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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 1 dicembre 2012

Sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente e rilevanza religiosa della democrazia

Sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente e rilevanza religiosa della democrazia

l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, è di grande importanza per il regno di Dio.
  Ed infatti quei valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti  i buoni frutti della natura e della nostra operosità dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre “il regno eterno e universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace” [ dal Prefazio alla festa del Cristo Re]. Qui sulla terra il regno è già presente, in mistero; ma non la venuta del Signore, giungerà a perfezione.
[ dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, n.39 Terra nuova e cielo nuovo, del Concilio Vaticano 2°  -1962/1965]

 Il tempo che ogni martedì dedichiamo alla riflessione sui temi dell’Anno della Fede è troppo poco per un vero aggiornamento, se già certe cose non le abbiamo conosciute e assimilate molto prima, nel corso della nostra vita. Può al più dare spunti per ulteriori approfondimenti. Siamone consapevoli: se vogliamo esercitare utilmente il diritto di parola che ci viene riconosciuto su certi temi, dobbiamo fare uno sforzo per apprendere, innanzi tutto leggendo i documenti che oggi generano i dibattiti più attuali. Potremmo quasi dire che ci competono compiti a casa. Ma non si tratta solo di questo. Poiché questa è azione religiosa ne dobbiamo fare materia di preghiera, perché ogni cosa sia vista, pensata e agita, come è scritto nel brano della Gaudium et spes che ho sopra trascritto, nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto.
 Molti anni fa, quando facevo ancora le medie, mio zio Achille, che era un importante sociologo italiano, piuttosto seguito anche nel mondo cattolico, mi parlò della discesa della Gerusalemme celeste (Ap 21), nuovo cielo e nuova terra. All’epoca ero molto appassionato di fantascienza, leggevo ogni due settimane i fascicoli della collana Urania, e mi figurai la cosa come una grandissima astronave che atterrava da noi. Mi sorprese che uno scienziato come mio zio, una persona che nel suo  lavoro era molto legata al dato statistico, all’immagine realistica delle società del suo tempo attraverso sondaggi condotti con metodi precisi e razionali, si appassionasse a cose come quella. Per me, allora, la religione significava la Messa la domenica e le altre feste tradizionali, le preghiere al mattino e alla sera (quando me ne ricordavo), non eccedere in certe abitudini personali che i preti deploravano, fare quello che i miei genitori mi dicevano, confessarmi ogni tanto. Non immaginavo che ci fosse molto di più. La società andava come andava e io stavo ancora imparando a vivere in essa, non mi passava per la mente di cambiarla. Pensava anche che, tutto sommato, mi era capitato di nascere tra gente buona.  Poteva andarmi peggio. Sapevo che c’erano anche i cattivi e quelli che soffrivano, ma li situavo in regioni lontane. Della morte avevo un’immagine vaga, in genere collegata ai film eroici di guerra, in cui si facevano belle morti, nel senso di apprezzate dagli altri. “…adesso e nell’ora della nostra morte” erano soltanto parole per me, frasi mandate a memoria.
 Certe idee ho cominciato a capirle e ad apprezzarle veramente solo crescendo.
 Dunque c’è, in religione,  un lavoro da fare. Non c’è  solo la parte, come dire, liturgica. E non si tratta solo di sforzarsi di non cedere agli istinti. C’è una fatica che dobbiamo sobbarcarci ed essa riguarda il mondo in cui viviamo, il tempo presente. Essa consiste nell’ordinare meglio la società in cui siamo inseriti. Perché è fatica? Perché, in genere, le società resistono ai cambiamenti, tanto più in quanto sono fondate sull’ingiustizia, quindi su privilegi di alcuni rispetto ad altri. Non è questa anche la vostra esperienza?
 Questo lavoro nella società, ci dice il Concilio Vaticano 2° sulla base della tradizionale teologia, non è senza importanza per il regno di Dio. Ma, come? Non doveva venire dal cielo, la santa città, la nuova Gerusalemme, già tutta pronta per noi, come una sposa pronta per andare incontro allo sposo? La nostra idea religiosa è che ciò che avremo costruito sulla terra secondo i precetti di fede lo ritroveremo ai tempo del compimento beato, illuminato e trasfigurato. Capiremo quindi che esso era già una manifestazione del regno beato, eterno e universale. Cose come la dignità delle persone umane, la comunione fraterna, la libertà. Siamo ben consapevoli, naturalmente, dei limiti insiti in tutte le nostre costruzioni, per cui, qui e ora, non ci azzarderemmo mai a dire  il regno è qui. Confidiamo, ma senza poterne avere la sicurezza, che certe cose che facciamo possano averci a che fare: è questo il mistero di cui si parla nel brano che ho sopra citato. Ma perché mistero? Perché, anche se contemplando l’opera nostra non possiamo, in fondo, concludere, come nel Sesto giorno, che è cosa molto buona (Gn 1,31), perché non ci illudiamo e ne vediamo le imperfezioni, tuttavia l’animo nostro  è pur sempre pieno, religiosamente, non tanto razionalmente, di speranza, confidando che ciò che per mezzo nostro è stato generato dal contatto con un  appello soprannaturale, poi sarà portato a termine, quindi al compimento, da colui che ci ha chiamati e attirati verso di sé.
  Ora, bisogna prendere coscienza che in quel brano della Gaudium et spes ci sono cose che appartengono da sempre alla tradizione cristiana e cose nuove. Queste ultime le possiamo considerare come manifestazione viva di quel lavoro di cui si parla nel brano medesimo. La cosa veramente nuova è l’appello a tutti coloro ai quali il Concilio volle rivolgersi, vale a dire a tutte le persone umane [Gaudium et spes, 2], alla sollecitudine nel lavoro per il progresso delle società umane verso la dignità delle persone umane, la comunione fraterna e la libertà, attraverso nuovi e migliori ordinamenti.
  Vogliamo approfondire un po’ di più? Come potremmo dire in modo diverso gli obiettivi di quei nuovi  e migliori ordinamenti sociali indicati nella Gaudium et spes? Butto lì: uguaglianza, fraternità, libertà, i principi cardine delle democrazie moderne.
 Si legge nella nota 793 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004)
793« Libertà, uguaglianza, fraternità » è stato il motto della Rivoluzione francese. « In fondo sono idee cristiane » ha affermato Giovanni Paolo II, nel corso del suo primo viaggio in Francia: Omelia a Le Bourget (1º giugno 1980), 5: AAS 72 (1980) 720.
  Per oggi finisco qui. Per riflettere su certe cose serve tempo. Quando parlo con gli altri non noto una grande consapevolezza della natura anche religiosa del lavoro che si fa in democrazia per il miglioramento della società. Anzi sento spesso contrapporre religione e democrazia ed alcuni con compiacimento proclamano che la logica della democrazia non ha posto nella Chiesa. Ne siamo proprio sicuri?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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