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domenica 23 dicembre 2012

Pensiero di Natale 2012

Pensiero di Natale 2012

Stava la Vergine Maria
cullando il presepe, a Betlemme;
ninnando Dio che dormiva:
ritornello del canto era “amen”.
 Sognavo il bue e l’asinello;
sognavo la creazione;
e Dio –oh, che bimbo stupendo!-
dormiva senza sognare.
 L’alba del tempo spuntava,
vestiva i sogni di luce;
Maria la Vergine sognava,
cantava sognando la croce.

Miguel de Unamuno (scrittore e filosofo spagnolo, 1864-1936)
da La poesia del Natale,  Paoline editoriale libri, 1997

 In questi ultimi giorni il lavoro mi ha tenuto lontano dall’appuntamento quotidiano con questo blog, che vorrebbe diffondere l’aria che tira in un gruppo parrocchiale dell’Azione Cattolica, nel nostro, qui, in una periferia romana.
 Sono mancato alla processione che abbiamo fatto, nel corso della nostra ultima riunione settimanale, al presepe, con le meditazioni di ciascuno.
 Che avrei detto?
 Che cosa  è per me il Natale? Anzi, meglio, che cosa è diventato per me il Natale.
 Mi pare che da bambini si riesca a intuire meglio il Natale, mentre da adulti,  o da adultissimi secondo la nomenclatura che si usa in Azione Cattolica, tutto si complica.
 In fondo la storia della nascita di Gesù non ha un po’ la consistenza della fiaba? E’ invece più vicina all’esperienza di una persona più in là con gli anni quella della pena inflitta sulla croce a un condannato, che si narra specialmente nel tempo di Pasqua.
 Un altro tempo in cui ci si accosta meglio alla realtà del Natale è quando si aspetta un figlio. Anche se non si tratta di un evento prodigioso come si narra che fu quello del concepimento di Gesù, tuttavia l’idea di generare un altro essere umano, che dovrebbe rientrare nell’assoluta normalità della nostra biologia, il più delle volte coinvolge lo spirito dei genitori in maniera del tutto particolare, e all’apparenza sproporzionata. Si fanno sogni, ci si immagina genitori forse migliori di quelli che ci hanno preceduto, si pensa di rimediare a tanti errori, e soprattutto si cerca di immaginare colui che deve arrivare e che si sta formando nel modo particolare che hanno i mammiferi di fare questa cosa. Siamo disposti a spenderci per lui, ma attendiamo anche cose da lui. Un figlio è sempre un’esperienza di apertura  verso il futuro. Chi, per vari motivi, non riesce a farla, spesso dice di sentirne la mancanza e, a volte, cerca di rimediare in diversi modi.
 Qualche giorno fa ho provato a immaginare, discorrendo in famiglia, che accadrebbe se la nostra fisiologia avesse mantenuto l’impostazione ovipara dei nostri più lontani progenitori biologici. Probabilmente l’esperienza della generazione sarebbe meno impegnativa per la donna, ma anche meno coinvolgente per entrambi i genitori. Avremmo forse una specie di elettrodomestico nel quale tenere al caldo le uova fino alla schiusa. Possiamo pensare che gli uffici anagrafici pretenderebbero di marchiare con un codice ogni uovo umano per questioni di stato civile e forse si svilupperebbe un commercio di queste uova, al modo di quelle delle galline. Forse si elaborerebbe anche tutta una teologia di difesa del prodotto del concepimento, così esteriorizzato e impacchettato al di fuori dell’alvo materno, al modo di quella che riguarda l’embrione e il feto nella reale riproduzione umana. Probabilmente in questa diversa ottica sarebbero responsabilizzati entrambi i genitori e non solo la femmina. Il figlio nell’uovo comporterebbe indubbiamente alcune comodità per i genitori, sia nella fase di gestazione, con la maggiore facilità di trasporto di un uovo, sia nella fase di schiusa. Forse, nel quadro di un disegno intelligente, sarebbe opportuno provvedere i piccoli di un becco o rostro caduci per questo incombente, per rompere il guscio. Ci sarebbe qualche tentazione in più, per i genitori, tipo quella di abbandonare l’uovo in giro, come si fa per gli animali domestici indesiderati.
 L’esperienza di una vita che si forma e cresce dentro un’altra vita, nel corpo di un'altra persona, e da essa sorretta, è senza dubbio ricca di una maggiore emotività. Questo non solo per la madre, ma anche per il padre, almeno quando si fa coinvolgere. Non dimentichiamo infatti che in molti casi le difficoltà che le madri trovano nel portare avanti una gravidanza derivano dal contesto sociale in cui l’evento si produce e, innanzi tutto, dall’atteggiamento del padre del concepito. Poi però la colpa morale di aver interrotto la generazione ricade di solito per intero sulla donna, gravata di scomunica religiosa e diffamata con i peggiori epiteti.
 In certo modo, quindi, l’esperienza del Natale richiama quella delle famiglie comuni, in cui ad un certo punto si generano nel modo consueto esseri umani. E questo anche se la Famiglia del Natale è veramente tanto, tanto, diversa da quelle nostre. La fede e la teologia hanno troppo influito perché si possa pensare di averne una visione proprio realistica, ma questo non è avvenuto senza un motivo. I sogni che di solito si fanno in queste occasioni si sono molto espansi in una prospettiva religiosa che, come è scritto del testo di Unamuno che ho sopra trascritto, si estende addirittura a tutta la creazione, a partire da un bambino. C’è un insegnamento nei racconti del Natale che è molto importante e vale ancora e anche da molto adulti, quando l’esperienza personale della generazione si  è fatta più lontana e addirittura irripetibile.
 Colui che nasce soffrirà e un genitore, tra le tante cose belle, si prefigura per lui, con timore, anche l’esperienza della croce. Perché allora giunge  a dire amen, si compia quello che deve compiersi?
 Da una parte è la natura che ci spinge. Con molto realismo il Papa ci è ritornato ripetutamente su di recente. Non dobbiamo immaginare di poterci interamente costruire da noi stessi. La natura ci determina, nel nostro essere uomini, donne (con una certa gradazione di varianti tra i due generi e di corrispondenti orientamenti, secondo quello che le scienze contemporanee osservano – anche tra certi primati non umani se è vero quello che ho letto) e nel nostro voler generare. Generare è in genere un’esperienza felice, anche se non è mai disgiunta dalla sofferenza e all’apprensione. In noi umani, che sappiamo anche sognare, essa ci fa sognare un mondo nuovo, che redima quello imperfetto in cui ci siamo trovati storicamente a vivere.
 Dall’altro è l’esperienza spirituale che abbiamo di noi stessi che pretende tutto ciò che teologicamente si fa rientrare nel Natale. Vale a dire, in particolare, che il fondamento di tutto abbia natura personale e anche umana.
 Qualche volta, scherzando sui miei molti acciacchi di cinquantenne per altro ben restaurato, faccio alcuni apprezzamenti critici sul disegno intelligente che indubbiamente è dato cogliere nella creazione, nella sua grande complessità pur nel suo mirabile coordinamento e nella sua stupefacente complementarità. Certe cose che non funzionano, mi chiedo, non potevano essere fatte un po’ meglio? Ecco dunque che pensare un Dio-uomo ci porta talvolta ad un’eccessiva familiarità con lui, perché, come insegna la Bibbia, chi siamo noi, e soprattutto chi sono io, per impartire lezioni di creazione al Creatore?
 Pensare che un essere umano abbia potuto ninnare l’artefice di tutto, come poi lo tenne tra le braccia, morto, come ci viene rappresentato con grande efficacia nella statua della Pietà  di Michelangelo, in San Pietro in Vaticano, viene incontro al nostro più grande desiderio, che si fa più pressante crescendo, vale a dire che il senso di tutto sia dominato da un’umanità amorevole e universale, secondo il modello, che la maggior parte di noi ha potuto sperimentare da piccoli, di un’esistenza personale circondata dalla benevolenza e dall’affetto di genitori.
 Religiosamente, anch’io in questi giorni, guardando il presepe, canto il mio amen.
Ma non chiedetemi di trovarvi le ragioni per fare altrettanto nelle vostre vite, ognuno deve riuscirci da sé, se può, se gli è dato. Il mio augurio oggi è che questo della fede trovata, ritrovata o rinnovata sia il dono più bello di questo Natale.

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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