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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 28 giugno 2014

Passato, presente, futuro


Passato, presente, futuro

 

 Una delle differenze più marcate tra i giovani e gli anziani è il giudizio sul corso della storia umana. Gli anziani sono portati a vedervi un progressivo degrado, i giovani invece si concentrano sulle opportunità di miglioramento che pensano possano esserci nel futuro. Gli anziani criticano i giovani perché sostengono che il loro ottimismo deriva dal fatto che non hanno fatto ancora esperienza sufficiente di come va il mondo, i giovani criticano gli anziani dicendo che il loro pessimismo deriva dall'errata convinzione che non si possa cambiare in meglio mentre in realtà è possibile e proprio l'esperienza storica lo dimostra. Entrambi in fondo hanno ragione. Ma l'opinione degli anziani è paralizzante, perché scoraggia l'attivismo sociale. La nostra collettività religiosa è da tempo dominata da anziani e ne risente molto. In particolare,   a cavallo tra la fine del secondo millennio e l'inizio del successivo, ho letto che i nostri capi supremi erano influenzati, citandolo espressamente, dal pensiero fortemente pessimistico sulla civiltà moderna dell'eclettico filosofo e teologo russo Vladimir Sergeevic Solo'vev, il quale, nell'Ottocento, vide al lavoro addirittura un Anticristo nei progressi sociali e culturali che a quel tempo  interessarono l'Occidente europeo, anche nelle teologie espresse nelle sue confessioni religiose. Quest'ordine di idee ha caratterizzato fortemente il primo decennio del terzo millennio e può essere considerato una delle ragioni della gravissima crisi che, più vicino a  noi, ha investito il vertice romano della nostra confessione religiosa, dopo un progressivo inaridimento sociale della base. Quando, nel 2005,  i vescovi italiani indirizzarono ai fedeli laici un accorato appello alla collaborazione nell'azione per la promozione nella società degli ideali di fede [Lettera ai fedeli laici "Fare di Cristo il cuore del mondo" della Commissione episcopale per il laicato della Conferenza Episcopale Italiana, 27 marzo 2005] osservando
"Non sempre l’auspicata corresponsabilità ha avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali contraddittori. Si ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato. Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura, ecc. Vi è in alcuni casi anche un impoverimento di servizio pastorale all’interno della comunità ecclesiale. Serve un’analisi attenta ed equilibrata delle ragioni dei ritardi e delle distonie, per poterle colmare con il concorso di tutti.
A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure, all’opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa situazione. Una cosa è certa: il Signore ci chiama; chiama ognuno di noi per nome. La diversità dei carismi e dei ministeri nell’unico popolo di Dio riguarda le forme della risposta, non l’universalità della chiamata. Nel mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore affida a ogni membro della Chiesa. Il momento attuale richiede cristiani missionari, non abitudinari."
 e formulando questo invito
"Alle soglie del nuovo millennio cristiano, invitiamo il laicato delle nostre Chiese ad aiutarci a leggere la mappa del nostro tempo e a concorrere efficacemente per far crescere un nuovo modello di vita ispirato ai più alti valori umani e cristiani. In tal modo potranno dare un grande contributo al progetto culturale della Chiesa italiana."
la nostra risposta fu tutto sommato scarsa. Del resto quel documento, pur manifestando la consapevolezza dei problemi dell'epoca riguardanti l'impegno laicale nelle cose di fede:
"È indispensabile uscire da quello strano ed errato atteggiamento interiore che faceva sentire il laico più “cliente” che compartecipe della vita e della missione della Chiesa. La riscoperta della comunione, come piena partecipazione alla natura della Chiesa, postula che anche tutti noi scopriamo la Chiesa come nostra patria spirituale e ci poniamo al suo servizio, condividendo gioie, prove, lotte; non restando indifferenti o insensibili a tutto ciò che la riguarda; nutrendo per la Chiesa stessa un sentimento di profonda devozione filiale: «Non può avere Dio per Padre colui che non ha la Chiesa per Madre»".
rimase ancora tutto interno all'ordine concettuale che quei problemi aveva prodotto, non arrivando a riconoscere al mondo dei laici il ruolo che storicamente esso aveva già svolto nelle cose di fede, e con risultati eclatanti, vale a dire quello di elaborazione dei principi  di azione sociale ispirata alla fede, molto al di là della semplice attuazione di principi enunciati dalla gerarchia religiosa. La sensazione dei vescovi che lo slancio conciliare si fosse attenuato  era sicuramente esatta, ma essi non giunsero a riconoscere che ciò era dipeso prevalentemente da un'azione di governo, della quale loro stessi erano stati partecipi, per attenuarlo. Del resto la nostra gerarchia religiosa è stata sempre, per ciò che ho potuto osservare nella mia vita e per ciò che ho letto, poco propensa all'autocritica ed anche in quel documento i laici vengono presentati quasi come causa di un problema del quale in realtà erano stati ed erano ancora le vittime.
 Scrive Luigi Alici nell'articolo "Il coraggio della profezia" pubblicato sul numero 6/2013 della rivista Coscienza, del M.E.I.C. - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale:
"Non possiamo far finta di nulla dinanzi al grave deficit di discernimento -personale e comunitario, pastorale e culturale - che caratterizza il nostro tempo, come un  fenomeno complesso e pervasivo che attraversa e trascende la dimensione pastorale. I risultati  in larga misura disattesi del Convegno ecclesiale nazionale di Palermo (1995), che aveva rilanciato in modo convinto la priorità del discernimento comunitario, dovrebbero dirci qualcosa: non dobbiamo nasconderci dietro un consumismo semantico tipico di tanti progetti pastorali, che spesso vivono di slogan effimeri, messi in campo e rapidamente cestinati per far posto ad altri. I decenni in cui si è rilanciata l'idea del discernimento comunitario non solo non hanno visto crescere significativamente l'esperienza del «consigliare» nella Chiesa, istituzionalmente collocata nei consigli pastorali, diocesani e parrocchiali, ma addirittura hanno coinciso con il suo progressivo e sostanziale svuotamento".
  Con l'espressione in ecclesialese  "discernimento comunitario" si vuole appunto intendere quel ruolo attivo nella elaborazione dei principi di azione sociale ispirata alla fede di cui prima ho scritto. Un ruolo che i laici, di fatto, hanno già svolto  in Occidente con particolare efficacia in particolare a partire dagli anni '30 del secolo scorso e che ha portato alla creazione del nuovo ordine mondiale  scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale, con l'affermazione di principi di civiltà ai quali poi, tra molte difficoltà, la nostra gerarchia religiosa si è gradualmente adeguata, a volte riuscendo anche a riconoscervi l'origine nella nostra fede. Non si tratterebbe quindi, facendo spazio ai laici di fede in questo campo, di inventarsi nulla di nuovo, perché si tratterebbe di prendere atto di una realtà che già c'è, già si è manifestata, benché in genere fortemente osteggiata, e di legittimarla ed estenderla, facendo della collaborazione dei laici all'elaborazione di quei principi un metodo corrente nelle nostre collettività, istituendo anche percorsi catechetici di iniziazione e formazione a quel lavoro.  Nulla di tutto questo è ancora all'orizzonte. Si sostiene che esso non rientra nella tradizione della nostra collettività religiosa, ma su questo si possono portare diverse obiezioni.
  Bisogna innanzi tutto osservare che la storia delle nostre collettività di fede è stata pesantemente influenzata, fin dalle origini, da presupposti ideologici e da una correlativa opera di polizia culturale e politica. Abbastanza presto le questioni centrali della nostra fede divennero cose da specialisti, in particolare di filosofi che si erano venuti concentrando sulle questioni religiose, i teologi. Quando si parla di Padri della Chiesa  e di Tradizione ci si riferisce essenzialmente a loro e alla loro opera. Ad un certo punto la gente di fede comune semplicemente non ha più avuto voce. Hanno parlato solo interpreti qualificati delle cose di fede, non di rado scontrandosi aspramente. Possiamo farci un'idea della situazione delle nostre prime collettività di fede in particolare nelle parti degli scritti di quei primi teologi in cui si rampognano le loro collettività (a volte essi ne erano anche i loro capi gerarchici) per disordini nei costumi o per deviazioni ideologiche. Il quadro che ne emerge è quello che ci si attende in società di fede in fortissima e spettacolare espansione numerica e geografica: c'erano molteplici opinioni e costumi sulle varie questioni implicate nella vita di fede. Gestire questa complessità si presentò subito piuttosto difficile. Scriveva Clemente romano, il nostro  San Clemente, vissuto nel primo secolo della nostra e vescovo di Roma dall'anno 88 [Lettera ai Corinzi 46, 5-47]:
"Perché liti, collere, discordie, scismi e guerre tra voi? Non abbiamo forse un unico Dio, un unico Cristo, un unico Spirito di grazia diffuso su di noi, un'unica vocazione in Cristo? Perché straziare e lacerare le membra di Cristo, perché ribellarsi contro il proprio corpo e arrivare a tal punto di delirio da dimenticare di essere gli uni membra degli altri?".
 
Questo pluralismo sociale produsse varie dottrine e contrasti tra di esse e tra i loro ideatori e fautori: esso, al di là delle questioni dottrinali, verosimilmente era lo specchio di una corrispondente realtà sociale piuttosto composita. Quando questo, dal Quarto secolo della nostra era, diventò anche un problema politico, poiché la nostra teologia venne sostituita a quella antica politeistica corrente nel mondo greco-romano come ideologia politica dell'impero mediterraneo dove la nostra fede strepitosamente si diffuse a partire dal Primo secolo, il metodo seguito per fare unità fu quello della repressione ideologica e politica di coloro che dissentivano dalla linea adottata dalla suprema autorità politica, che all'epoca era quella degli imperatori civili egemoni nell'area mediterranea. Esso comportò anche l'uso della violenza politica in misura piuttosto rilevante. Essa era giustificata come misura sanitaria per risanare il corpo malato di una società di fede vista nella sua estensione soprannaturale. Si pensava così facendo di obbedire a un comando divino. L'autorità civile era vista come anche come autorità religiosa, con delega soprannaturale. Le autorità propriamente religiose si presentavano in vario modo collegate con legami feudali con quelle civili. La situazione non cambiò sostanzialmente durante l'Alto Medioevo, quindi per tutta la seconda metà del primo millennio della nostra era, solo che in Occidente mutarono le dinastie sovrane, sostituite da quelle dei popoli che provenendo dal Nord-Est dell'Europa erano immigrati nell'Europa Occidentale. La preminenza delle autorità civili su quelle religiose risulta chiaramente da questo passo del libro Storia del Cristianesimo  di Gian Luca Potestà e Giovanni Vian, edizione Il Mulino, 2010:
"Scendendo a Roma per esservi incoronato imperatore, Enrico 3°, re di Germania, Italia e Borgogna, trovò tre papi fra loro in conflitto. Li fece dimettere o  li depose (sinodi di Sutri e di Roma, 1046) e al loro posto nominò il vescovo di Bamberga, papa Clemente 2°. Rivendicato a sé il diritto di elezione già preteso da Ottone 1° [nel 962], Enrico mirava a liberare la sede papale da condizionamenti e intromissioni locali. Dopo Clemente scelse altri due papi. Leone 9° e Nicolò 2°" [pag.180 ].
 Si era nell'Undicesimo secolo della nostra era. Il modello di organizzazione religiosa che ancora caratterizza la nostra collettività di fede fu elaborato a partire da quell'epoca, in polemica con la pretesa di supremazia degli imperatori germanici. Esso ai tempi nostri sta vivendo il suo declino  e probabilmente sarà storicamente superato in un processo che potrebbe essere anche piuttosto veloce. L'inizio di questo declino può essere visto, in germe, nel Concilio Vaticano 2°, anche se il superamento dell'antico ordine era ancora fuori degli obiettivi di quel grande consesso di nostri capi religiosi. Ne furono però posti i presupposti nel progettare, fondandola teologicamente, una ideologia sociale di fede  che non era centrata sull'ordine gerarchico, ma su ciò nel gergo teologico viene chiamata comunione, che implica innanzi tutto il ripudio della violenza ideologica e politica come fattore di unità. In questo nuovo clima cominciarono ad avere voce, ad esprimersi, le istanze della base delle nostre collettività di fede.






Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

 

 

 

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