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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 2 maggio 2016

Primo Maggio, Festa dei Lavoratori

Primo Maggio, Festa dei Lavoratori






L'arcivescovo Matteo Maria Zuppi ieri, alla manifestazione sindacale per il Primo Maggio a Bologna (foto da Repubblica.it)




 La Festa del Primo Maggio è dedicata ai lavoratori, non al lavoro. Ebbe origine sindacale, negli Stati Uniti d’America, a fine Ottocento, in particolare dopo una dura repressione di una manifestazione sindacale a Chicago, nello stato dell’Illinois. Ma in Europa assunse anche un significato marcatamente politico, dopo che fu adottata, nel 1889 a Parigi, dalla Seconda Internazionale Socialista, l’organizzazione che riuniva i movimenti operai.
  Nel corso dell’Ottocento i movimenti operai si batterono, in Europa e in America, per la riduzione per legge dell’orario di lavoro e per altre riforme in favore dei lavoratori, in particolare per proteggere le donne lavoratrici e vietare il lavoro dei fanciulli. Quei moti si poterono organizzare per il convergere nei centri urbani di grandi masse operaie impiegate nell’industria, con condizioni di lavoro particolarmente dure e sfiancanti. In Inghilterra, in particolare, fu osservato un netto peggioramento delle condizioni di salute del ceto operaio, e questo nell’epoca di maggior potenza e ricchezza di quella nazione. Il sindacalismo nasce quindi per liberare il tempo dei lavoratori, in particolare per ridurre a otto ore l’orario di lavoro quotidiano, che andava molto oltre quel limite. Otto ore per lavorare, otto ore per dormire e otto ore per far altro. Che cosa? In Europa si cominciò a progettare di impiegare quel tempo liberato per elevare la classe lavoratrice, la maggioranza della popolazione, al governo delle società, in particolare attraverso una specifica attività formativa che producesse una coscienza politica in masse le quali, in genere, nell’Ottocento erano escluse dalla politica (il diritto di voto era in genere attribuito per censo o per istruzione). Questo processo politico, vivamente contrastato negli stati liberali e in quelli assolutistici che ancora rimanevano, portò al suffragio universale, prima solo maschile, poi anche femminile (a seguito di dure lotte, in particolare in Inghilterra). Le democrazie di popolo contemporanee sono fondate su questa elevazione politica dei lavoratori: ad essi e al loro lavoro viene riconosciuta una dignità, umana e politica, che nell’Ottocento non avevano.  Con la Festa del Lavoro si vuole mantenere vivo il movimento collettivo per difenderla: essa infatti è sempre minacciata. Non si tratta quindi solo di commemorare, ma di suscitare  e  rinnovare  un impegno sociale.
  La dottrina sociale fino all’ultima guerra mondiale fu fortemente e dichiaratamente antisocialista. Accettò l'idea socialista che gli operai non  dovessero essere sfruttati ingiustamente e privati del tempo da dedicare alle loro famiglie, ma contrastò duramente l’idea che si dovesse lottare per elevare i lavoratori e, in particolare, che potessero farlo gli stessi lavoratori, liberandosi  con le loro lotte. Attendeva il miglioramento delle condizioni dei lavoratori dai governanti, che però all’epoca erano espressi dalle classi che sfruttavano i lavoratori. Dichiarò illecito, quindi peccaminoso dal punto di vista religioso, lo sciopero, la principale arma del movimento operaio.
95. Lo sciopero è vietato; se le parti non si possono accordare, interviene il Magistrato”:  è scritto nell’enciclica Il Quarantennale, del 1931, del papa Achille Ratti, riprendendo ciò che era stato ordinato quarant’anni prima nell’enciclica Le Novità del papa Vincenzo Gioacchino Pecci.
  La nostra Costituzione dichiara che  il lavoro, non il privilegio dinastico o la rendita finanziaria, è al fondamento della Repubblica (art.1), che occorre rimuovere gli ostacoli alla partecipazione dei lavoratori al governo del Paese (art.3, 2° comma), che il lavoro dignitoso non è una condanna ma un dovere di tutti e quindi anche un obiettivo politico della Repubblica (art.4),  che ogni lavoratore (cittadino e non) ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare alla famiglia una esistenza libera e dignitosa (art.36), che l’organizzazione sindacale è libera (ar.39)   e che lo sciopero è un diritto (art.40), recependo così la concezione socialista della dignità del lavoro come base per la riforma politica della società in senso più giusto. Il Primo Maggio divenne festa nazionale della nuova Repubblica post-fascista.
 Alla scrittura della Costituzione collaborarono anche molti politici cattolici, in particolare i cattolico-democratici Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, Aldo Moro e Costantino Mortati. I cattolico-democratici avevano imparato la giustizia sociale dai socialisti. Avrebbero potuta impararla direttamente dalla teologia della loro fede? In parte sì. Bisogna tener conto, tuttavia, che nell’era antica in cui originarono le nostre scritture bibliche c’era lo schiavismo, che non venne ripudiato dal cristianesimo se non molto più tardi, a partire Settecento, e seguendo i principi libertari proclamati dai rivoluzionari francesi, dal liberalismo politico e dal socialismo. Lo schiavismo fu poi abolito dagli europei nel corso dell’Ottocento (veniva da loro ancora praticato essenzialmente nelle colonie americane). La giustizia sociale richiede l’elevazione del lavoratore dalla condizione di schiavo a quella di cittadino, quindi l’attribuzione reale non solo di dignità al lavoro, di libertà di sindacalismo, ma anche della libertà della politica democratica, anelito che era anacronistico nei tempi antichi e che si sviluppò solo nell’Ottocento. Le nostre Scritture sacre non sono quindi sufficienti per fondare un’azione sindacale anche se ispirata dalla fede.
 Nel 1955 il papa Eugenio Pacelli dedicò il Primo Maggio alla solennità di San Giuseppe lavoratore permettendo ai fedeli di unirsi alla Festa dei lavoratori.
 La dottrina sociale ostile al sindacalismo mutò però solo a partire dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e, in particolare, con il papa Karol Wojtyla e con la sua enciclica sociale  Il lavoratore, del 1981. La potete leggere sul WEB all’indirizzo
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_14091981_laborem-exercens.html
 Egli la scrisse sulla base delle esperienze e delle esigenze del sindacalismo polacco di allora: era stato da poco fondato il sindacato-partito Solidarietà, del quale quell’enciclica si può considerare il manifesto ideologico. Il sindacalismo operaio polacco ebbe da subito una marcata impronta politica, collegando l’elevazione dei lavoratori alla riforma politica della società, secondo la concezione socialista ma contro il socialismo antidemocratico e totalitario realizzato nella Polonia di allora. Quindi, operando in un regime comunista, continuò ad avere marcata impostazione antisocialista, come del resto la stessa dottrina  del Wojtyla.
 Il mutamento delle concezioni sul sindacalismo nel pensiero religioso, rispetto alla prime due encicliche  sociali  del 1891 e del 1931, può essere ben rappresentato dalla partecipazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, ieri, alla manifestazione sindacale del Primo Maggio nella sua città.
 Nel nostro mondo di fede, e in particolare, mi pare, nella  nostra parrocchia in cui da tempo sembra prevalente tra i fedeli che la frequentano un'impostazione politica di destra, non vi è consenso unanime sul movimento dei lavoratori, sulle sue finalità, sui metodi da impiegare e anche sul giudizio storico sul suo passato. Non di rado la legislazione per la tutela dei lavoratori viene percepita come inutile e opprimente burocrazia. E' ancora sensibile un vivo risentimento contro i sindacati dei lavoratori, in particolare contro la loro attività politica per l'elevazione dei lavoratori alla piena cittadinanza, vista talvolta come irreligiosa. Il sindacalismo viene ancora non di rado considerato come una forma immorale di ribellione all'ordine sociale costituito e alla stessa gerarchia del clero, secondo i primi orientamenti della dottrina sociale.
 Tuttavia la reale accettazione e l'autentica e sincera pratica della democrazia, secondo i recenti orientamenti della dottrin sociale, non può prescindere dal confrontarsi con il problema dell'elevazione di tutti, lavoratori compresi, alla cittadinanza, quindi con quel sindacalismo. Oggi il problema si è fatto più grave per la presenza in Italia di lavoro sostanzialmente schiavo nel quale sono sfruttati gli immigrati stranieri, nei confronti dei quali, nonostante gli indirizzi dell'attuale gerarchia del clero, resistono, e si sono addirittura incrementati, forti pregiudizi nel nostro popolo di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

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