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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 28 settembre 2017

Ora è il momento di darsi da fare

 Ora è il momento di darsi da fare

  In genere si ritiene che nelle elezioni politiche siano decisivi gli ultimi giorni, e addirittura il giorno stesso delle votazioni, ma non è così.
 Sono decisivi i mesi prima del giorno in cui si vota, da quando si sa che ci saranno elezioni anticipate, prima dei cinque anni dalle precedenti, o si sta avvicinando la loro scadenza normale. E’ allora che i partiti che vogliono partecipare programmano, non quello che intendono fare, ma  quello che diranno agli elettori di voler fare, e non è la stessa cosa.
 Come decidono? Annusano l’aria, sentono che si dice in giro. Non dovrebbero innanzi tutto acquisire consapevolezza realistica di ciò che è necessario fare? Dovrebbero. Ma la loro urgenza principale è quella  di  vincere  le elezioni, per potere aver voce che conta in Parlamento e nelle decisioni del Governo. Bisogna presentarsi in modo che la gente voti nel modo che si desidera. E se poi gli eletti non terranno fede alle promesse elettorali? In qualche misura è sempre accaduto. In campagna elettorale ci si sbilancia un po’, come quando al mercato rionale i venditori magnificano la propria merce. Gente seria non eccederà. Ma c’è chi lo farà, soprattutto se gli elettori non sono persone che vanno tanto per il sottile.
  Nelle riunioni riservate che sempre si fanno in campagna elettorale, si cerca di fare dei pronostici sui voti su cui in qualche modo si può contare. Un tempo, ad esempio, un  partito come la Democrazia Cristiana poteva far conto sull’appoggio della maggior parte dei parroci. Il Partito Comunista Italiano riteneva di avere un buon bacino di elettori tra gli iscritti al sindacato CGIL. Il Partito Liberale Italiano aveva molti sostenitori nella buona borghesia, gente ricca e autonoma da certi condizionamenti che derivavano dai problemi della vita che affliggono le famiglie comuni, ma, naturalmente, si trattava di una piccola porzione degli elettori e, infatti, quel partito era uno di quelli minori. Contava alleandosi con partiti più grossi; ad esempio con la Democrazia Cristiana che, fino al 1994, rimase quello più forte, il partito, come si dice, di maggioranza relativa.
 Nel suo momento peggiore, alle elezioni politiche del 1992, la Democrazia Cristiana, fondata nel 1942 da esponenti del cattolicesimo democratico italiano,  arrivò ad avere circa il 29% dei voti per il rinnovo del Parlamento, più o meno come i maggiori partiti di oggi. Questo non fece molta impressione, perché la minaccia del comunismo di tipo sovietico a quell’epoca era cessata. Ma, quando, nel 1983, era arrivata ad avere solo il 32% alle elezioni politiche la gente si era molto preoccupata. Temeva una specie di rivoluzione. La paura era stata ancora più forte quando, in una tornata delle precedenti elezioni nazionali, quelle del 1976, si temette il sorpasso, vale a dire che il Partito Comunista Italiano avesse più voti  della Democrazia. C’era già stato nelle elezioni regionali dell’anno precedente. Ma poi la Democrazia Cristiana quell’anno ebbe il 38% e rimase il partito maggiore. Espresse l’indirizzo di governo e gran parte dello stesso personale di  governo per un tempo molto lungo, ininterrottamente, dal 1945 al 1994, anno in cui, a seguito di un cambio di denominazione  e di una scissione delle correnti di centro-destra, diventò qualcosa di diverso. Furono suoi uomini tutti i Presidenti del Consiglio dei ministri fino al 1994, ad eccezione degli anni in cui lo furono Giovanni Spadolini, repubblicano, tra il 1981 e il 1982, e il socialista Bettino Craxi, dal 1983 al 1987. Solo verso la fine della sua esperienza politica, più o meno in corrispondenza con i due governi Craxi a metà degli anni ’80, la Democrazia Cristiana cercò di darsi una propria ideologia, un proprio programma di riforma sociale, in particolare iniziando a progettare riforme costituzionali in senso maggioritario. In precedenza, fondamentalmente, la sua ideologia era stata liberamente tratta dalla dottrina sociale della Chiesa e, bisogna precisarlo, quest’ultima subì nel tempo degli adattamenti sulla base dell’esperienza politica concreta fatta dai laici cattolici italiani nella Democrazia Cristiana ed anche in altri partiti. Si imparò facendo le cose, governando. Gli anni ’80 furono caratterizzati da un fiorire di tantissime scuole  di politica, in particolare negli ambienti cattolici. Si pensava a progettare una nuova politica. La Democrazia Cristiana si aprì al contributo di esterni, in gran parte provenienti dal mondo dell’associazionismo cattolico, indicendo anche una speciale loro assemblea nel 1981. Ma la cosa non funzionò e sfociò nell'insuccesso elettorale del 1983. Alle successive elezioni, nel 1987, in cui io svolsi le funzioni di presidente di seggio, quel partito ebbe il 34% dei voti. Poi, dal 1989, il mondo di prima cambiò improvvisamente. Nata per sostenere il ritorno alla democrazia nella lotta contro il regime fascista, e poi per continuare a sostenere i processi democratici di fronte alla minaccia del comunismo di ispirazione sovietica, cercando indurre in quello italiano l’assimilazione della democrazia occidentale,  la Democrazia Cristiana, federazione di molte anime  del cattolicesimo politico italiano, perse senso con la fine di quel tipo di comunismo. Nel 1994, a seguito della nuova legge elettorale maggioritaria del 1993, iniziò l’era dell’alternanza tra coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra, conclusa nel 2011. La Democrazia Cristiana aveva finito il suo tragitto nella storia nazionale.
  Ho fatto riferimento particolare alla Democrazia Cristiana sia per il suo stretto collegamento con il mondo cattolico italiano, compresa la gerarchia costituita da Papa e vescovi, sia per il fatto che ho su di essa notizie di prima mano attraverso miei parenti e loro amici, sia per evidenziare questo: la Democrazia Cristiana non annusava mai l’aria prima delle elezioni politiche. I suoi programmi elettorali e quelli reali non dipendevano infatti dagli umori della gente in un certo momento, in particolare sotto elezioni. Il patto concluso, tramite Alcide De Gasperi (1881-1954; presidente del Consiglio dei ministri dal 1945 al 1953), con il Papato, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale,  prevedeva l’appoggio incondizionato della gerarchia cattolica, e quindi quello di massa dei cattolici italiani, al partito purché mantenesse la sua ispirazione alla dottrina sociale e, attraverso di essa, il suo riferimento agli orientamenti politici del Papato. Questo collegamento con il Papato si indebolì progressivamente dal 1978, durante il regno di san Karol Wojtyla, Giovanni Paolo 2° in religione, non molto interessato agli affari italiani e invece tutto proiettato sullo scenario europeo, per ricongiungere l’Europa orientale a quella occidentale, il suo grandioso progetto politico che, agli inizi del suo pontificato, apparve irrealistico. Ma il collegamento rimase, fino all’ultimo. Quella caratteristica della politica democristiana garantì una straordinaria stabilità nell’indirizzo di governo, nonostante il mutare veloce dei presidenti del Consiglio del ministri. Che io ricordi, non ve ne sono altri esempi nelle storie delle democrazie occidentali contemporanee. Tra il 1945 e il 1994, quasi cinquant’anni, si ebbero in Italia fondamentalmente tre indirizzi politici, tutti originati ed egemonizzati dalla Democrazia Cristiana: centrista (1945-1964), primo centrosinistra (1964-1976) unità nazionale (1976-1979),  secondo centrosinistra (1979-1994). A quei tempi i Papi, attraverso le loro encicliche spiegavano alla gente, sinteticamente, come andava il mondo e davano indicazioni su come procedere e  il partito, con una certa autonomia naturalmente perché fin dall’inizio tenne alla sua laicità, quindi a non sacralizzare  le sue politiche in modo che potessero essere liberamente negoziate  con altri partiti politici, attuava, tenendo conto di ciò che la situazione politica nazionale e internazionale in concreto consentiva.
  Ai tempi nostri è molto diverso. Che cosa è cambiato? Qualcosa è cambiato, certo. L’ideologia che va per la maggiore non è quella del Papato o di altri centri politici nazionali. Si segue ancora, con diverse varianti naturalmente,  quella che fu escogitata e diffusa negli anni ’80 in Occidente, e tra i popoli egemonizzati dagli occidentali o che ne seguivano i costumi, al tempo del presidente statunitense Ronald Reagan e del primo ministro britannico  Margaret Thatcher. Apparve molto potente perché accreditata di aver prodotto la sconfitta del comunismo di scuola sovietica, quello che aveva una specie di papato nell’Unione Sovietica, grande entità politica crollata nel 1991. La realtà, a me che vissi quegli anni consapevolmente, appare un po’ diversa. Il socialismo di tipo sovietico, basato fondamentalmente su sviluppi delle politiche di Lenin e di Stalin, entrò in crisi in tutto il mondo nel corso degli anni ’70, che paradossalmente furono anche quelli della massima egemonia politica, militare e culturale dell’Unione Sovietica. L’ideologia di Reagan e della Thatcher si limitò ad approfittare della situazione ed ebbe la meglio per la storica incapacità dei comunismi di scuola sovietica di riformarsi. E ciò a differenza dei sistemi politici di tipo capitalistico, che avevano subìto profondi processi di riforma a partire dalla grande crisi economica e finanziaria globale del 1929, analoga  a quella prodottasi, sempre a partire dagli Stati Uniti d’America, nel 2008.
  Quell’ideologia di scuola Reagan/Thatcher prevede che i più deboli siano lasciati al loro destino e che i più forti siano lasciati liberi di dominare economicamente la società e di arricchirsi. E’ chiaro che, presentandola per quella che è, non attrarrebbe le masse, nelle quali, è  chiaro, i più forti sono minoranze. Ecco la necessità, sotto elezioni, di annusare l’aria e di confezionare un prodotto  che possa convincere gli elettori a mettere sulla scheda elettorale il segno nel posto giusto, nonostante quell'impostazione di fondo che ne svantaggia la maggior parte. E’ di questi tempi che questo lavoro viene fatto.
  Come ci si riesce? Ci si riesce. Non si riesce forse a convincere la gente a giocare alle macchinette video-poker, scommesse e lotterie, in cui vincono veramente solamente quelli che gestiscono il gioco e pochissimi altri? Si spiega alle persone la cosa, razionalmente, con esposizione delle probabilità infime di vincita, ma la gente tuttavia continua a spendere soldi alle macchinette e negli altri giochi d'azzardo.
  Chi condivide l’ideologia Reagan/Thatcher non ha problemi: non deve fare nulla. Il sistema, senza correttivi,  procederà per inerzia in quella direzione. La spia che rivela la presenza di quell’ideologia al di là delle varie confezioni  elettorali proposte, il suo marcatore, è lo slogan “Meno tasse!”. Si può essere certi che chi lo usa  proseguirà nella linea Reagan/Thatcher.
  Chi invece non la condivide è bene che si dia da fare, ora!, nei confronti dei politici di riferimento. Quale modello di sviluppo propongono? Uno in cui i deboli vengono lasciati a se stessi? E’ un progetto che appare in rotta di collisione con gli insegnamenti della dottrina sociale, che ci invita invece a farci  prossimi  agli altri sul modello del buon samaritano  evangelico. Se ci viene risposto che  i soldi non ci sono, questo non depone favorevolmente per chi lo dice. Come, non ci sono i soldi?! Siamo una delle nazioni più ricche del pianeta. Com’è che bisogna abbandonare la gente, mentre vediamo che c’è chi si arricchisce a dismisura e concentra nelle sue mani gran parte delle ricchezze del mondo, Italia compresa? Ho letto che l’anno scorso otto persone avevano nelle loro mani più o meno una ricchezza pari a quella  posseduta da oltre tre miliardi della gente più povera. Qualche anno prima andava meglio, erano in qualche decina i più ricchi del pianeta. La situazione sta evolvendo rapidamente verso un arricchimento stratosferico di sempre meno persone. L’ideologia  Reagan/Thatcher, secondo la quale favorire l’arricchimento dei più ricchi avrebbe poi finito per far ricchi tutti, non ha mantenuto le promesse. Come poteva accadere diversamente? Mi sembra un po’ come quando Pinocchio, nella bella favola di Collodi, semina gli zecchini d’oro credendo al Gatto e alla Volpe che gli dicono che da essi nasceranno piante di zecchini d’oro, con tantissime monete in più. Poi gli zecchini seminati spariscono. Come sono spariti i risparmi di vite intere di tanti poveretti che hanno creduto a certe promesse di facile arricchimento fatte nelle loro banche di fiducia. Babbeo Pinocchio, ci vuole suggerire Collodi. Babbei anche noi? Ma lo stato non dovrebbe proteggerci? Certo, dovrebbe. I più deboli, in particolare, lo vorrebbero.  Ma meno tasse significa  inevitabilmente anche  meno stato, perché è con le tasse che viene finanziata l’organizzazione dello stato e se le risorse diminuiscono occorre diminuire in maniera corrispondente anche lo stato.  
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli



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