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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 9 dicembre 2012

Laicità dello stato: nuovo fronte religioso?

Laicità dello stato: nuovo fronte religioso?
(9 dicembre 2012)

1. Il Discorso alla città pronunciato lo scorso 6 dicembre 2012 dal cardinale arcivescovo di Milano Angelo Scola sul tema L’editto di Milano:initium libertatis (l’editto era quella del 313 dell’imperatore romano Costantino che concedeva libertà di culto e di professione religiosa pubblica ai cristiani) interroga sull’apertura di un nuovo fronte religioso in materia di laicità e aconfessionalità dello stato.
 Aconfessionalità dello stato significa che lo stato non riconosce come propria alcuna religione, in particolare quella cattolica, e quindi non si impegna a integrarla nel proprio sistema di potere, anche solo come sistema di valori etici.
 Nello Statuto  del Regno d’Italia del 4-3-1848 e nel Trattato Lateranense dell’11-2-1929 (uno dei due accordi che sono noti come Patti Lateranensi; l’altro è il Concordato) era previsto, con forza di legge (ai Patti Lateranensi fu data esecuzione nel Regno d’Italia con legge n.810 del 1929) che la religione cattolica, apostolica romana fosse l’unica religione dello stato.
 Con l’Accordo di revisione del Concordato Lateranense  del 1984, la Repubblica Italiana e la Santa Sede:
·        tenuto conto del processo di trasformazione politica e sociale verificatosi in Italia negli ultimi decenni e degli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano 2°
·        avendo presenti da parte della Repubblica italiana, i principi sanciti dalla Costituzione, e, da parte della Santa Sede, le dichiarazioni del Concilio Ecumenico Vaticano 2° circa la libertà religiosa e i rapporti fra la Chiesa e la comunità politica, nonché la nuova codificazione del diritto canonico:
nell’art.1 del Protocollo addizionale di quell’accordo, stabilirono:
·        “Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi,della religione cattolica come sola religione dello Stato.”
L’aconfessionalità della Repubblica Italiana si ricava poi anche dal fatto  che tutte le  confessioni religiose sono dichiarate libere davanti alla legge (art.8, 1° comma della Costituzione). La posizione della Chiesa cattolica risulta particolarmente rafforzata in quanto la si dichiara con norma costituzionale (art.7 della Costituzione), indipendente e sovrana nel proprio ordine, quindi un vero e proprio potere autonomo, di cui lo staterello di quartiere Vaticano vorrebbe essere una sorta di rappresentazione,  e in quanto, con l’art.7 della Costituzione si è prodotto un riconoscimento costituzionale del diritto concordatario e, innanzi tutto, del principio concordatario, che esclude modifiche unilaterali da parte dello stato,  per cui si ritiene anche che il diritto concordatario cederebbe solo dinanzi ai principi supremi dell’ordinamento dello stato.
 Il principio di laicità dello stato è qualcosa di più della semplice aconfessionalità dello stato. Significa che la dignità civile dei cittadini non deve essere discriminata sulla base della religione professata.
 Ricordo, ad esempio, che quando mio padre mi mandò a Dublino, negli anni ’70, per imparare un po’ di inglese, all’epoca, nelle contee settentrionali ancora sotto dominio britannico, si era nel periodo  dei cosiddetti Troubles, dei moti degli irlandesi di religione cattolica che lamentavano di essere discriminati nell’organizzazione statale e nell’economia nazionale a  motivo della loro religione.
 Il principio di laicità dello stato si ricava dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione ed è considerato un principio supremo dell’ordinamento della Repubblica italiana, capace di prevalere anche su norme di rango costituzionale, ““uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica” (sentenza della Corte costituzionale n.3 del 1989).
  Per i principi di aconfessionalità e laicità dello Stato le religioni non possono ottenere che lo stato imponga ai cittadini le loro norme etiche e le proprie visioni del mondo.  Esse dovranno conquistarsi autorevolezza conquistando il consenso delle persone. Comunque nessuna maggioranza religiosa potrà mai ledere il principio di laicità e quello di aconfessionalità dello stato, a meno di fare una rivoluzione, di rovesciare uno dei principi supremi della Repubblica.
  L’accordo di revisione del Concordato Lateranense concluso nel 1984 menziona i deliberati del Concilio Vaticano 2°.
 Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, al n.76 è enunciato il principio della laicità dello stato:
·        La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo
Segue tuttavia un temperamento che corrisponde anche all’attuale concezione delle nostre autorità religiose:
·        Ma tutte e due, anche se a titolo di verso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra loro, secondo le modalità adatte alle circostanze di tempo e di luogo.
 Questa formulazione è stata ripresa nell’art.1 dell’Accordo del 1984 di revisione del Concordato Lateranense:
·        La Repubblica italiana e la Santa sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti per la promozione dell’uomo e il bene del Paese.
 I  conseguenti problemi (che ci sono sempre quando organizzazioni che si riconoscono reciprocamente lo stato di poteri devono necessariamente coesistere, condividendo, al modo condominiale, dei sudditi) si sono fatti più acuti in Italia per tre ragioni:
·        il decremento della popolazione che si riconosce cattolica (secondo una statistica pubblicata ieri si tratta di poco più del 60%);
·        la vasta inosservanza pratica da parte di chi si riconosce cattolico dei precetti religiosi riguardanti l’esercizio della sessualità (compresa quella omosessuale), la contraccezione, l’indissolubilità del matrimonio;
·        il favore di larga parte dei cattolici a una regolazione giuridica di forme di famiglia diverse da quella tradizionale (basata su matrimonio eterosessuale tendenzialmente di lunga durata) e di limitazioni su base volontaria a sussidi meccanici o farmacologici alla sopravvivenza in condizioni di sofferenza estrema in cui non vi è alcuna prospettiva di miglioramento;
·        il vasto dissenso, anche tra i cattolici e specialmente in periodi crisi, all’aumento delle erogazioni di fondi pubblici a sostegno di attività della Chiesa cattolica e di altre confessioni religiose e a forme di esenzione fiscale che riguardano in particolare molte attività svolte da organizzazioni della Chiesa cattolica;
·        l’aumento, a seguito di imponenti fenomeni migratori, di fedeli appartenenti ad altre confessioni religiose, i particolare a confessioni islamiche e cristiane ortodosse.
 La Chiesa cattolica appare oggi particolarmente preoccupata sulle seguenti questioni:
·        la progettata introduzione di una disciplina giuridica del matrimonio tra persone omosessuali, con la conseguente possibilità di adozione di figli;
·        l’equiparazione, ai fini degli interventi pubblici di sostegno, alle famiglie tradizionali basate sul matrimonio eterosessuale tendenzialmente di lunga durata ad altri tipi di famiglia, basate sulla semplice convivenza o su forme di matrimonio omosessuale;
·        il potenziamento della rete delle strutture sanitarie in cui possano essere praticati gli interventi di interruzione volontaria della gravidanza (allo stato assai carente in alcune Regioni, in particolare del Meridione);
·        l’autorizzazione al commercio di farmaci abortivi, che consentano l’interruzione volontaria della gravidanza senza interventi chirurgici invasivi;
·        la possibilità sempre più larga, a seguito di sentenze dichiarative di incostituzionalità della legge in materia di fecondazione assistita, di ricorrere a diagnosi di salute degli embrioni realizzati al di fuori dell’organismo della donna e ancora da impiantare, in modo da selezionare quelli non affetti da patologie rilevabili;
·        la possibile introduzione di una disciplina giuridica sulla eliminazione, o impiego a fini di ricerca, degli embrioni prodotti in soprannumero nel corso di procedure di fecondazione assistita;
·        la revisione in peggio di esenzioni fiscali ad attività svolte da organizzazioni della Chiesa cattolica o ad essa collegate, in particolare nel campo assistenziale, scolastico e sanitario;
·        il diniego di finanziamenti, sotto varie forme giuridiche, a organizzazioni scolastiche della Chiesa cattolica o ad esse collegate;
·        la progettata introduzione di norme giuridiche in materia di fine vita che attribuiscano al malato grave la decisione finale dell’interruzione di sussidi meccanici o terapeutici alla sopravvivenza in caso di patologie gravi, irreversibili e che creino grandi sofferenza, sia sulla base di una volontà espressa al momento in cui si pone il problema, sia su volontà anticipatamente espressa in un atto che debba valere per un  momento futuro, al realizzarsi di certe condizioni, sia sulla base della ricostruzione della presumibile volontà del malato in base a certe sue manifestazioni di pensiero prodotte nel corso della sua vita.
·        l’esclusione di manifestazioni esplicitamente cristiane (Crocifisso, Presepio, preghiera, visita di autorità religiose) nelle scuole pubbliche con forte presenza di alunni di altre confessioni religiose o non avvalentisi dell’insegnamento della religione cattolica.
Complessivamente si tratta di quel principio di valori che il papa Benedetto 16° ha dichiarato come non negoziabili. Si discute abbastanza su che cosa si debba intendere come non negoziabili. E’ stato fatto osservare che in democrazia non esistono temi non negoziabili, su cui quindi non si possa dialogare e discutere. In sede costituente lo si è fatto anche sui principi fondamentali della Repubblica, come quello di laicità dello stato. Quell’espressione è stata intesa anche nel senso che in nessun caso si devono appoggiare partiti che non si impegnino espressamente a realizzare quei valori secondo l’interpretazione che di essi dà in concreto la gerarchia cattolica. Ma, oggi,  i partiti maggiori non sono disposti ad accogliere in tutto la volontà dei capi religiosi cattolici in materia e questo in quanto le posizioni espresse dalla gerarchia in quelle materie che ho ricordato è in genere più o meno minoritaria tra gli elettori, anche tra quelli cattolici. La differenza  è tra quelli che manifestano in materia agnosticismo e lasciano libertà di scelta ai propri parlamentari e quelli che invece seguono una linea precisa, divergente da quella del Papa e del vescovi, e pretendono fedeltà dalla propria forza parlamentare. Si è anche inteso quel non negoziabili come un invito al massimo impegno per ottenere concretamente il miglior risultato possibile, ma in realtà si tratterebbe di una  contraddizione in termini, perché questo risultato non potrebbe essere raggiunto se non mediante un negoziato, sia pure particolarmente agguerrito su certi punti sensibili.
2.   Con il Discorso alla città del 6 dicembre 2012 il cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, sembra voler  aprire un vero e proprio fronte con le istituzioni pubbliche. Le accusa di agnosticismo  verso la verità. Le accusa di voler promuovere, in tal modo, una propria visione del mondo (da lui definita mondovisione), in cui la religione e Dio non hanno parte. Propone quindi di rivedere le interpretazioni che si sono date della dichiarazione Dignitatis humanae, del Concilio Vaticano 2°, in cui è stato proclamato che “l’adesione alla verità è possibile solo in maniera volontaria e personale e la coercizione esterna è contraria alla sua natura”. Queste condizioni non sono in realtà realizzabili, proprio per l’interferenza di uno stato che, facendo professione di neutralità, impone di fatto una propria mondovisione, con la forza derivante dalla propria pervasiva e autorevole organizzazione.
 Scola giunge ad affermare che il contrasto in atto non è, come generalmente si crede, tra credenti di diverse religioni, ma tra le religioni e le culture secolariste di cui si fanno portatori gli stati che finiscono in tal modo per proporre una propria mondovisione alternativa a quella delle religioni.
 Secondo il cardinale, per come ho capito, la libertà religiosa non può essere disgiunta dallo sforzo di ricercare la verità, compito nel quale anche lo stato deve impegnarsi, innanzi tutto per distinguere tra religioni  e sette (queste ultime da considerarsi al di fuori della tutela della libertà religiosa?)
·        D’altra parte, ci si deve chiedere a quali condizioni un “gruppo religioso” può rivendicare un riconoscimento pubblico in una società plurale interreligiosa e interculturale. Siamo di fronte alla delicata questione relativa al potere dell’autorità pubblica legittimamente costituita di distinguere una religione autentica da ciò che non lo è.”[discorso citato, n.2]
 e poi per discernere tra le proposte religiose quelle che meglio corrispondono all’edificazione del bene comune. Secondo Scola occorre quindi ripensare il tema della aconfessionalità dello Stato nel quadro di un rinnovato pensiero della libertà religiosa. In questo il cardinale, dopo aver dichiarato che il cattolicesimo popolare ambrosiano è affetto da profonde fragilità, conclude:
·        Il nostro è un tempo che domanda una nuova, larga cultura del sociale e del politico. I molti frammenti ecclesiali e civili che già oggi anticipano la Milano del futuro sono chiamati a lasciar trasparire il tutto. L’insieme deve brillare in ogni frammento a beneficio della comunità cristiana e di tutta la società civile. Vita buona e buon governo vanno infatti di pari passo.
3. Il discorso del cardinale, con la prospettazione di un conflitto tra  culture statali secolariste, in esse compresi i principi supremi di laicità dello stato e di aconfessionalità dello stato, è suscettibile di aprire una gravissima crisi  tra le istituzioni democratiche della Repubblica e le confessioni religiose, coinvolgendo i rispettivi credenti, costretti a scegliere tra fedeltà costituzionale e fedeltà religiosa ai propri capi confessionali (in questo non sono naturalmente  in questione i valori fondamentali della fede, che riguardano le coscienze). Prima di rassegnarsi a un disastro del genere, la persona di fede dà corso a tutte le proprie risorse razionali e di discernimento per capire se è possibile un diverso sviluppo.
 Innanzi tutto: in Italia non è in questione la libertà religiosa. Qualcuno trova veramente limiti nell’espressione privata e pubblica della propria fede? Io, pur esse noto come cattolico “praticante” non ne ho trovato nessuno. In questi ultimi anni si sono insediati nel mio quartiere numerosi islamici, provenienti dal continente indiano, e anche loro non hanno trovato difficoltà nell’espressione della loro fede. A due passi da casa mia c’è una delle più grandi e belle moschee europee e un altro centro di preghiera islamico è stato aperto proprio nella via in cui abito. Alcune donne islamiche girano velate e nessuno ci fa caso, così come le non islamiche circolano vestite come credono e nessuno le rimprovera.
 In parrocchia ho detto che bisogna stare più attenti al linguaggio che si usa, anche nella liturgia, perché offendere gli dei altrui è ancora vietato (art.724, 1° comma- illecito amministrativo), così come è vietato l’incitamento alla discriminazione su base religiosa (art.3 della legge n.654 del 75 - reato).  Quando ero bambino ricordo che invece ci si prendeva spesso gioco di certe consuetudini islamiche (si pensi a certi film con protagonista Totò): ora non  è più possibile farlo. Bisogna ricordarsi, ad esempio, che pronunciare il nome arabo di Dio o del profeta dell'Islam facendoli seguire da appellativi ingiuriosi o critici  è considerato tra gli islamici una gravissima bestemmia, capace di scatenare la violenza di massa.
 Detto questo. il vero problema non è la libertà religiosa, ma che che alcune norme etiche promulgate dall’autorità religiosa cattolica sono venute a contrastare con l’etica pubblica corrente. Quest’ultima trova il suo fondamento in movimenti diffusi nella società (che trovano credito anche tra molti cattolici) i quali hanno espresso democraticamente una forza parlamentare che si è determinata di conseguenza. Pensare di riuscire a convincere le autorità pubbliche, con un discorso razionale, che la verità è una sola, precisamente quella sostenuta dalla Chiesa cattolica e, inoltre, che quest’ultima su certe questioni deve avere maggiore voce in capitolo, perché migliore di altre confessioni religiose  è irrealistico. Anche pretendere di riuscirci con la forza è irrealistico (tenendo conto degli orientamenti della maggioranza degli elettori) e, in fin dei conti, anche immorale, in quanto contrasta con principi fondamentali sanciti con forza di legge della Chiesa durante il Concilio Vaticano 2°: la fede religiosa e la sua etica non si impongono con la forza. Riuscirci negoziando la propria forza ecclesiale  di influenza elettorale (che in Italia si stima intorno al 10% dell’elettorato) con  gruppi che, opportunisticamente non per convinzione, si impegnino a seguire i desideri della gerarchia in certe questioni, in particolare nell’impedire novità legislative sgradite  potrebbe essere considerato umiliante per i cattolici democratici, tale da ricacciarli in una condizione di minorità dalla quale faticosamente sono emersi.
Mia opinione
La mia opinione è che occorra sempre negoziare, ma non per uno scambio  politico-elettorale, ma per proporre con sapienza le ragioni e i metodi che su ogni tema controverso consentano di arrivare a soluzioni condivise che rispettino a pieno la dignità delle persone umane, rifuggendo in particolare gli estremismi ideologici. Questo si potrà fare nei vari schieramenti politici in cui i cattolici si sono attualmente divisi, salvo poi recuperare l’unità quando si tratterà di decidere su certi determinati temi sensibili in cui i cattolici hanno maturato convinzioni comuni.
Concludo osservando è che, nella mia opinione, andranno inevitabilmente riducendosi certe incrostazioni di confessionalismo cattolico che ancora permangono nel costume delle istituzioni pubbliche italiane e che, del pari, saranno inevitabilmente superate le discriminazioni su basi sessuale che ancora travagliano il dibattito legislativo, in particolare in materia di normative riguardanti le famiglie. A questo punto tutto, nella mia visione, l’impegno dei cattolici dovrebbe essere centrato sull’impegno a mantenere gli spazi di libera e pubblica espressione della loro fede religiosa (compresi quelli negli spazi e nelle istituzioni pubbliche, senza tuttavia imporli ai diversamente credenti) e nella particolare tutela della famiglia tra uomo e donna fondata su un matrimonio tendenzialmente stabile in vista della generazione della prole.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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