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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 23 giugno 2014

Oltre il Concilio


Oltre il Concilio

 
 Ai tempi nostri sembra talvolta che la decisione di impegnarsi ad attuare i propositi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) sia piuttosto audace. Vedo che le nuove parole d'ordine in tal senso che ci vengono dal nostro nuovo padre universale sembrano sconcertare. Esse giungono dopo un tempo veramente molto lungo in cui si è ragionato in modo opposto. Si voleva, allora, ricostituire una continuità, innanzi tutto ricostruendo quella ideologica e poi passando alla prassi, tra  il prima e il dopo quel Concilio. In realtà in molte cose siamo tornati indietro. La nostra gerarchia religiosa è tuttora organizzata come un impero assoluto. Il popolo dei fedeli è, come prima, semplicemente da essa dominato. Ci siamo affrancati dal latino ecclesiastico nella liturgia, questo sì. Nella Messa si legge più Bibbia di una volta. E alla gente di fede comune è stato consentito di aggregarsi in grandi movimenti di tendenza dai quali però, talvolta, è finita per essere dominata in modo più stringente di quando comandavano i preti. Essi esprimono oligarchie interne che pretendono di essere obbedite, pena l'esclusione, e conducono una loro politica per influenzare, con una sorta di attività di corte, il sistema feudale della nostra gerarchia del clero. Di modo che se una persona di fede vuole uscire dall'individualismo religioso, finisce per doversi conformare ai costumi altrui. C'è sempre, insomma, qualcuno che dice agli altri che cosa si deve pensare e che cosa si deve fare. Questo non è ciò che si fa in Azione Cattolica, che anche per questo è stata a lungo di fatto avversata. Un episodio eclatante e molto doloroso di questa storia fu, ad esempio, l'improvvisa cessazione, nel 2000, della pubblicazioni del periodico dell'Azione Cattolica Segno 7, formalmente attribuibile all'editore, all'Azione Cattolica stessa, ma in realtà, per come ho letto e saputo da fonti affidabili, voluta dalla gerarchia vaticana. Fu impedita la diffusione di un numero del settimanale, a causa del suo contenuto. Ciò causò le dimissioni del direttore e del caporedattore e la fine di quell'esperienza giornalistica.
 Sul WEB ho trovato la lettera che all'epoca scrisse il direttore di quella rivista:
"In questi anni Segno 7 è stata una voce fuori dal coro. Con molta fatica per chi, di settimana in settimana (puntualmente, nonostante i ritardi postali), ha lavorato alla redazione del giornale. E non poche incomprensioni. Ma a quel patto, stretto coi lettori fin dal primo numero, abbiamo cercato di essere sempre fedeli. A volte eccessivamente impertinenti per chi è abituato a giudicare le cose del mondo con il metro delle prudenze ecclesiastiche. Altre volte, forse, un po'; sopra le righe (e di questo ci scusiamo con quanti abbiamo ferito senza volerlo). Sempre attenti, comunque, alle ragioni dell'altro, alla pluralità delle voci e delle opinioni.
 Perché nasconderlo? Ci siamo divertiti. E di questi anni, in chi scrive, resterà il ricordo delle risate, dei dibattiti e delle conversazioni telematiche tra Roma (dove ha sede la redazione) e Parigi (dove vive, invece, il direttore), in un via vai di e-mail e di file, di testi e di impaginati da rivedere o da correggere a notte fonda, rubando ore al sonno e alla famiglia. Resterà il ricordo del dialogo con tanti amici dell'Azione cattolica. E la gioia di tanti nuovi incontri, di nuove amicizie.
 Nelle nostre inchieste e nei nostri speciali (sulla scelta religiosa, sui grandi temi dell'antropologia cristiana, sul riso, Bernanos, Merton, Bachelet...) abbiamo provato a scompigliare le carte, a ripudiare l'ecclesialese e ogni altra tentazione gergale, in linea con l'eredità che avevamo ricevuto da Angelo Bertani e da Vittorio Sammarco. Abbiamo sempre considerato la Chiesa e di riflesso l'Azione Cattolica come una casa di famiglia, una casa paterna, nella quale, come diceva Bernanos, «c'è sempre un po' di disordine, le tavole sono macchiate di inchiostro, i barattoli di marmellata si svuotano da soli negli armadi».
Su questa strada ci sentivamo incoraggiati anche da un altro maestro, Arturo Paoli, che in 'Facendo verità', saggio autobiografico del 1984, aveva scritto: «Preferisco una casa sempre in disordine e sottosopra perché aperta a ogni ora del giorno agli amici di ogni tipo e di tutte le età, alla stupenda biblioteca svizzera che visitai a San Gallo dove fui costretto a lasciare le scarpe alla porta per accarezzare il pavimento con le pantofole preparate per i visitatori. Questa disposizione mi parve esemplare per una biblioteca, ma non vorrei certo che definisse la forma della Chiesa cui appartengo».
 Noi amiamo i musei e forse ancora di più le biblioteche. Ma la Chiesa non è un museo e neppure una biblioteca, nonostante i testi splendidi che continua a produrre e a diffondere. È una casa di famiglia, con qualche spiffero di aria fredda e la vita; la vita, con la varietà di esperienze e di opinioni e quella libertà dei figli di Dio che fa orrore ai burocrati della fede.
 Il clima è cambiato: ve ne sarete accorti. E anche per il nostro giornale è arrivato il momento di tirare le somme. Senza rimpianti e senza amarezza."
 Ho trovato anche quella del caporedattore dell'epoca:
"«Io credevo che lo spirito soffiava dove vuole ed ero convinto che da secoli la Chiesa si era sempre più appesantita, fino a rendere formale un discorso che doveva essere lievito e segno di speranza; l'abuso di autorità aveva invaso le strutture maggiori; e se l'apporto dei laici aveva un senso, questo era di togliere gli abusi per riconsegnare alla Speranza una Chiesa con meno paura e meno angosce di morte, una Chiesa non più alienata dal denaro o dall'ambizione o dall'astrazione. Ma certe sovrastrutture erano ormai in sintonia con laici di comodo... Piccoli burocrati, presuntuosi e ridicoli, senza esperienza di vita e di scienza, consci che si può essere importanti facendosi credere capaci di governare gli altri» [da "I giorni dell'onnipotenza" di Mario Rossi  - ed. Borla, 2000)
 Erano gli anni '50 e il mondo cattolico celebrava in Italia il suo punto di massima vitalità: strutture, risorse, giornali, organizzazione, potere politico. Nulla sembrava mancare a quel laicato reso protagonista dalla passione del professor Luigi Gedda, recentemente scomparso. Eppure dietro l'unanimità covavano forti tensioni, contrasti sotterranei pronti a esplodere. Nel 1952 una prima crisi portò alle dimissioni dalla presidenza della Gioventù di Azione cattolica (Giac) di Carlo Carretto. Due anni dopo, altra crisi, ancora più grave, dimissioni del successore di Carretto, Mario Rossi, e di alcuni collaboratori centrali: l'assistente, il giovane don Arturo Paoli, ragazzi che si chiamavano Umberto Eco, Luciano Tavazza. Più tardi Mario Rossi scrisse un libretto e lo intitolò "I giorni dell'onnipotenza" (ed. Borla), da cui è tratta la citazione iniziale. Un ritratto dall'interno di quel laicato cattolico che esteriormente aveva tutto, ma che in profondità sembrava aver smarrito qualcosa.
 Oggi viviamo in un'epoca molto diversa. Nell'anno giubilare ci sono stati segni profetici che aprono la strada al futuro. C'è una Chiesa che cammina sulla strada di Emmaus, che ammette il proprio smarrimento, che chiede perdono e si affida alla parola del Signore e non alle garanzie degli uomini, che parla ai giovani con il senso della tradizione e la fiducia nel domani. Ma resistono abitudini consolidate, figlie dell'incertezza, di «correttezze etichettate di ortodossia così staccate dal vivere degli uomini da diventare inutili e buffe, fedi così chiuse da temere che mai potranno aprirsi a un panorama reale», scriveva ancora Rossi.
 Anche il nostro rischia di diventare un associazionismo estenuato, ripetitivo, chiuso in difesa di confini già scavalcati dagli eventi. Sì, c'è un laicato pavido che chiama gli arretramenti vittorie, i cedimenti resistenza, il non prendere posizione sobrietà, la chiusura speranza. C'è un modo di fare chiesa incapace di uscire dal gergo, di parlare alle ansie e ai dubbi di fede della gente semplice, che produce discorsi disincarnati, buoni per tutte le epoche e tutte le stagioni. Parole retoriche in cui manca la storia. Il corpo. La vita.
 Viviamo, insomma, i giorni dell'impotenza. Un giornale, anche il giornale dell'Azione cattolica, non può essere separato dal tempo, non può astenersi dal riflettere quello che accade, che sia bello, brutto, rassicurante, scomodo. Un giornale, come si leggeva sulla maglietta di James, ragazzone australiano incontrato sotto il palco di Tor Vergata, non è una favola, è fuoco. Tra limiti, contraddizioni, errori e ingenuità abbiamo tentato di accendere qualche focolare. Sappiamo che non sarà spento, come quello dei ragazzi del '54."
   Nei loro Messaggi della Chiesa al mondo (8 dicembre 1965), a chiusura del Concilio Vaticano 2°, i Padri conciliari, rivolgendosi ai governanti (tra i quali essi, in larga maggioranza teologi inesperti di democrazia, non si avvidero di escludere i cittadini delle democrazie di popolo, partecipi e responsabili del potere politico supremo), scrissero:
"…che cosa … vi chiede, questa Chiesa, dopo quasi duemila anni di vicissitudini di ogni sorta nelle sue relazioni con voi, le potenze della terra, cosa vi chiede oggi? Essa ve l'ha detto in uno dei suoi più importanti testi di questo Concilio: essa non vi chiede che la libertà. La libertà di credere e di predicare la sua fede, la libertà di amare Dio e di servirlo, la libertà di vivere e di portare agli uomini il suo messaggio di vita. Non abbiate timore di essa: essa è fatta ad immagine del suo Maestro, la sua misteriosa azione non usurpa le vostre prerogative, ma guarisce l'umano della sua fatale caducità, lo trasfigura, lo inonda di speranza, di verità e di bellezza".
  Bene, quella stessa richiesta, noi, gente di fede, popolo di fede,  dobbiamo farla ai nostri capi religiosi di oggi, quelli del clero e quelli dei movimenti e delle associazioni.  Ma chiedere non è sufficiente, la libertà bisogna prendersela, è questo che la storia ci insegna, dunque attuarla vivendola, sperimentandola, con audacia, senza paura, secondo l'esplicito incitamento che, ora, ci viene dall'alto. Ma questo ci porterà ben oltre il Concilio Vaticano 2°, sulla linea di uno sviluppo degli ideali in esso proclamati, non della loro mera attuazione.
 Non sarà un lavoro facile. Per troppi anni è stato insegnato uno stile religioso che portava a separare le nostre collettività di fede dalle società civili in cui erano immerse nell'intento di preservare dal male la gente religiosa. Storicamente gli atteggiamenti reazionari sono sempre stati giustificati con finalità di protezione paternalistica degli umili. Ci si è abituati a fare a meno della fede nelle cose del mondo, vale a dire negli ambienti sociali dove noi laici trascorriamo la nostra vita e spendiamo il nostro impegno. Perché è stato impedito quel lavoro di mediazione culturale che avrebbe consentito quella trasfigurazione  dell'umano di cui parlarono i Padri conciliari. E' stato impedito il pensiero ed è stata impedita l'azione. Noi gente di fede naturalmente abbiamo le nostre responsabilità se e  in quanto siamo stati pavidi e ripetitivi, secondo le espressioni usate  da quel caporedattore che ho citato.
 Ai tempi nostri possiamo dire di nuovo: "Oggi viviamo in un'epoca molto diversa". Ma è diversa solo perché inaspettatamente è cambiato il nostro imperatore religioso? Se così fosse, essa non sarebbe veramente diversa. Per renderla tale è necessario un nostro rinnovato impegno collettivo secondo gli ideali del Concilio ed oltre. La storia infatti non è rimasta ferma agli anni Sessanta. Le novità  si sono accumulate, mentre tutto da noi era fermo, come nel regno della bella addormentata.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

 

 

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