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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 30 giugno 2014

Punti di vista


Punti di vista

 

 Le cose umane possono essere osservate da diversi punti di vista e allora cambiano aspetto. Più sono gli osservatori che guardano e dialogano fra loro più una società avrà una visione realistica, affidabile, del mondo. Ai tempi nostri, in religione, il problema è che le questioni vengono osservate prevalentemente dal punto di vista di un clero di professionisti, che ha fatto della religione un mestiere. Questo comporta un certo spirito aziendale, per cui il bene dell'organizzazione in cui si è inquadrati, e innanzi tutto la sua sopravvivenza, poi le sue fonti di sostentamento,  le sue relazioni con altre componenti della società e il suo credito  social, il  è considerato come la questione più importante. Comporta anche di considerare quelli che non appartengono ai ranghi aziendali come dei clienti  o, a seconda dei casi, dei dilettanti. Per  un prete, in fondo, noi laici siamo appunto gente così. L'ordinamento gerarchico della nostra collettività religiosa, tutto centrato sul clero, accredita questa visione delle cose e, rivendicando una sorta di monopolio della definizione dei principi religiosi, tende a sconfessare tutto ciò che viene ideato e attuato dai laici. Oggi i nostri capi religiosi lamentano una nostra afasia, una nostra scarsa partecipazione al dibattito sulle cose da fare e alla loro attuazione, ma in realtà essa è stata prodotta anche e prevalentementre dalla loro ideologia religiosa.
  Negli ultimi due secoli i risultati più importanti dell'azione religiosa nella società non sono stati prodotti dal clero, ma  dai laici. Il clero, nonostante l'allestimento sacrale di cui si circonda tutto teso a farlo apparire l'avanguardia delle nostre collettività, si è manifestato, in genere, in questa stessa era come una forza reazionaria che con difficoltà e ritardo ha seguito l'iniziativa laicale. Nessuna delle  cose nuove in materia di fede è venuta dalla nostra gerarchia in questo arco temporale, essa le ha prima combattute e poi faticosamente accettate, con molte resistenti e nel quadro di compromessi non sempre soddisfacenti. Questo ha riguardato in particolare l'idea religiosa che fosse possibile attuare un ordine mondiale pacifico fondato sulla dignità inalienabile delle persone umane, quindi sull'ideologia dei diritti umani fondamentali. Essa ha prodotto risultati spettacolari, ma essi, come tutte le cose umane, religioni comprese, non sono irreversibili e necessitano di essere sostenuti di generazione in generazione.  Il progresso culturale può essere perso molto più velocemente dei progressi genetici, per cui animali terrestri ci hanno messo tempi lunghissimi per ritornare acquatici, ma assetti pacificanti dell'ordine globale possono essere persi nel giro di una generazione o anche in tempi più brevi, se non c'è chi li sostiene. E' appunto il grave rischio della situazione in cui ci troviamo. Ma la gente della nostra fede, che è stata protagonista nell'evoluzione culturale che ha portato storicamente  molto vicini a un ordine mondiale pacificato, e in particolare a un lunghissimo periodo di pace nella nostra nuova Europa, sembra avere gettato la spugna: solo i più anziani sono ancora coinvolti in quel grande disegno. I più giovani, negli anni che ho definito dell'era glaciale, in cui l'iniziativa laicale è stata scoraggiata e sconfessata, non hanno avuto una formazione adeguata, si è interrotta una tradizione culturale, ha prevalso il punto di vista del clero, che ora talvolta si lamenta che noi laici ancora impegnati nelle cose di fede, non meramente clienti  di servizi religiosi, sembriamo voler diventare preti di complemento. I più giovani sono cresciuti integralmente all'interno della cultura a sfondo economicistico che vede nelle lotta tra le persone e i gruppi sociali una fonte di progresso sociale, di miglioramento delle società umane: essa è stretta parente di quelle che hanno scatenato i due conflitti mondiali del Novecento e, se non contrastata, porterà ad un ordine mondiale molto diverso da quello che ancora immaginiamo in religione, ma ormai più a livello di sogno che di possibilità concreta.
  Ma i nostri capi religiosi, nella loro straripante produzione documentale, non hanno continuato a invocare la pace? Certo, lo hanno fatto. Ma, secondo un'antica tradizione, rivolgendosi prevalentemente ai capi delle nazioni, con cui essi sono soliti stipulare accordi per spartizione del potere sulle società sottoposte, i concordati. Si sono limitati a prediche moralistiche a quelli che comandano nelle società civili. Ma non è così che questi ultimi saranno convinti a perseguire finalità di pace. Essi, anzi, avendo come obiettivo principale il proprio potere, come tutti quelli che hanno il potere, compresi i capi religiosi, faranno mostra, sì, di condividere i discorsi pacificatori, ma pensando poi a quale utile ricavare da essi in termini di potere, quali accordi si spartizione potranno essere conclusi. Storicamente gli obiettivi di pacificazioni sono stati raggiunti solo su base democratica, sulla base di un progresso culturale che ha coinvolto le masse e di cui i laici di fede, in particolare in Italia, sono stati fortemente impegnati. Ma la nostra gerarchia religiosa è ancora piuttosto sospettosa, e a volte addirittura ostile, verso i principi democratici, tanto che non teme, ciclicamente, di dire che fede religiosa e democrazia sono incompatibili. Essa infatti vede nella democrazia un attacco al suo monopoli nella definizione dei principi religiosi, che, in realtà, essa ha ormai perso, perché  i principi di azione sociale a sfondo religioso che hanno prodotto i più grandi risultati non sono stati da essa elaborati.
 Il problema di noi laici di fede di oggi è molto maggiore di quello di trovare un bilanciamento con la gerarchia per ricavarci un nostro ruolo più attivo nelle nostre collettività religiose. E' un problema che non è interno alla nostra organizzazione di fede. Noi dobbiamo riprendere l'iniziativa sociale per sorreggere quel progresso culturale che ha portato a far ritenere a portata di mano un nuovo ordine mondiale ed è un lavoro che va svolto in collaborazione con forze di tutto il mondo. La dimensione mondiale della nostra confessione religiosa e della sua organizzazione lo favorisce  e costituisce una grande opportunità.  Ma dobbiamo costituire nuovamente centri dove poter fare quel lavoro, riprendendo le fila dal punto in cui, ormai molto tempo fa, esso è stato interrotto, ricostituendo vitali relazioni sociali, riprendendo a riflettere collettivamente sulla situazione in cui ci troviamo e sulle sue ricadute sui principi di fede.  Essi, ai tempi nostri, scarseggiano, essendo state da lungo tempo scoraggiate esperienze laicali di questo genere, a favore di quelle di impianto nettamente spiritualistico, viste come più dominabili del clero.
 Scrive Beppe Elia, nell'articolo "Tocca ai laici", pubblicato sul numero 6/2013 di Coscienza, la rivista del M.E.I.C.:
"Senza entrare nel merito di questa rinuncia [all'impegno laicale all'esterno della comunità ecclesiale] e sulle responsabilità di questa involuzione (non riconducibili solo ad un'eccessiva sovraesposizione dell'episcopato), è tuttavia necessario comprendere quali conseguenze essa abbia nella Chiesa e nel rapporto fra la Chiesa e il mondo.
 Se i credenti infatti hanno abdicato in larga misura al loro compito di essere testimoni del Vangelo nei luoghi più critici e rilevanti della vita civile (la politica, le grandi questioni etiche, il diffondersi di modelli culturali radicalmente antievangelici), questo ha determinato non tanto l'irrilevanza della presenza cattolica nel Paese, che non sarebbe in sé un gran male, ma ha reso debolissima la proposta di scelte e orientamenti che proprio nel Vangelo trovano la loro ispirazione. E spesso, quando si è voluta palesare una presenza più evidente, lo si è fatto con uno stile autoritario … è la stessa vita della Chiesa che risente di questa fragilità del laicato credente … L'afasia dl laicato nasce anche da un clima ecclesiale che non favorisce il dibattito e il confronto di idee, perché timoroso di alimentare forme di dissenso e di far emergere elementi di disagio che turberebbero l'ordinata vita delle comunità … Questo crescente concentrarsi su di sé e sulle loro dinamiche interne, tipico di molti ambienti ecclesiali, li rende di fatto inospitali".
  Così nell'azione per la diffusione della fede, osserva Luca Diotallevi nel libro I laici e la Chiesa. Caduti i bastioni, citato nell'articolo di Elia, hanno si sono espansi gli uffici pastorali specializzati delle diocesi, nei quali "il prete diventa il leader eil laico il collaboratore subordinato, per quanto vezzeggiato, con effetti negativi ormai già empiricamente misurabili".
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

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