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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 20 giugno 2018

Un problema di coscienza


Un problema di coscienza

  In Confessione non ci accusiamo mai di tutti i peccati gravi che commettiamo. Sacrilegio? Lo fanno tutti. Si confida che il male comune scusi. Sempre che in coscienza si sia ancora capaci di individuare il male dove c’è e  di cui si è responsabili o corresponsabili. La gente del catechismo fa il suo lavoro come sempre, certo, ma il risultato è quello che è. D’altra parte sembra che una certa atrofia di massa delle coscienze intimi prudenza  ai pastori. Forse è perché anch'essi sono persone del loro tempo, inserite in un certo contesto culturale dal quale faticano a staccarsi, e nemmeno in fondo vogliono farlo. Così, le reazioni dei maestri appaiono piuttosto timide, prudenti, pronte a riconoscere francamente le ragioni di tutti, anche di coloro che guidano gli altri verso il male, che è più grave che fare semplicemente il male. Ad esempio sul tema dell'immigrazione dalla vicina Africa. Forse un vescovo africano che finisse a governare tra noi farebbe di più? Chi lo sa? Sarebbe comunque uno straniero, desideroso di farsi accettare in un ambiente sociale che gli è affine culturalmente, ma molto distante per altri aspetti. Però fare il male, e soprattutto farlo in massa, come peccato sociale diffuso, fa male, anche a chi ne è responsabile. Il male collettivo peggiora la società. Se le masse prendono a disprezzare le vite umane altrui, la crudeltà si diffonde e colpisce tutti quelli che non sono abbastanza forti per ripararsene. Cercano allora di salvarsi lasciandosene soggiogare, diventandone complici e cercando di essere come tali risparmiati. La dignità ne risente, certo. Chi non rispetta la dignità nelle vite altrui, perde anche la propria. Si cerca di tacitare il rimprovero della propria coscienza morale.  Il male è anche, quindi,   che le coscienze si trasformano e diventano impermeabili alla fede della compassione, della misericordia, alla nostra fede. Certe forme di male sono più gravi di altre perché sono empie, negano le realtà soprannaturali affermate dalla fede. Ne avevano consapevolezza anche gli antichi, a cui spesso troppo frettolosamente diamo dei pagani. Erano invece animati da un’alta religiosità e sapevano riconoscere l’empietà quando la incontravano.
  Chi si accuserebbe in Confessione, oggi, del peccato mortale di razzismo e di quello di discriminazione etnica, ma anche solo di quello di discriminazione sociale? Ad esempio di quella volta che ha chiesto che certi nuovi arrivati fossero cancellati dalla società, perché ne ha paura e teme che gli tolgano qualcosa. Lo si può fare in tanti modi, anche in segreto, nella cabina elettorale. Chi ti vede? Una persona religiosa, però,  sa che c'è sempre qualcuno che vede, addirittura nel segreto dell'anima. Si pecca in pensieri, parole, opere e omissioni: non lo recitiamo ogni domenica a Messa? Un documento del Magistero come l’enciclica Lo sviluppo dei popoli, che ho pubblicato ieri,  indica come peccati gravi il razzismo e la discriminazione sociale ed etnica, e non da oggi, ma dagli anni Sessanta. L’insegnamento sulle colpe collettive, sociali, sulle strutture  di peccato, è poi stato molto sviluppato da Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°, regnante in religione tra il 1978 e il 2005, un’epoca in cui la nostra Europa cambiò volto, divenendo quella che è. Però, anche quand’era vivo, quel Papa ci piaceva umanamente, ma non lo seguivamo veramente. Non seppe realmente scuotere le nostre coscienze, ad esempio quando con toni appassionati ci esortava ad aprire le porte,  a  non avere paura.  Era una persona che veniva  da lontano, come disse. Accade un po’ lo stesso a Jorge Mario Bergoglio - Francesco.
  Che sarebbe l’Italia senza le migrazioni? Non sarebbe cristiana, perché la fede ci fu portata dalla Palestina e dalla Siria. Non avrebbe tante parole e usanze. Giorni fa si è parlato molto, in politica, di  zerbino. E’ una parola araba, dall’arabo zirbiy «tappeto, cuscino», si legge nella Treccani on line. Sono arabi i numeri che usiamo, salvo lo zero che ci venne dall'India. Gli arabi furono nostri padroni nel Medioevo. Così come i Normanni, e vari altri popoli nordici. Da dove viene il nome Lombardia? Da invasori nordici, i Longobardi. Ora i lombardi sono fieri di essere tali, ma tutto iniziò con una migrazione, più precisamente con una conquista. Anche i greci ci colonizzarono, e più tardi vennero i Cartaginesi, da quella che oggi è la Tunisia. Anche gli italiani antichi furono colonizzatori, di mezza Europa, del Nord Africa e del Vicino Oriente. Ma il loro influsso culturale andò molto oltre, in particolare legandosi alla cultura greca. Dalla cultura latina e greca, ibridate con quelle germaniche,  origina gran parte della  nostra teologia e del nostro diritto. Vennero poi gli spagnoli, i francesi, gli austriaci. Tutti questi popoli si legarono profondamente con quelli che avevano trovato da noi, generando, culturalmente  e biologicamente, gli italiani di oggi. Nel Quattrocento e Cinquecento questo produsse una splendida civiltà, veramente cosmopolita e amante del bello, che possiamo vedere ben rappresentata nella figura nel toscano Leonardo da Vinci.
   Stiamo diventando un popolo con sempre più anziani.  Di un anziano si pensa che abbia una certa saggezza, ma in realtà chi anziano lo è diventato sa bene che il connotato di questa età della vita è la fragilità: si ha paura di tutto. E’ appunto la paura che ci guida al peccato di razzismo. Ma, spesso, anche l’ignoranza. Non capiamo bene l’origine dei nostri guai, che è tra noi e da noi, non ci viene da fuori. Se avessimo voglia di imparare, capiremmo che i disperati che giungono da noi dagli inferni del mondo sono vittime della stessa ingiustizia sociale che colpisce la gran parte di noi, rendendo insicura la vita. E questo mentre le nostre società si fanno sempre più ricche. Tra un po’ non avranno nemmeno più bisogno di manodopera schiava: ci saranno gli automi a fare certi lavori pesanti, ma anche, ad esempio, a guidare per strada. Che ne sarà allora della gran parte di noi? E’ un problema di civiltà. Una volta che riuscissimo a respingere alle nostra frontiere tutti quelli che non vogliamo tra noi, saremmo sempre nella stessa situazione. Sempre più anziani, fragili, incapaci di reazione, pronti a comprometterci, lasciandoci soggiogare, per provare a salvare la vita che ci resta. Per cambiare occorrono forze giovani, è la legge della vita. Le nostre società i giovani li marginalizzano, e quando arrivano da fuori cercano di respingerli.
  Dunque, ignoriamo i nostri maestri, ci costruiamo una coscienza fatta in un certo modo per cui  è incapace di vedere il peccato dove c’è, ci accusiamo di eccessivo buonismo, invece che del male di cui siamo stati e siamo complici e sostenitori. Come finirà? Interessa ancora saperlo? Le Scritture ce ne parlano, sempre che si abbia ancora voglia di intenderle. Finirà male. Ci toccherà il destino di Sodoma, così è scritto,  nella quale, alla fine della perfidia, non si riuscirono a trovare nemmeno dieci giusti. Invano invocheremo allora, da empi, la misericordia che non riuscimmo ad accordare agli altri. Favole religiose? Se ritenete la religione una favola, perdete il vostro tempo in chiesa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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