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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 17 aprile 2013

E' la scuola che fa la differenza - Per una scuola che educhi alla Costituzione, per una sovranità che appartenga al popolo, per una Repubblica che rimuova gli ostacoli - traccia di un intervento di Mario Ardigò - 15-4-13


Traccia dell'intervento svolto da Mario Ardigò nel corso dell'incontro sul tema

E' la scuola che fa la differenza - Per una scuola che educhi alla Costituzione, per una sovranità che appartenga al popolo, per una Repubblica che rimuova gli ostacoli

svoltosi il 15-4-13 in una scuola statale romana. La relazione orale in più punti si è discostata dalla traccia per cogliere spunti che erano venuti dai lavori degli alunni della scuola.

 
  Anche se nascendo ci viene riconosciuta la condizione di cittadini, nasciamo sempre sudditi, vale a dire soggetti al potere di altri, in una famiglia, in un'etnia, in una cultura umana, in una città, in uno stato, spesso in una religione o in una ideologia. E non scegliamo noi la famiglia, l'etnia, la cultura umana (lingua, costumi, modi di vestire, convenzioni etiche e via dicendo) la città, lo stato, la religione, l'ideologia in cui nascere. Non scegliamo noi di nascere con un corpo di maschio o di femmina. Sono cose in cui, nascendo, ci troviamo immersi e che ci dominano. Da bambini piccoli per la nostra vita  dipendiamo totalmente dagli altri, innanzi tutto dai genitori o da chi ne svolge il ruolo, e ne siamo soggiogati. Nel gergo giuridico si dice che siamo in loro potestà. Crescendo siamo chiamati ad essere più autonomi e ad inserirci in una collettività più ampia di quella della famiglia. Ci vengono riconosciute delle libertà che variano a secondo dei regimi politici degli stati. Ma in genere rimaniamo sempre soggetti a qualche forma di autorità altrui, anche se arriviamo molto in alto nella scala sociale. Più è ampia la nostra libertà, in una collettività in cui si è soggetti a varie autorità, più aumenta la nostra dignità sociale. La condizione di cittadinanza è un insieme di libertà e  di doveri verso l'autorità che possono variare molto, a seconda degli stati. Crescere significa anche passare dalla condizione di sudditi e di cittadinanza potenziale a quella di cittadinanza effettiva. La scuola serve a introdurci nel mondo dei grandi in modo da esercitare la nostra libertà, nei vari modi  in cui si può farlo, ad esempio nello svolgere un lavoro o nel farsi una famiglia,  senza entrare in contrasto con l'autorità. In un manuale di diritto del sesto secolo, le Istituzioni commissionate dall'imperatore Giustiniano, sovrano dell'Impero Romano d'Oriente, venivano così sintetizzati i principi che dovevano guidare in questo il buon cittadino: vivere onestamente,  non fare del male agli altri, dare a ciascuno il suo. In particolare la giustizia veniva definita come la volontà costante e perenne di dare a ciascuno il suo, naturalmente secondo le regole del proprio tempo.
 Nei tempi nostri il diritto internazionale riconosce ad ogni essere umano, per il  solo fatto di esistere, una condizione di cittadinanza universale, gli attribuisce quindi un insieme di diritti umani fondamentali, ad esempio quello ad essere rispettato nella sua integrità fisica e a non essere ridotto nella condizione di schiavo. Ciò a seguito della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948,  alla quale si sono richiamati molti altri documenti analoghi nel mondo. Poi ogni essere umano, in genere, ha una sua propria cittadinanza nazionale, a seconda di dove è nato. La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, ha anticipato, nel riconoscere la comune cittadinanza universale, il documento delle Nazioni Unite. E ha, nel riconoscere quella nazionale, molte interessanti particolarità che dipendono dai medesimi principi di civiltà.
 Storicamente le costituzioni nascono come limiti ai poteri dei monarchi assoluti.
 Anticamente il modo in cui si concepiva il monarca assoluto derivava da come si concepiva il potere del padre di famiglia, oggi si direbbe del maschio dominante di una famiglia allargata. Era una sorta di potestà  analoga a quella che i genitori esercitano ancora oggi sui bambini piccoli. Padri erano chiamati i senatori dell'antica Roma. Padri vennero storicamente chiamati anche diversi altri monarchi assoluti, come gli Zar  di Russia. Nel diritto romano, che in Europa rimase diritto vigente in molti campi fino alla metà dell'Ottocento,  la condotta del buon padre di famiglia era quella di un sovrano assoluto virtuoso, che agiva saggiamente per il bene dei sottoposti. Il monarca assoluto, il padre,  aveva la disponibilità della famiglia che gli era sottoposta e di tutti i sui beni, diritto  di vita e di morte come si diceva. Prendeva quello che gli serviva, a suo arbitrio. I sottoposti,  i figli, gli inoltravano suppliche per avere ciò che loro necessitava e giustizia nei contrasti tra di loro. La giustizia, come ogni bene della vita, emanava dal monarca. Egli aveva in mano propria tutto e  tutti. Dipendeva dalla sua generosità elargire di più o di meno  e lasciare in vita e liberi questo o quello. Fin dall'Alto Medio Evo si iniziò a cercare di dare un'istruzione e una formazione umana superiore ai principi ereditari iniziandoli allo studio del latino, delle grandi opere dell'antichità che si erano salvate dalla dispersione e di quelle che man mano vennero poi recuperate, perché si prese consapevolezza che la stabilità delle società umane, e quindi anche delle dinastie monarchiche che le dominavano, dipendeva non solo dall'esercizio della forza bruta, ma anche  dalla saggezza dei monarchi, che, amministrando i sottoposti come buoni padri di famiglia, mantenevano la pace.
 Divenendo più complesse, le società umane tendono a sviluppare più centri di potere, delle oligarchie. Ad un certo punto, storicamente, le dinastie dei monarchi assoluti dovettero venire a patti con esse e ne vennero limitate nei loro poteri. Sintetizzo molto, naturalmente. Si tratta di un processo che prese secoli, produsse varie correnti culturali, vari movimenti e che fu anche, in genere, piuttosto sanguinoso. Le costituzioni sono leggi che limitano i poteri supremi, quelli che storicamente erano propri dei sovrani assoluti e che ai tempi nostri in genere sono esercitati da più centri di potere tra loro tendenzialmente coordinati.
 Nella nostra epoca in Occidente, all'esito di altri processi storici piuttosto complessi, il regime politico più diffuso  è attualmente quello delle democrazie popolari, dove si vuole che le masse, quindi vaste moltitudini di persone, partecipino al potere supremo, abbiano insomma modo di dire la loro.  Nell'antica Grecia, da dove hanno origine molti dei concetti che ancora si usano per definire gli assetti e i problemi  degli stati, questo, la democrazia di tutti, non era considerato il regime politico preferibile, perché si ritenevano le masse in genere poco dedite alla virtù, facilmente influenzabili e poco illuminate. L'antica democrazia ateniese, considerata un modello di organizzazione politica ancora oggi, non era un'istituzione di massa, non riguardava infatti la moltitudine degli schiavi, ma solo coloro che, resi liberi dalle occupazioni servili mediante l'impiego degli schiavi, potevano dedicarsi al governo della città, alla politica. In alcuni scritti dell'antichità latina e greca le masse furono assimilate a delle belve selvagge.
 L'idea moderna di elevare le masse al potere supremo nacque nel Settecento e si sviluppò poi nell'Ottocento e nel Novecento. Essa ha il suo cardine nel principio di uguaglianza tra gli esseri umani, inteso come pari dignità.  Da esso deriva il principio di non discriminazione. Questi principi hanno sostanzialmente natura religiosa, vale a dire che vengono affermati a prescindere da come vanno realmente le cose. Questo era molto chiaro nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America (1776) dove si legge: "Noi affermiamo che sia una verità di per sé evidente [vale a dire che non deve essere dimostrato] che tutti gli esseri umani siano stati creati uguali, dotati dal loro Creatore di alcuni inalienabili diritti, tra i quali quello alla Vita, alla Libertà e alla ricerca della Felicità". Alla base dell'affermazione religiosa dell'uguaglianza tra gli esseri  umani vi fu un'esigenza di maggiore giustizia, ma in un senso anche qui religioso, molto più vasto che il semplice dare a ciascuno il suo secondo le regole del proprio tempo. Ma la giustizia in questo senso non è un dato di natura, la si impara, occorre un tirocinio.
 I sovrani e le oligarchie che con loro avevano stretto patti costituzionali si erano mostrati padri ingiusti opprimendo i figli e privandoli della loro dignità filiale. La soluzione non era nel sostituire monarca a monarca, oligarchia a oligarchia, ma nel recuperare/riscoprire la propria dignità universale di figli, non però secondo la carne, generati da stirpi dedite agli antichi odi tribali, ma da un anelito di superiore giustizia, che portava a riconoscersi liberi, fratelli  e uguali, contro ogni apparenza. Questa idea era concepita come una illuminazione, una conquista di civiltà che richiedeva un impegno personale di conoscenza e di miglioramento, alla scuola di buoni maestri. Ciò rimase caratteristico in tutti i movimenti sociali che attraversarono l'Europa, con diversi orientamenti, nell'Ottocento e nel primo Novecento. Dovunque si poteva si istituivano scuole popolari e la scolarizzazione di massa a livello elementare fu uno dei principali obiettivi anche del nuovo Regno d'Italia (all'Unità d'Italia l'analfabetismo riguardava l'80% della popolazione). Questo moto verso una nuova civiltà basata su un rinnovato senso di giustizia ha portato all'affermazione della cittadinanza universale di cui dicevo, che è la grande sfida in atto a livello globale nel nostro tempo, in particolare nella nostra Europa: una cosa veramente nuova, mai vista nella storia dell'umanità, i sogni di generazioni passate che stanno divenendo realtà.
 La nostra Costituzione è parte di quel movimento. Leggiamo con attenzione l'art.3, 1° comma:
 "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali  davanti alla legge,   senza distinzione di sesso, razza, di lingua, di religione, di religione, di opinioni    politiche, di condizioni personali e sociali".
 Spesso si leggono queste parole un po' distrattamente. Che significa senza distinzione di razza e di lingua? Significa che, nella concezione dei costituenti, l'Italia non è fatta solo per gli italiani. Siccome poi la Costituzione non è solo un documento, ma è anche una legge, e una legge molto importante, possiamo dire che essa è un po' come una porta aperta verso il mondo. Simile a quella che così viene descritta nella celebre iscrizione sotto la Statua della Libertà a New York - USA (da una poesia di Emma Lazarus - 1883):
         “Datemi chi tra voi è esausto e povero,
         le vostre masse che si accalcano nell’anelito di libertà,
         i  miseri rifiuti della vostre popolose terre.
         Mandatemi quelli che non hanno più casa e gli 
         sventurati,
         innalzando la mia luce mostrerò loro la porta d’oro!”.
  Noi non intendiamo aprire le porte agli oppressi del mondo per farli poi schiavi, come si usa. Li vogliamo elevare alla piena cittadinanza. E' questo appunto il senso dell'art.3, 2° comma, della nostra Costituzione, scritto da Lelio Basso.
 C'è un unico e coerente moto sociale che collega la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America e la nostra Costituzione.
 Sostituire i monarchi e gli oligarchi con le masse e quindi liberare le moltitudini richiede un  superiore senso di giustizia. E' solo questo superiore senso di giustizia che può consentire alle moltitudini di sostituire i vecchi monarchi e oligarchi ingiusti senza ricadere nel vecchio regime. Giustizia e democrazia di popolo sono inscindibili. E' per questo che la nostra Costituzione, all'art.1, dove proclama la sovranità di popolo, definisce anche che vi sono dei limiti a questo grande potere. In una democrazia di popolo, il popolo non è un sovrano assoluto. E la giustizia non è l'arbitrio del popolo, ma preesiste al popolo e lo sovrasta. Il popolo stesso ne è giudicato. Il popolo, attraverso i suoi magistrati,  l'amministra solamente (art.101 Costituzione). L'esigenza di una giustizia superiore ha reso piuttosto lunga, a confronto con quelle storicamente precedenti, la nostra Costituzione: c'è infatti molta più giustizia sociale, vale a dire impegni che riguardano tutti coloro che vogliono esercitare collettivamente il potere supremo. Devono essere giusti, ad esempio, nei rapporti di lavoro, nel cercare di ottenere il proprio profitto, in famiglia, nel fare politica, nel difendere i propri legittimi interessi. Giustizia sociale significa sostanzialmente tenere sempre conto di chi sta peggio e far prevalere  il bene di tutti sul proprio particolare. Ad esempio impegnarsi, in base a modifiche costituzionali dell'aprile dello scorso anno che si applicheranno dall'anno prossimo,  a non pretendere troppo dallo stato se le risorse mancano, quindi a farsi carico, nelle proprie rivendicazioni verso l'amministrazione pubblica, dell'equilibrio tra entrate e spese. Lo stato democratico non ha in mano propria tutto e tutti.
 E ora veniamo al ruolo della scuola, e in particolare della scuola di stato, nella nostra democrazia di massa, con le caratteristiche che ho descritto.
 Siamo in una scuola di stato e quindi mi sono espressamente riferito ad essa, senza voler naturalmente svalutare quelle gestite da istituti privati.
 Nella scuola di una democrazia di popolo ci si deve proporre di imparare molto di più di ciò che serve  nella vita per procurarsi di che vivere e per avere relazioni pacifiche con gli altri e con l'autorità. Si deve imparare ad esercitare secondo giustizia il potere sugli altri e con gli altri.
 In una scuola di stato gli alunni incontrano innanzi tutto lo stato, perché i loro insegnanti sono tutti funzionari dello stato, quindi con un particolare impegno, e correlativamente con un particolare dovere, di fedeltà ai principi cardine della nostra Repubblica.  Con loro e con il  dirigente scolastico fanno le loro prime esperienze di relazioni con l'autorità dello stato. Gli insegnanti e il dirigente scolastico sono i primi esempi, molto ravvicinati, di come si cerchi di esercitare l'autorità dello stato in modo da essere fedeli a quei principi di civiltà che ho detto. In questo la scuola di stato è una importante palestra di civiltà.
 In tutte le scuole gli alunni fanno esperienza e pratica di giustizia, innanzi tutto nelle relazioni con gli altri. Ad esempio nel rispettare e all'occorrenza nel difendere la vita degli altri. In democrazia conta molto il mettersi in mezzo, il resistere al male, anche correndo dei rischi, con coraggio, determinazione. E non sto parlando in astratto. In questo quartiere e in quelli vicini, teatro in passato di efferati delitti politici (ricordo gli assassini dei sostituti procuratori Occorsio - 1976- e Amato - 1980), la violenza politica è ancora latente, come molti episodi anche recenti dimostrano. Con la propria inventiva si possono cambiare molte cose intorno a sé, ad esempio, per i ragazzi, a partire dalla propria classe, dai coetanei con cui si ha maggiore consuetudine. Non occorrono grossi investimenti, salvo il volersi  mettersi in gioco. Dico questo senza però sostenere che si tratti di una cosa facile: ricordo che ai miei tempi di scuola ebbi difficoltà in questo campo. Certe cose le ho capite solo molto dopo, ma, con il senno del poi, mi sarebbe piaciuto aver fatto meglio tante cose.
 Ma, prima di tutto, il lavoro di carattere culturale che può essere utilmente svolto in una scuola di stato come questa è quello di consentire agli alunni di decidere, prendendo consapevolezza del processo storico e degli ideali di cui ho detto, se aderire ai principi costituzionali della nostra Repubblica, senza solo subirli come un qualcosa in cui ci si ritrova immersi e da cui, per il momento, non ci si può liberare, elevandoli così dalla condizione di sudditi, sia pure onesti, a quella della piena cittadinanza. In questa scuola c'è tutto quello che serve: gli insegnanti, delle giovani menti, genitori ben disposti ad affiancarle, libri, penne, quaderni, lavagne, tempo per insegnare e imparare.
 Voglio concludere dicendo questo: non stiamo vivendo tempi ordinari. Stiamo facendo nuova ogni cosa nel mondo di oggi. Ciò che c'era prima sta sparendo. Si comincia ad intravvedere una nuova organizzazione dell'umanità della quale la nostra Costituzione è stata come l'anticipazione. La nostra Europa è al centro di questo processo storico. Beati i più giovani che forse potranno vedere la luce della nuova era.
 

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