termini esplicitamente religiosi scrivendo, nella Dichiarazione d'Indipendenza (1776), che tutti gli esseri umani sono stati creati uguali, con diritti inalienabili  e che su questo non c'era bisogno di discutere, perché era una cosa talmente evidente da non richiedere di argomentarci ulteriormente sopra. Su queste basi, oggi, noi affermiamo l'idea di una cittadinanza universale, che significa cercare di eliminare la parola straniero dal mondo degli esseri umani, perché lo straniero è un essere umano che ha una dignità inferiore a quella dei cittadini e  noi invece ci proponiamo di riconoscere a  tutti  la stessa dignità, e ci proponiamo di farlo religiosamente,  vale a dire a prescindere da ciò che appare, in particolare dalle realtà sociali e dalla realtà della natura così come sono: in questo facciamo consistere ai tempo nostri il progresso sociale. Benché l'idea dell'eguaglianza in dignità abbia fondamento religioso essa si affermò al di fuori della nostra confessione religiosa, nella quale, anzi, la nostra gerarchia tentò pervicacemente di resistervi, in questo venendo a costituire a partire dall'Ottocento un importante fattore reazionario. Bene, il Concilio Vaticano 2° è invece tutto pervaso dall'idea dell'eguaglianza in dignità. Esso fece proprio, dandogli una rinnovata veste religiosa, quindi costruendovi su una teologia, o meglio utilizzando le teologie che nel suo tempo lo avevano adottato, il progetto delle democrazie contemporanee di realizzare di tutta l'umanità un unico popolo di eguali in dignità. In questo consistette il senso maggiore dell'aggiornamento  conciliare. Esso riguardò in particolare anche la struttura delle nostre collettività e, in particolare, il ruolo che in esse vi avevano le masse, costituite da non appartenenti al clero o ad ordini religiosi (monaci e monache, frati e suore), vale a dire i laici. Un moto quindi che era in profonda consonanza con l'ideologia democratica contemporanea che fa discendere dall'idea di  eguaglianza in dignità un ruolo politico delle moltitudini, a partire dalla semplice condizione di cittadinanza comune e a prescindere dall'inquadramento delle persone in un sistema feudale gerarchicamente ordinato a partire da un vertice supremo, che si allarga poi scendendo verso il basso in una scala discendente con vari livelli di potere, in una struttura piramidale in cui alla base ci sono quelli, le masse, ai quali viene proposta come unica  virtù e solo motivo di dignità l'ubbidienza.
  La principale difficoltà che si incontra oggi nell'attuazione del Concilio  consiste proprio nella difficoltà di capire questa impostazione e soprattutto di agire in conformità ad essa nelle nostre collettività. Non infatti è raro, diciamo così, incontrare nelle nostre aggregazioni consuetudini poco rispettose dell'uguale dignità dei fedeli. Ad esempio quando si dà poca importanza  a ciò che le persone hanno costruito faticosamente nelle proprie vite e si pretende di ricostruirle da capo, distruggendo ciò che sono state e ancora sono, sulla base di una certa ideologia religiosa e dicendo loro, in dettaglio, che cosa devono fare e che cosa devono pensare. Questo lavoro assomiglia molto a quello di costruzione dell'uomo nuovo in cui si impegnarono i totalitarismi del Novecento e che ci costò tanto caro. Non è questo però il metodo che vedo attuato nei racconti sulle nostre prime collettività di fede che si fa nelle nostre scritture sacre e non mi pare che fosse quello usato dal nostro primo Maestro nella sua vita terrena.  Ma su questo, avverto, ci sono diverse opinioni. Storicamente persone considerate di grande fede religiosa, addirittura proclamate esemplari e oggetto di venerazione, hanno fatto cose di cui durante il Grande Giubileo dell'Anno 2000 abbiamo iniziato a pentirci collettivamente.
 Il Concilio è il nostro programma, diciamo in Azione Cattolica. Questo significa che ci sentiamo impegnati, innanzi tutto a partire dalla vita sociale concreta nei nostri gruppi parrocchiali, a conoscerne e a realizzarne gli ideali, a a partire da  quello di eguale dignità dei fedeli. Noi non vogliamo costruire l'uomo nuovo, ma rinnovare le nostre mentalità e i nostri costumi per fare di tutta l'umanità, a cominciare da quella che ci è più prossima, un solo popolo di eguali in dignità, distaccandoci così dal molto male che c'è stato in un passato del quale anche la nostra confessione religiosa, in quanto ispiratrice di un certo tipo di civiltà,  è stata corresponsabile. E' cosa che, a prescindere dalla sistemazione concettuale che le si dà, va innanzi tutto praticata correggendo nella vita dei nostri gruppi tutto ciò che può comportare una umiliazione  della persone. Il moto impresso dal Concilio va infatti in direzione esattamente contraria, quella della elevazione degli umili, che ha forte impronta evangelica, come si recita ogni sera nei Vespri con parole bibliche, "ha innalzato gli umili".
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

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