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mercoledì 17 gennaio 2018

La politica o l’arte del riassunto

La politica o l’arte del riassunto


Dal WEB - un'immagine da un Consiglio dei ministri


1.  Qualche volta pensiamo al governo come ad un dio, uno che sa tutto e può tutto. La realtà è completamente diversa.  La gente che ci lavora è fatta come noi, sa come noi, pensa come noi, decide come noi.
  La televisione pubblica farebbe un interessante lavoro di educazione civica se mettesse in segna una riunione del Consiglio dei ministri italiano, che non lavora in modo diverso da altri organismi simili di altri stati. Venti persone come noi che si riuniscono più o meno ogni settimana, spesso il venerdì, per decidere il da farsi. Focalizzano l’attenzione su determinati argomenti. Non possono affrontare tutto  insieme. E’ così che facciamo anche noi. Pensiamo e agiamo per scenari  limitati. Ma il resto, tutto  il resto, c’è, continua a scorrere. Però non ne siamo realisticamente  consapevoli.
  Un cervello elettronico opera diversamente, ad esempio quello che in questo momento sto usando o un qualsiasi smartphone [significa telefono (-phone) intelligente (smart)], un congegno che anche un bimbo di pochi anni può imparare a usare. Quando ci saranno, e non serviranno ancora molti anni, macchine  pensanti, queste saranno consapevoli di tutto  ciò a cui saranno connesse mediante i loro sensori  o i loro collegamenti.
   Di tutto ciò che si muove al di fuori dei nostri scenari  di riferimento, di quella scena  teatrale in cui siamo insieme attori e spettatori, abbiamo cognizione sommaria mediante riassunti. Una cartina stradale ci dà un’immagine sintetica della realtà, lasciando fuori moltissime cose, anzi quasi tutto, ma non è ancora un riassunto. Equivale a una fotografia. Un riassunto è come un film, introduce il movimento.
 In un Consiglio dei ministri, ogni ministro ha tra le mani un riassunto della situazione di cui ci si vuole occupare, preparato dagli uffici amministrative che si occupano di quel settore. Più cose il riassunto vuole considerare, più i dettagli divengono imprecisi, i particolari sfuggono.
   Quando si trattano fenomeni molto grandi ci si affida alla statistica, che è un insieme di riassunti che si cerca di rendere particolarmente affidabili utilizzando metodi rigorosi nella raccolta e organizzazione dei dati. Proseguendo su questa via si cerca di capire il senso generale della situazione corrente e in questo modo si costruisce uno scenario che rimane pur sempre uno scenario, quindi limitato, alla nostra portata cognitiva, ma ce vuole rendere il senso di fatti molto più vasti, ad esempio di come va il mondo o una nazione. A questo punto si mette questo scenario in relazione con le nostre concezioni di bene e di male, con la nostra etica, e ci si dà un orientamento: questa è una ideologia. Diventa ideologia politica  quando la si impiega per il governo della società. Ed è democratica se ci ritiene che i governati vi debbano avere voce. Questi ultimi possono avere voce in democrazia solo condividendo un’ideologia. Perché altrimenti rimangono confinati nei loro scenari  di prossimità, la rete, limitata, di quelle circa centocinquanta relazioni profonde che per ragioni fisiologiche possono instaurare.
 Senza ideologia la realtà intorno a noi si fa indistinta, non è più alla nostra portata, come quando si assiste ad uno spettacolo, e lo scenario sono gli attori sul palco, noi e le dieci persone circa che stanno intorno a noi, mentre il resto è  folla  che vediamo  come massa ma non  conosciamo, benché riteniamo di poterne prevedere il comportamento sulla base delle idee che abbiamo su come va la società, sulla base quindi della nostra ideologia  corrente. Ma possiamo avere delle sorprese. Quando si ragiona per riassunti, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, sia che lo si faccia girando per l’isolato sotto casa sia che si partecipi ad una riunione del Consiglio dei ministri.
2. Quando si è a scuola fare i riassunti è molto noioso. Eppure è una delle attività più importanti per la nostra vita sociale, in cui si pasa gran parte del tempo ragionando su riassunti. Fare riassunti dovrebbe essere considerata la prima iniziazione alla politica.
  La prima regola dell’arte del riassunto è cercare di rimanere aderenti alla realtà. Certo, qualcosa di perde, ma non si può fare diversamente. Anche le macchine pensanti, che già ci sono in fondo anche se rapidamente saranno ulteriormente perfezionate e forse raggiungeranno la coscienza,   per interagire con noi debbono proporci riassunti, ideologie semplificate: sono le icone  e altri figure che ci servono a dare comandi per far fare alle macchine quello che ci serve. In questo modo attiviamo processi dei quali rimaniamo inconsapevoli: vediamo solo il risultato. Accade più o meno così anche per l’ideologia politica. Decidendo si attivano processi dei quali possiamo avere solo una consapevolezza statistica, demoscopica, attraverso i dati che riusciamo a rilevare e ad organizzare: in Senato c’è un ufficio che si chiama UVI - Ufficio Valutazione Impatto e che si occupa di stabilire, con criteri di metodo rigorosi, che cosa producono le decisioni politiche. Ma spesso in politica, quando si avvicinano le elezioni, si preferisce trascurare questo aspetto. Ed è anche l’aderenza alla realtà delle narrazioni propagandistiche che inizia un po’ a cedere.
  Un politico serio proporrà un’ideologia realistica e sufficientemente estesa e riscontri di valutazione di impatto, facendo autocritica dove certe politiche non hanno funzionato. Non pretenderà di avere una soluzione per tutti i problemi, in particolare per quelli che ci sono  da molto tempo e che quindi sono piuttosto seri. Mostrerà di rendersi conto della complessità della società di oggi  e della difficoltà di avere un’immagine affidabile del suo movimento, quindi di fare previsioni. Nella propaganda elettorale corrente è raro che si segua questa linea. Allora i politici non sono seri. Non è così. Tra loro vi sono anche persone serie, ma tutti tendono a non prendere molto sul serio gli elettori. Li considerano incostanti e distratti. Se si propone loro impegnativi riassunti ideologici si annoieranno, pensano. Alla fine, che serve? Che mettano un segno nel posto giusto su una scheda elettorale. Allora, meglio focalizzare la propaganda scendendo nei loro scenari di prossimità, alle realtà loro più vicine, cercando di costruirci sopra un’ideologia accattivante, una storia con un lieto fine per ciascun gruppo: a quelli la casa, a quegli altri il lavoro, e poi un reddito minimo, la pensione più alta e prima, meno tasse, meno costi per i servizi, e via tutti quelli che nei quartieri fanno paura. Inutile approfondire spiegando che, in uno scenario realistico, ciò che si dà in più a certuni sarà tolto ad altri: o si fanno parti giuste o ci saranno quelli che ci rimetteranno, e in genere a rimetterci sono i più, la storia lo insegna. Poi, conseguito il risultato, gli scenari di riferimento della politica cambieranno  e si cercherà di essere più aderenti alla realtà, perché non facendolo si va gambe all’aria.
  La giustizia… chi ne parla più in politica? Tutti pensano in genere di essere dalla parte del giusto. Tutti pensano che, per ragioni di giustizia, dovrebbero avere di più. Non misurano la loro condizione sociale in termini di privilegi ottenuti in rapporto alla condizione altrui. Non si chiedono quanta parte della propria condizione sociale sia andata ad discapito di altri. Tutti danno per implicita la giustificazione di ciò che hanno già, poco, molto o moltissimo che sia. Tacciano i critici di invidia sociale. Sotto elezioni la politica asseconda questo modo di pensare. Passa sopra ad un’immagine della società in cui c’è molta ingiustizia, nel senso di molta sofferenza per negazione di diritti fondamentali, quelli indispensabili per la democrazia, e ancor più per una democrazia di popolo, per evitare quel dominio arrogante delle classi privilegiate verso cui ogni sistema politico tende a degradare in mancanza di correttivi democratici. Questi ultimi sono possibili solo elevando la competenza politica della masse mediante ideologie realistiche, che facciano capire come va il mondo, che cosa c’è che non va, quali sono le cause delle sofferenze sociali, quanta parte ciascuno abbia nel produrle, e quali i possibili rimedi, che comprendono  sempre un’autocritica per ragioni di giustizia sociale.  
 Un esempio in questo senso lo troviamo in uno degli snodi fondamentali dell’enciclica Laudato si’  diffusa nel 2015 da papa Francesco:

106. Il problema fondamentale è un altro, ancora più profondo: il modo in cui di fatto l’umanità ha assunto la tecnologia e il suo sviluppo insieme ad un paradigma omogeneo e unidimensionale. In tale paradigma risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua sperimentazione, che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio e trasformazione. È come se il soggetto si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione. L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti».
107. Possiamo perciò affermare che all’origine di molte difficoltà del mondo attuale vi è anzitutto la tendenza, non sempre cosciente, a impostare la metodologia e gli obiettivi della tecnoscienza secondo un paradigma di comprensione che condiziona la vita delle persone e il funzionamento della società. Gli effetti dell’applicazione di questo modello a tutta la realtà, umana e sociale, si constatano nel degrado dell’ambiente, ma questo è solo un segno del riduzionismo che colpisce la vita umana e la società in tutte le loro dimensioni. Occorre riconoscere che i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte che sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare.
108. Non si può pensare di sostenere un altro paradigma culturale e servirsi della tecnica come di un mero strumento, perché oggi il paradigma tecnocratico è diventato così dominante, che è molto difficile prescindere dalle sue risorse, e ancora più difficile è utilizzare le sue risorse senza essere dominati dalla sua logica. È diventato contro-culturale scegliere uno stile di vita con obiettivi che almeno in parte possano essere indipendenti dalla tecnica, dai suoi costi e dal suo potere globalizzante e massificante. Di fatto la tecnica ha una tendenza a far sì che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica, e «l’uomo che ne è il protagonista sa che, in ultima analisi, non si tratta né di utilità, né di benessere, ma di dominio; dominio nel senso estremo della parola». Per questo «cerca di afferrare gli elementi della natura ed insieme quelli dell’esistenza umana». Si riducono così la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per la creatività alternativa degli individui.
109. Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. Non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale.  Nel frattempo, abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante», mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica.
110. La specializzazione propria della tecnologia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo d’insieme. La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante. Questo stesso fatto impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo attuale, soprattutto quelli dell’ambiente e dei poveri, che non si possono affrontare a partire da un solo punto di vista o da un solo tipo di interessi. Una scienza che pretenda di offrire soluzioni alle grandi questioni, dovrebbe necessariamente tener conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale. Ma questo è un modo di agire difficile da portare avanti oggi. Perciò non si possono nemmeno riconoscere dei veri orizzonti etici di riferimento. La vita diventa un abbandonarsi alle circostanze condizionate dalla tecnica, intesa come la principale risorsa per interpretare l’esistenza. Nella realtà concreta che ci interpella, appaiono diversi sintomi che mostrano l’errore, come il degrado ambientale, l’ansia, la perdita del senso della vita e del vivere insieme. Si dimostra così ancora una volta che «la realtà è superiore all’idea».

 In quali dei programmi politici trovate considerazioni analoghe a quelle che ho sopra trascritto e che è la dottrina sociale corrente? Ricercarle è un buon metodo per misurare la compatibilità di proposte politiche con il nostro orizzonte religioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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