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martedì 26 settembre 2017

Gli esami non finiscono mai

Gli esami non finiscono mai

Dal Web: una scena della commedia Gli esami non finiscono mai, di Eduardo De Filippo


  “Gli esami non finiscono mai”  è un commedia del grande drammaturgo e attore napoletano Eduardo De Filippo (1900-1984). Il senso dell’opera è che nella vita ci sono sempre nuove prove e che nessun traguardo può considerarsi acquisito stabilmente. De Filippo, nella commedia, si mostrò piuttosto pessimista sul senso complessivo dell’esistenza umana in società. Il protagonista rimane in genere deluso nei rapporti con gli altri. Appare come un uomo solo davanti a tutti loro, sballottato dalla loro malizia. Alla fine non trova altro rimedio che quello di chiudersi in se stesso, fingendosi muto e quindi riducendo al minimo le relazioni. Ma questo non migliora la situazione: muore e finisce veramente in mani altrui. Il suo funerale diventa una specie di pagliacciata, contrastando le sue ultime volontà.
 L’arte è finzione ma finisce per parlarci di come vanno veramente le cose.
 La società ci occorre, ma in genere ci delude. Bisogna sempre metterci le mani per correggere qualcosa. Per farlo occorre interagire con gli altri. Se  non lo si fa, cercando di isolarsi, si finisce in mani altrui, travolti.
 Da qualche anno in religione siamo esortati a occuparci di più e meglio della società in cui viviamo. Ciò riguarda in particolare i laici, quelli che non hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine sacro, non sono diaconi, preti o vescovi, e non appartengono a qualche Ordine religioso, non sono frati e suore, monaci o monache.  Non si tratta solo di una facoltà, di un’attività che si può fare ma anche non fare, bensì propriamente di un  dovere  religioso. Ne ha trattato infatti una legge della nostra Chiesa molto importante, una costituzione, approvata nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), la Costituzione dogmatica Lumen Gentium - Luce per le genti:

31. […] Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.

  Nel linguaggio della teologia, secolo  è la società che si muove ed opera al di fuori degli spazi liturgici. Le  cose temporali sono quelle che si modificano nel  tempo, come appunto accade nelle relazioni sociali. In quest’ottica la Chiesa è una società basata su ciò che è eterno e non cambia. Deriva da principi che si possono solo interpretare e attuare: il magistero religioso la dirige, in quanto unico interprete legittimo e unico vero maestro, per essere costituito tale dal  nostro primo Maestro. Naturalmente dal punto di vista sociologico si può osservare che la Chiesa, storicamente, appare come una società tra le tante e che anch’essa è molto cambiata nei secoli, e da ultimo molto più rapidamente. I  tempi  hanno influito anche su di essa che ne ha respirato lo spirito e assimilato le culture. E, infine, le idee che ha manifestato non sono derivate unicamente dal magistero, che in genere si è limitato a mediare tra cultura religiosa e laica.
  Ma insomma, il senso di quell’insegnamento è che gli esami della società vanno affrontati coraggiosamente e, soprattutto, preparandosi bene e lavorando insieme. A  questo lavoro in società fu dedicata un altro documento molto importante dei quel Concilio, la Costituzione pastorale Gaudium et spes - La gioia e la speranza,  che si apre con questo grandioso programma:

1. Intima unione della Chiesa con l'intera famiglia umana.
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.
La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.
2. A chi si rivolge il Concilio.
Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento.
3. A servizio dell'uomo.
Ai nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull'attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell'uomo nell'universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare l'uomo, si tratta di edificare l'umana società.
È l'uomo dunque, l'uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.
Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione.
Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito.

  Le elezioni politiche sono parte di quegli esami che, in società, non finiscono mai. Alcuni, ora, potrebbero ritrarsi dicendomi che loro  non fanno politica. E, come la mettiamo, allora con il dovere religioso di edificare l’umana società  in  modo da instaurare una fraternità universale  secondo la luce evangelica?
  Ad elezioni molto importanti, che si svolsero nel 1948, nelle quali si decise lo schieramento internazionale dell’Italia, se con gli Occidentali egemonizzati dagli Stati Uniti d’America o in posizione neutrale tra di essi e le nazioni egemonizzate dall’Unione Sovietica, e quindi la politica economica degli anni a venire, lo scrittore Giovanni Guareschi (1908-1968) creò lo slogan  "Nel segreto dell'urna Dio ti vede, Stalin no".  Iosif Vissarionovič Stalin (1879-1953) fu il Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica dal 1924 alla morte. All’epoca quel partito esercitava una potente egemonia culturale su tutti gli altri partiti comunisti del mondo. Stalin, che aveva ordinato sanguinose repressioni politiche, vere e proprie stragi,  negli anni Venti e Trenta, e che aveva governato da despota assoluto anche successivamente continuando l’azione repressiva del dissenso, aveva acquisito un enorme popolarità durante la Seconda Guerra mondiale, riuscendo a organizzare una efficace resistenza popolare, attenuando la repressione,  e poi un micidiale contrattacco contro gli invasori nazi-fascisti, i nazisti tedeschi  e i fascismi europei loro alleati.  Guareschi, il creatore delle figure di Don Camillo  e di Peppone in una lunga serie di divertenti racconti a sfondo politico-religioso, voleva richiamare gli elettori ai loro doveri religiosi nell’organizzare la società civile. I comunisti sovietici si erano manifestati fortemente ostili alle religioni e alle Chiese, arrivando a promuovere l’ateismo al modo di una religione. Si voleva che avvenisse anche in Italia? Bisogna però ricordare che all’epoca del regime fascista, il quale nel 1948 era caduto solo da tre anni dopo avere ammaestrato gli italiani per più di un ventennio, politica e religione dovevano essere nettamente separate: questo era appunto il senso degli accordi conclusi nel 1929 tra il Regno d’Italia  e il Papato, a sanatoria della frattura apertasi con la conquista di Roma nel 1870, i Patti Lateranensi, e, in particolare di quella loro parte che si chiama  Concordato, totalmente revisionato nel 1984. In quest’ottica,  in religione non si doveva fare politica. Quelli che, ancora oggi, lo proclamano, forse non si avvedono di stare seguendo l’insegnamento fascista. Guareschi, il quale di suo non era certamente un innovatore religioso e che infatti si mostrò piuttosto ostile verso le idee diffuse nel Concilio Vaticano 2°, in un certo senso anticipò le idee dei saggi del Concilio, ma lo fece nella linea della precedente dottrina sociale, che richiedeva soprattutto ai laici un forte impegno per la riforma sociale, anche se inizialmente  non propriamente quello politico. La svolta verso un impegno anche politico ispirato dalla fede si ebbe nel magistero nel 1931, con l’enciclica sociale Quadragesimo Anno - Il Quarantennale (in occasione dei quarant’anni dalla prima enciclica sociale, la  Rerum Novarum - Le Novità  del 1891). In quell’occasione i laici italiani furono spinti espressamente alla collaborazione con le nuove istituzioni sociali corporative del regime fascista. Ma quel documento, integrato da una serie di successive pronunce del Papa costituite dai radiomessaggi natalizi diffusi tra il 1941 e il 1944, costituì la base per un rinnovato impegno politico dei laici di fede sia durante il regime fascista, che nella guerra di Resistenza contro di esso e poi nella progettazione e attuazione del nuovo regime democratico. In quell’enciclica viene esposto per la prima volta dal magistero il principio di sussidiarietà,  sul quale è stata fondata l’Unione Europea.
 Dio ci vede, nella cabina elettorale. Che significa? Significa che la fede religiosa non può essere tenuta fuori dalle scelte elettorali, in particolare da quelle più importanti, da quegli esami  dai quali dipende moltissimo, più di quanto accada in genere. E’ appunto il caso delle elezioni politiche che si terranno nella prossima primavera. Ci sono ancora sei mesi, prima che si voti. Perché parlarne adesso? Perché questa volta prepararsi sarà molto più impegnativo. Non si tratta di decidere immigrati sì - immigrati no, ma del modello di sviluppo della società.
 In una trasmissione radiofonica della sera che qualche volta ascolto tornando a casa, per tenermi sveglio mentre guido, perché è piena di gente che urla e straparla, un ascoltatore è stato preso in giro duramente da uno dei conduttori quando ha accennato al modello di sviluppo. Ma si tratta proprio di questo. Certo, non a tutti in società  piace che se ne parli. C’è chi nelle crisi sociali ci guadagna. E’ paradossale, ma è così. L’economia va male, ma non per tutti. C’è chi ha aumentato i propri profitti e vorrebbe continuare così. Anche nelle prossime elezioni, come in quelle del 1948, sono in ballo le alleanze internazionali e la politica economica, cose dalle quali dipende la vita di tutti.
  Dunque, le prossime elezioni sono uno  di quegli esami  che non finiscono mai. Come vogliamo arrivarci? Come quegli studenti che si preparano solo la notte prima  e che poi il giorno dell’esame non sanno che pesci prendere? Molti elettori, ci raccontano gli esperti di indagini demoscopiche  i quali cercano di prevedere l’esito del voto, decidono appunto così. Il tempo meteorologico influisce: magari uno il giorno prima aveva deciso di votare in un certo modo, poi la mattina delle elezioni piove  e cambia opinione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


  

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