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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 2 settembre 2017

Veramente uguali

Veramente uguali

Si legge nell’enciclica Pacem in terris - La pace sulla terra,  diffusa nel 1963 dal papa Giuseppe Angelo Roncalli, regnante in religione come Giovanni 23°:
“4. Una deviazione, nella quale si incorre spesso, sta nel fatto che si ritiene di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui vanno regolati gli accennati rapporti sono di natura diversa, e vanno cercate là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana.
Sono quelle, infatti, le leggi che indicano chiaramente come gli uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella convivenza; e come vanno regolati i rapporti fra i cittadini e le pubbliche autorità all’interno delle singole comunità politiche; come pure i rapporti fra le stesse comunità politiche; e quelli fra le singole persone e le comunità politiche da una parte, e dall’altra la comunità mondiale, la cui creazione oggi è urgentemente reclamata dalle esigenze del bene comune universale.”
e poi:
“5. In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili.
Che se poi si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande, poiché gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo, e con la grazia sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria eterna.”
   Definire l’essere umano, ogni  essere umano, persona  nel senso sopra precisato, significa proclamare il principio dell’uguaglianza in dignità  tra gli esseri umani. Nella visione della dottrina sociale esso non varia a seconda dei rapporti stabiliti tra gli esseri umani. Nell’enciclica sono ricordati tutti: a) quelli vicendevoli tra le persone, b) quelli tra le persone e le autorità politiche; c) quelli tra le comunità politiche, d) quelli tra le persone e la comunità mondiale ed e) quelli tra le comunità politiche e la comunità mondiale. Il nostro magistero insegna che,   in ognuna di quelle relazioni sociali, si è sempre persona nello stesso modo, con gli stessi diritti e doveri universali, inviolabili, inalienabili. Una conseguenza è che, per la dottrina sociale, se si finisce nelle mani di una comunità politica diversa da quella di origine, non per questo si è meno persona quanto a quei diritti e doveri fondamentali. Ai tempi nostri, tra le comunità politiche più ricche del mondo, come è la società italiana, si dissente su questa applicazione del principio di uguaglianza. Di fatto si vorrebbe limitare quest’ultima ai cittadini, ma se questa eccezione riguarda i diritti fondamentali, quelli che la dottrina sociale definisce universali, inviolabili e inalienabili, lo si fa non solo violando l’etica religiosa, ma anche le norme fondamentali vigenti, a cominciare dalla Costituzione della Repubblica, la quale all’art.2, riconosce  e  garantisce  i diritti inviolabili dell’uomo,  sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità,  richiedendo, contemporaneamente,  indipendentemente dalla condizione di cittadinanza, l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.  Ma la violazione riguarda anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea,  anch’essa legge vigente in Italia. Essa stabilisce l’inviolabilità  della  dignità umana estendendo esplicitamente, in merito,  ad ogni  persona  umana  la  condizione di uguale dignità sociale,  anche con riferimento a diritti fondamentali previsti espressamente dalla nostra Costituzione per i cittadini (ma riconosciuti per via interpretativa anche agli stranieri dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale).
TITOLO III
UGUAGLIANZA
Articolo 20
Uguaglianza davanti alla legge
Tutte le persone sono uguali davanti alla legge.
Articolo 21
Non discriminazione
1.   È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale.
2.   Nell'ambito d’applicazione dei trattati e fatte salve disposizioni specifiche in essi contenute, è vietata qualsiasi discriminazione in base alla nazionalità.
Articolo 22
Diversità culturale, religiosa e linguistica
L'Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica.
Articolo 23
Parità tra donne e uomini
La parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione.
Il principio della parità non osta al mantenimento o all'adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.
  Siamo veramente convinti della  pari dignità sociale delle persone? E se sì, siamo disposti ad agire conseguentemente? E se non lo siamo, come la mettiamo con la religione e la legge?
 E’ diverso agire in un certo modo perché si è convinti di fare il giusto o solo perché si temono le sanzioni per le violazioni. Se poi si è partecipi di una democrazia di popolo, in cui si tiene conto degli orientamenti della gente, potrebbe avvenire che le leggi, anche quelle molto importanti, vengano sostanzialmente disapplicate. Durante il regime fascista, quando vennero imposte per leggi discriminazioni sociali contro gli ebrei, accadde che molta gente rifiutò di applicare quelle più dure. Ora qualche volta sembra accadere l’opposto. Certe cose ripugnano, ma c’è che si propone di farle per nostro conto, senza che personalmente ci si debba sporcare le mani. Basta che si faccia fare a loro, senza legar loro le mani con questioni di principio. Abbiamo istintivamente paura del diverso e loro ci confermano che abbiamo ragione di temere.
  Sì, è vero, i più di noi temiamo per il futuro. Ce lo dicono i sociologi: viviamo una condizione di insicurezza sociale. Eppure le nostre società sono tra le più ricche del mondo. Com’è che, in società tanto ricche, c’è tanta gente che sta male e le autorità dichiarano di non avere di che pagare i servizi sociali per la collettività? Si sta male e allora chi può, in particolare i più giovani, emigrano. Lo possono fare liberamente nell’Unione Europea, perché è un diritto che è stato loro riconosciuto. Non vengono respinti, ma si trovano nella condizione di doversi trasferire all’estero. Non li rimproveriamo per questo. In altre nazioni europee il fenomeno è stato molto più imponente. Del resto il diritto di migrare è previsto  da un’altra importante convenzione internazionale che  è diventata legge dello stato, il Protocollo n.4 addizionale della Convenzione dei diritti dell’uomo  e delle libertà fondamentali: art.2, comma 2: Ogni persona è libera di lasciare qualsiasi Paese compreso il proprio”. I giovani europei migrano, ma di solito non rischiano la vita se non lo fanno. Molti di quelli che, rischiando la vita in lunghi viaggi per terra e per mare, giungono alle nostro frontiere, o vengono intercettati mentre vi stanno arrivando, invece fuggono da condizioni sociali tali a mettere in pericolo le loro vite. Da stati dove non è possibile procurarsi ciò che è indispensabile per vivere, in cui le abitazioni sono malsane, in cui non ci si può curare, in cui non ci si può procurare un’istruzione sufficiente. E’ chiaro che usiamo due principi diversi per valutare le condotte dei nostri cittadini che emigrano e quelle di quegli altri. E’ in questione la vita, quindi si tratta di diritti fondamentali. Ma quali sono le cause che costringono la gente a emigrare? Alcuni studiosi ci dicono che le cause sono le stesse per i nostri cittadini e per quegli altri e che è un’illusione pensare di risolvere il problema solo respingendo chi a rischio della vita certa di arrivare da noi. Occorre riformare profondamente i sistemi economici, sociali e politici che causano il problema. E occorre farlo su scala globale, perché il problema si è fatto globale. Chi si trova in condizione privilegiata, perché si è trovato inserito nella parte giusta del mondo, o è riuscito ad esservi ammesso, rifiuta di doveri di solidarietà  inderogabili per soccorrere quegli altri che sono rimasti esclusi, che quindi risultano essere uno scarto  del sistema. Ce ne ha parlato il nostro Padre  Francesco nell’enciclica Laudato si’, del 2015. O invece pensiamo che il mondo debba andare così come va, così come vengono i terremoti e non ci si può fare nulla se non cercando di mettersi in salvo e di scampare alla morte? Ma come la mettiamo con il fatto che i sistemi sociali sono integralmente una costruzione umana? Hanno una storia, cambiano, possono cambiare in un senso o nell’altro, in peggio o in meglio. E’ dalla metà degli scorsi anni ’80 che stanno cambiando in senso sfavorevole ai lavoratori che lavorano alle dipendenze altrui. In particolare si è passati da rapporti di lavoro più stabili a rapporti meno stabili. E il potere di acquisto dei salari è costantemente diminuito, salvo che per le categorie che si trovavano in rapporti di forza favorevoli o che hanno potuto conservare meccanismi di adeguamento automatico.
  Tutte le questioni a cui ho accennato rientrano in quelle comprese nel tema della  giustizia sociale. Quest’ultimo è in genere ritenuta collegato a quello della pace, nel senso che storicamente non si è mai riusciti ad assicurare veramente la pace  senza creare condizioni di giustizia sociale. Ecco come se ne parla nell’enciclica La pace sulla terra:
Secondo giustizia
51. I rapporti fra le comunità politiche vanno inoltre regolati secondo giustizia: il che comporta, oltre che il riconoscimento dei vicendevoli diritti, l’adempimento dei rispettivi doveri.
Le comunità politiche hanno il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo: ad essere le prime artefici nell’attuazione del medesimo; ed hanno pure il diritto alla buona riputazione e ai debiti onori: di conseguenza e simultaneamente le stesse comunità politiche hanno pure il dovere di rispettare ognuno di quei diritti; e di evitare quindi le azioni che ne costituiscono una violazione. Come nei rapporti tra i singoli esseri umani, agli uni non è lecito perseguire i propri interessi a danno degli altri, così nei rapporti fra le comunità politiche, alle une non è lecito sviluppare se stesse comprimendo od opprimendo le altre. Cade qui opportuno il detto di sant’Agostino: "Abbandonata la giustizia, a che si riducono i regni, se non a grandi latrocini?".
Certo, anche tra le comunità politiche possono sorgere e di fatto sorgono contrasti di interessi; però i contrasti vanno superati e le rispettive controversie risolte, non con il ricorso alla forza, con la frode o con l’inganno, ma, come si addice agli esseri umani, con la reciproca comprensione, attraverso valutazioni serenamente obiettive e l’equa composizione.
   Nell’enciclica  Laudato si’, del nostro padre Francesco, questo lavoro di realizzare la pace nella giustizia è assegnato a tutti noi, a ciascuno di noi e noi nelle collettività di cui siamo partecipi, nel quadro di uno sforzo di conversione:
218 Ricordiamo il modello di san Francesco d’Assisi, per proporre una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona. Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze, e pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro. I Vescovi dell’Australia hanno saputo esprimere la conversione in termini di riconciliazione con il creato: «Per realizzare questa riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore».[ Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’Australia, A New Earth. The Environmental Challenge (2002).]
219. Tuttavia, non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni». Romano Guardini, Das Ende der Neuzeit, 72 (trad. it.: La fine dell’epoca moderna, 66).La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria.

  Ecco, politica è anzitutto costruire quelle reti comunitarie virtuose a cui l’enciclica si riferisce. Ogni ideologia democratica è partita da questo. 
 Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Cemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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