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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 24 giugno 2014

Mondi vitali


Mondi vitali

 

 Per me riflettere su che cosa è diventata la nostra collettività religiosa significa, ormai, riflettere su una vita intera che in essa è stata vissuta, da essa è stata profondamente influenzata e di essa è stata anche corresponsabile. Così, non posso riflettere sui mali di una esperienza sociale di fede, sul gran tempo sprecato, sulle ideologie reazionarie determinate dall'incapacità di affrontare le novità, sulle occasioni mancate, sulle moltissime persone emarginate, sulle esperienze collettive brutalmente interrotte, sui molti ingegni dispersi, sulle tante vite ricche di fede buttate, senza riconoscere che ciò che è accaduto è stato anche colpa mia, è stato, lo dico religiosamente, un peccato personale da cui riscattarmi, soprattutto, nel mio caso, per inerzia e omissioni, vale a dire più per un non fare  che in un fare sbagliato. Che accadrebbe se in confessione mi accusassi francamente di questo,  di aver reso la nostra Chiesa così com'è ora, io, che in essa ormai non sono solo più figlio, ma ne sono diventato uno degli innumerevoli padri? Anch'io infatti, negli ambienti in cui sono cresciuto e ai quali sono stato vitalmente connesso, ho esercitato un mio magistero, sono diventato una figura in qualche modo presa come riferimento dagli altri, nel bene e nel male, per intendere le cose del mondo, innanzi tutto come padre di famiglia e come membro di un gruppo familiare, poi sul lavoro e più in generale in tutte le mie relazioni sociali. I frammenti di società in cui mi sono manifestato sarebbero stati diversi senza di me. Potevano essere migliori se anch'io fossi stato migliore, così come lo sono stati tanti che ho personalmente conosciuto. Tanti anni fa, all'inizio della mia vita da adulto, sulle soglie dei vent'anni, mio zio Achille, professore, sociologo, mio mastro di spiritualità, lui che fu il mio padrino di Cresima e che tale ruolo esercitò per tutta la vita con costanza e sapienza,  anche lui successivamente duramente emarginato nella nostra collettività religiosa, mi criticava per il mio oblomovismo, che significa, sul modello di un personaggio di un romanzo dello scrittore russo Goncarov (Oblomov, pubblicato nel 1859), l'inerzia inconcludente della gente di pensiero, il non riuscire mai a superare la fase della prima riflessione fatta in casa propria, nella sicurezza domestica, per iniziare ad agire in società per cambiare le cose, anche entrando in conflitto con essa. Seguendo l'insegnamento di Giuseppe Dossetti, una persona alla quale mio zio Achille fu molto vicino e che mi aiutò a capire, non posso criticare la nostra Chiesa così come è diventata senza criticare anche me stesso per come sono diventato. Il cambiamento doveva iniziare innanzi tutto da me stesso. Ad un certo punto ho preferito lasciar correre, ho pensato che fosse tempo perso impegnarsi, che cambiare non fosse veramente possibile e ciò in tempi in cui invece cambiare era ancora realmente possibile, se solo avessi interpretato correttamente i segni dei tempi. L'ho scritto: cambiare ciò che è stato, cambiare la storia passata non è possibile, è possibile talvolta solo ignorarla, occultarla e mistificarla, come si è usato fare a lungo nei nostri ambienti religiosi, fine a che anche questo, sotto il magistero del nostro padre universale Wojtyla fu sentito come peccato, come colpa personale da cui redimersi e risollevarsi, in quel doloroso lavoro di conversione e pentimento che egli chiamò purificazione della memoria, che significa prendere coscienza veritiera del passato per non farsi dominare da ciò che di malvagio c'è in esso. Ebbene, in quel  regno della bella addormentata, preda di un incantamento bloccante, raggelante, in cui si è gradualmente trasformata la nostra collettività religiosa, io sono stato uno di quelli incantati, uno di quelli che, ad un certo punto, ha rinunciato ad agire e si è ritirato nel proprio piccolo mondo personale. Ora, ragionandoci sopra, capisco che agire non sarebbe stato tempo perso. E' dovuto venire da molto lontano, veramente da un altro mondo, un personaggio autorevole per riconoscerlo finalmente. Ma non sarà solo seguendo lui che potrò essere diverso, questo lo capisco bene, approssimandomi alle soglie della terza età, sulla base della mia esperienza di vita. Neanche lui non ha la ricetta giusta per ciò che compete solo a me di ideare e di fare. Non ha in mano quello che mons. Sigalini, a lungo assistente ecclesiastico generale dell'Azione Cattolica, nell'omelia della scorsa Pentecoste ha definito il libro delle Giovani Marmotte, il manuale prodigioso dove è rivelato in dettaglio come risolvere ogni problema pratico della vita.
  Se il passato non può essere cambiato, si può essere diversi nel futuro e innanzi tutto in quel futuro prossimo che è strettamente radicato nell'oggi. Quindi è possibile, finché c'è vita, cambiare. Questo consente di non lasciarsi vincere, soprattutto nell'età anziana, accorgendosi di quanto si è omesso e di quanto si è sbagliato, dallo sconforto, dalla disperazione, dal pessimismo, e anche dal rancore, come non di rado accade nei vecchi, soprattutto nei tempi dell'abbandono e della solitudine. Ma bisogna capire che cambiare è inevitabilmente un'azione sociale che quindi comincia innanzi tutto dall'uscire dall'isolamento. Questo significa che  i moventi, le forze, gli esempi, i  metodi, del cambiamento sono tutti frutto di un'interazione sociale. In particolare tutto ciò che facciamo rientrare nella fede religiosa è appreso  e sperimentato in una collettività vissuta, a cominciare, se si nasce in una famiglia religiosa, da ciò che da piccoli si vive in famiglia. E' solo collettivamente che si scopre il senso della vita.  In un suo fortunato libro divulgativo, pubblicato nel 1980, Crisi di governabilità e mondi vitali, ora consultabile solo in biblioteca, mio zio Achille ne trattò diffusamente. Il senso della vita, inteso come ciò che definendo il nostro posto nel mondo ci dà emotivamente la voglia e la forza di vivere, scaturisce dai mondi vitali  a cui partecipiamo, collettività nelle quali, attraverso un sistema di relazioni personali di piena comprensione e accettazione reciproca, di familiarità e di amicizia, di quotidiana interazione nell'esperienza vivente, giungiamo a condividere visioni del mondo, della direzione della storia individuale e sociale e anche a progettare il futuro personale e collettivo. Solo all'interno di mondi vitali a cui partecipiamo  essendo personalmente accettati, conosciuti, compresi e stimati, in un sistema di relazioni pluridirezionali, non solo quindi dagli altri a noi ma anche da noi agli altri, si scopre che  la vita ha senso, perché non siamo solo un ingranaggio in un grande meccanismo non progettato da noi, non diretto da noi e in cui noi abbiamo solo la scelta di fare ciò che altri ci dicono di fare.
  Ognuno di noi è inserito in diversi mondi vitali. Il problema delle società del nostro tempo è il depotenziamento di questi ambienti sociali fondativi delle nostre personalità individuali. Questo fenomeno è riconoscibile chiaramente anche nelle nostre collettività di fede, dove attualmente abbondano  i meccanismi sociali in cui uno può essere inserito, essendo accettato in quanto fa ciò che altri gli dicono di fare, mentre scarseggiano opportunità di mondo vitale nel senso che ho descritto. E' una cosa che è divenuta particolarmente evidente di questi tempi nelle nostre collettività religiose, dopo che è venuto un vibrante appello ai nostri mondi vitali, a una riprogettazione del senso della vita, e le nostre collettività si sono scoperte incapaci di rispondere perché divenute, nel tempo del grande gelo, prevalentemente meccanismi di uniformità sociale. Insomma si va in chiesa per sentirsi dire che pensare e che fare, non per condividere con altri, alla luce della fede comune, le proprie esperienze di vita e scoprirvi  e sperimentarvi, in quel tipo di relazioni significative di mondo vitale,  un senso religioso.
  Partecipare ad un gruppo di Azione Cattolica dovrebbe essere innanzi tutto una esperienza di mondo vitale. In San Clemente papa si tratta di ripartire, perché negli anni del grande inverno il gruppo si è ridotto a una forma embrionale,  sopravvissuto a un clima generale non favorevole grazie alla pervicace volontà di coloro che avevano sperimentato l'Azione Cattolica come esperienza vitale e fondante per la spiritualità personale. E' solo grazie a loro che non dobbiamo ricominciare proprio da zero. Ma si tratta di ricostituire una continuità generazionale. Abbiamo bisogno di gente nuova, non però per indottrinarla, per dirle che fare e che pensare, ma per imparare dalla sua esperienza di vita. Nel gruppo essa troverà anche una collocazione per così dire istituzionale all'interno della nostra collettività di fede, perché l'Azione Cattolica ha un suo posto preciso, riconosciuto, nella nostra organizzazione religiosa, ha, come dire, diritto di parola in essa, non può essere tanto facilmente sconfessata e ciò le ha permesso di resistere nell'era glaciale, e dunque, operando come Azione Cattolica, si ha anche la possibilità di influire direttamente su di essa, su ciò che intendiamo con Chiesa, per  per provare a produrre o almeno a indurre  i cambiamenti che occorrono e, innanzi tutto, il disgelo.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte  Sacro, Valli

 

  

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