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giovedì 19 maggio 2016

Le origini dei problemi della parrocchia

Le origini dei problemi della parrocchia


  I problemi della parrocchia hanno origini lontane, che risalgono all’inizio degli anni ’80. Per certi versi la situazione storica che li produsse si sta ripresentando.
 Nell’81 si tenne un referendum sulla nuova legge sull’aborto, promosso dai cattolici. Il 70% dei votanti, che all’epoca furono molti, votò per il mantenimento della legge.
 Quella legge riguardava tre temi: la tutela della maternità, la depenalizzazione dell’aborto entro certi limiti,  se praticato in strutture autorizzate e dopo certe procedure giuridiche e, infine, che il Servizio sanitario nazionale, da poco istituito, lo eseguisse.  Quindi, l’aborto, da reato punito con una pena criminale, diventava, entro certi limiti, un diritto  che le donne potevano esercitare negli ospedali pubblici.
 Il risultato di quel referendum fu un shock per il Papa di allora, Karol Wojtyla, giunto dalla Polonia sotto dominazione comunista nella nazione con il più forte partito comunista dell’Occidente, e per gli altri vescovi italiani. La legge era stata approvata quando Presidente del consiglio era un democristiano. Dal ’76 i democristiani, quelli del “partito cristiano” che per certi versi era stato strumento dell’azione politica della gerarchia cattolica italiana, avevano stretto un accordo politico di solidarietà nazionale con i comunisti italiani, per reagire alle gravi minacce del terrorismo politico, all’epoca particolarmente virulento, e della crisi economica. La legge sull’aborto era del ’78, come la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, che, riordinando la sanità italiana, aveva ridotto il potere ecclesiastico in materia sanitaria che si esercitava attraverso vari enti a carattere religioso operanti nel settore.
 Dopo l’81 la gerarchia sfiduciò sostanzialmente il “partito cristiano” e progettò un disegno autonomo di ricomposizione  del mondo cattolico, cercando di ricondurne ad unità, sotto la sua guida, le varie anime divergenti. Furono realizzate molte scuole  di politica in tutta Italia. Tuttavia ci si accorse che, non appena si iniziava a discutere liberamente di politica, si cominciava anche a giudicare e che la politica della gerarchia non sempre veniva approvata. Quindi poi, progressivamente, questo disegno di formazione ad una nuova  politica fu abbandonato. Si seguì invece la via della riaggregazione mediante  nuovi movimenti  che si erano prodotti nell’antica destra clericale come reazione agli sviluppi del cattolicesimo democratico. La gerarchia prese a trattare direttamente con la politica. Concluse una revisione del Concordato Lateranense trattando con l’anticlericale socialista Bettino Craxi, divenuto Presidente del Consiglio. In campo religioso il Wojtyla attuò una stretta disciplinare verso il clero, i religiosi e i teologi che ancora tenevano al riconoscimento della gerarchia ecclesiastica. Furono anche gli anni della polemica contro l’Azione Cattolica riformata agli inizi degli anni ’70, sotto la presidenza del giurista Vittorio Bachelet, assassinato dalla brigate rosse, un’organizzazione eversiva di impronta comunista, nel 1980. Nel 1978 la medesima organizzazione criminale aveva assassinato il cattolico democratico Aldo Moro, ideatore e  stratega della politica della  solidarietà nazionale.
  E’ in questo quadro politico-religioso che, nel 1983, si produsse la svolta che cambiò profondamente il volto della nostra parrocchia. Al primo parroco della  parrocchia (in carica dal ’56, dalla fondazione) successe un nuovo parroco formatosi tra i neocatecumenali. Dagli anni ’90 troviamo la parrocchia egemonizzata dai neocatecumenali e dalla loro particolare spiritualità/ideologia.
  La svolta dell’81 privò la democrazia italiana del sostegno etico della gerarchia ecclesiastica: questo fu un effetto estremamente negativo del papato del Wojtyla.
 Scrisse lo storico Pietro Scoppola nel suo libro La democrazia dei cristiani - Il cattolicesimo politico nell’Italia unita,  Laterza, 2005, €10,00, ancora in commercio, a pag.153-154:
Il papa polacco non proveniva da quella tradizione culturale e spirituale erede del cattolicesimo liberale e dell’esperienza cattolica democratica italiana propria di Paolo VI.
 Nel cattolicesimo di papa Wojtyla, un cattolicesimo forte e diretto, non c’era spazio per la «mediazione», per quella cultura della mediazione tra fede e cultura e tra fede e politica che alla fine degli anni Settanta divenne in Italia oggetto di ampie discussioni tra i credenti. La Chiesa è entrata in presa diretta con la politica e con i problemi dell’attualità. Il papa polacco ha portato la Chiesa romana al centro della dimensione planetaria dei problemi civili e religiosi, dando un senso epocale alla transizione del secolo e del millennio, ma sembra, per altro verso, aver abbandonato il governo delle Chiese locali ai rispettivi episcopati. In Italia questo si è sentito molto, perché a partire dagli anni Ottanta abbiamo avuto una guida della Chiesa italiana molto condizionata da un rapporto diretto con la politica nazionale che ne ha certamente sacrificato il respiro culturale  e religioso e che ha rischiato di riportarsi nelle logiche vecchie, clerico-moderate, dello scambio e degli interessi materiali.
 La transizione politica italiana è stata fortemente condizionata da questa situazione di ripiegamento della Chiesa nazionale.
[…]
 Il quadro è certamente variegato, ma quello che ha contato e che conta è stato il volto ufficiale della Chiesa italiana e la necessità che tutti i protagonisti si confrontassero con il governo centrale della Chiesa che avocava a sé tutte le decisioni strategiche e che riempiva con la sua stessa presenza tutti gli spazi. Il carisma e la dimensione mondiale del papato di Wojtyla da un lato e la forte gestione dell’episcopato italiano sotto la presidenza del cardinale Ruini, dall’altro, hanno reso difficile ogni dialettica interna alla Chiesa italiana anche perché ogni posizione che usciva dal coro veniva subito etichettata come concorrente con quella del pontefice. Quando si creano queste situazioni in definitiva i poteri reali sfuggono a ogni controllo e si creano circuiti meno visibili, meno trasparenti, nei quali le responsabilità sono meno facilmente imputabili. In qualche modo lo stesso popolo cristiano diventa muto!
 Ecco, diciamo che ora occorre rimediare a una situazione di mutismo del popolo di fede, che c’è anche da noi. Non è facile farlo, certo, dopo tanto tempo in cui si è disabituati a intervenire, sempre con il timore di tirate d’orecchi! Ad esempio, vediamo che durante gli incontri del ciclo Immischìati non c’è stato nessuno spazio per il dibattito. Ci sarà venerdì prossimo, ma con un diverso interlocutore. Allora è come se i valorosi docenti che ci hanno spiegato la loro versione della dottrina sociale non diano tanta importanza a quello che noi, della base, ne pensiamo. Del resto c’è tra noi una sufficiente cultura politica? Da certe esclamazioni che ho sentito nel corso degli incontro, su sollecitazione dei docenti, non mi pare: ho avvertito, ad esempio, una superficiale insofferenza verso i processi di unificazione continentale europea e verso quello di unificazione monetaria. Si tende a parlare per slogan, prevalenti tratti dall'armamentario della destra politica, senza affrontare la complessità. Per troppo tempo, lo spazio di più di una generazione, il popolo di fede è stato ridotto al mutismo!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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