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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 27 giugno 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (22)


 
Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982

22
 Occorre attendere il Signore che tornerà. Il ritorno del Signore non sarà però un mero completamento ultimo di un processo evolutivo in mano agli uomini. Il suo arrivo è una sorpresa  e bisogna tenersi pronti e vigila per non farsi trovare impreparati. Noi non abbiamo quaggiù una città stabile. Siamo nomadi attraverso la storia e il cosmo, ma il nostro passaggio li deve trasformare entrambi in senso salvifico. Rimane pertanto egualmente impegnativo evangelizzare.
 Le tradizioni religiose dei popoli sono segno della pedagogia di Dio plasmatore delle identità culturali e preparazione evangelica. [Occorre] rispettare nel popolo la sua capacità di narrare e profetizzare, sperare e confessare Dio dentro gesti e simboli umani trasmessi da generazioni. [Ma] non tutti quelli che ne parlano hanno attenzione a rispettare il popolo e la sua dignità. Col pretesto della religiosità popolare si ribadiscono le proprie ostilità alla storia attuale e la nostalgia per altre epoche ormai relegate agli annali e ai musei etnografici.
 La religiosità popolare ha certamente i suoi limiti: la superstizione, la magia, il ritualismo senza vita, il fatalismo e la rassegnazione, egoismo e frustrazione collettiva. Ma è anche ricca di valori genuini. E' in fondo  il grido di speranza e idi redenzione di un popolo che attende giustizia e fraternità.
 
Mie considerazioni
 La vita in una delle nostre collettività di fede di base, come la parrocchia, rende manifesto che in religione ci sono diverse tradizioni culturali, quindi vari concezioni, costumi,  tipi di relazioni a sfondo religioso, finalità e attese. Credere  è un fatto sociale e ognuno, in fondo crede nel modo in cui lo ha appreso in una collettività viva. Questo pluralismo crea inevitabilmente problemi e prima di tutto quello di fare unità ed un'unità pacificata, come richiesto dai nostri ideali di fede ispirati alla finalità dell'agàpe  universale, di riunire tutta l'umanità in un unico convito festoso e amicale. Storicamente la strategia prevalente nella nostra organizzazione religiosa, soprattutto nel secondo  millennio della nostra era, è stata quella di fare unità soggiacendo ad un'unica autorità suprema terrena, concepita come direttamente delegata e ispirata da quella soprannaturale. Questo ha comportato che l'unità si facesse prevalentemente per via di repressione del dissenso e dei costumi oggettivamente devianti. Ai tempi nostri questa strategia costituisce essa stessa un problema. E questo per l'avanzare nell'organizzazione delle nostre società dei principi democratici nell'estensione che essi hanno avuto nel mondo contemporaneo. In particolare quella forma di dispotismo a fini unitari non è più ritenuta conforme alla dignità delle persone umane. Noi attualmente siamo in una fase di passaggio culturale: ci siamo pentiti dei suoi eccessi, ma la manteniamo come fattore generale unificante.
  Il  fare unità è anche un obiettivo democratico come dimostra il motto della rivoluzione americana: e pluribus unum,  espressione in latino che significa fare dei molti un solo popolo, dove però è sottinteso che l'unificazione si debba fare nel rispetto dei diritti inalienabili che vanno attribuiti a tutti gli esseri umani e ad ognuno di essi per il fatto di essere stati creati uguali   in dignità. In una concezione democratica dell'unità infatti si rifiuta il dispotismo gerarchico come fattore unificante, vale a dire che nell'unità si rispetta il pluralismo ed anche che l'unità è affidata a un progresso culturale della base, quindi di tutta la società, invece che ad un'azione di polizia ideologica sviluppata dal vertice.
 Storicamente le due strategie fondamentali per fare unità sono entrate in conflitto e, generando vari tipi di precari compromessi e di armistizi, hanno prodotto le varie fasi di un processo che è ancora in corso e che può essere riassunto in un progresso dal dispotismo alla democrazia, dall'unità affidata a una gerarchia feudale a quella basata sull'integrazione culturale generata alla base delle società. Ai tempi nostri, però, non è questo il conflitto dominante nel nostro mondo, come da tempo si comincia ad osservare da parte di molti commentatori dei fatti sociali.
 Il contrasto all'ordine del giorno è tra concezioni  culturali che ancora si propongo di fare unità, in uno dei modi in cui essa può essere ottenuta, e quelle basate sull'idea che il conflitto tra le società umane e i gruppi all'interno di esse sia fonte di progresso e non un male da combattere e che quindi esso vada stimolato e non combattuto. Queste ultime concezioni, che sono state elaborate da ultimo sulla base del pensiero economico dominante che vede nella competizione di mercato un fattore di progresso, condividono l'ideologia sviluppata a partire della fine dell'Ottocento del darwinismo sociale, che sulla base della lotta di tutti contro tutti che ha caratterizzato e caratterizza l'evoluzione naturali delle specie viventi e che è stata esposta per la prima volta dal naturalista britannico Charles Darwin (1809-1882), propongono di vedere nei conflitti sociali di tipo egoistico, basati sulla lotta per accaparrarsi risorse scarse, una fonte di progresso in quanto mezzi per favorire la sopravvivenza del più adatto. Lo sviluppo di questa concezione nelle nostre società, in particolare in quello Occidentali, ha portato alla crisi sia dei dispotismi tradizionali sia delle democrazie di popolo. Essa sta avendo riflessi anche in religione e in particolare nella religiosità popolare.
  Leggendo nostri testi sacri si ha un panorama molto vasto di forme di religiosità storicamente attuate e quegli scritti sono stati organizzati e ci sono stati proposti in modo da evidenziare uno sorta di progresso da concezioni primitive ad altre successive che sono conseguite a particolari illuminazioni soprannaturali e, in particolare, dal politeismo al monoteismo. Le forme primitive di religiosità sono più in linea con l'attuale ideologia del conflitto egoistico permanente come fonte di progresso sociale. In quell'ottica ogni popolo aveva il suo dio e la storia era vista anche come una lotta tra dei, in cui prevaleva il dio più forte, in quanto più forte. Questo tipo di religiosità non si propone alcun fine di giustizia, i suoi dei non sono forti in quanto più giusti. E' il tipo di religiosità che vediamo espressa, ad esempio, all'interno di alcune società criminali correnti in Italia e, sotto un certo profilo, alcune concezioni economiche per così dire estreme manifestano profili criminali.
  Ai tempi in cui scriveva Mondin, si avvertiva il problema dello sfruttamento di tipi primitivi di religiosità a fini reazionari, quindi per contrastare i moti democratici nella nostra organizzazione religiosa e pertanto dell'indebito utilizzo a tali di fini del potere sacrale. Oggi la questione si pone in modo piuttosto diverso. E consiste appunto nell'integrazione di concezioni a sfondo religioso in stili di vita collettiva che non hanno di mira l'agàpe, ma la prevalenza in una lotta sociale con altri gruppi. Essa viene espressa direttamente dalla base sociale ed ha una chiara valenza magica, in quanto ritiene di poter modificare con certi riti religiosi  il corso degli eventi. E, alla fine, risulta frustrante perché comporta l'accettazione dell'ingiustizia sociale. In quest'ordine d'idee si mira ad ottenere di volta in volta il favore soprannaturale in una specifica situazione. Rispetto all'ideologia dell'agàpe costituisce una involuzione, un regresso. E' tuttavia lo specchio dei tempi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

 

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