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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 30 giugno 2018

Comunità diseducanti


Comunità diseducanti



La foto che troviamo su gran parte dei quotidiani di oggi: una delle vittime di un naufragio di  migranti al largo delle Libia. Si stima che cento persone siano disperse, cioè annegate. Sullo sfondo si vede il gommone della Guardia costiera libica mandato in soccorso della gente in mare, degli oltre cento naufraghi che erano finiti in acqua. Non se ne vedono altri. Le imbarcazioni inviate in soccorso erano sufficienti?
«Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio!»
Dall’omelia di Papa Francesco alla Messa celebrata l’’8 luglio 2013, nel corso di un viaggio apostolico nell’isola di Lampedusa


  Mi dispiace che a una persona buona come Jorge Mario Bergoglio sia toccato di fare il papa con il nome di Francesco in questa tremenda Italia di oggi, che consapevolmente rifiuta la pietà verso i sofferenti rendendosi empia. Egli è sulla via per condividere il destino che toccò al suo predecessore Eugenio Pacelli, che pure tanti meriti ebbe, in particolare per aver riaperto la via alla democrazia in Europa e per aver indotto i cattolici, molti dei quali erano stati complici dei fascismi, a costruire un nuovo ordine continentale pacifico. Come ai tempi di Pacelli, è la prudenza che non va. Non sono risuonate di questi tempi parole come quelle (le trascrivo nuovamente di seguito) che nel 2013 furono molto importanti nel determinare il nostro governo a disporre una grande missione di soccorso per impedire tragedie nel mare tra l'Italia, la Libia e la Tunisia, del tipo di quella accaduta solo poche ore fa. La si denominò Mare Nostro. Ora non lo è più?
 Ma, si dice, “La Chiesa non fa politica”. Quando mai non l’ha fatta?, mi domando. Tutto il nostro Risorgimento e poi i primi settant'anni del Regno d'Italia furono travagliati dalla Questione Romana, che era politica del Papato. E poi il fascismo Mussoliniano si avvalse dell'appoggio politico del Papato, che lo definì provvidenziale  e indusse le migliori menti del laicato italiano a lasciarsi coinvolgere. Poi il Papato condizionò la vita del partito cristiano  e, finito quello, contrattò direttamente con la politica nazionale. Nell'84 contrattò una revisione del Concordato lateranense che ora gli vale un flusso di finanziamenti pubblici di circa un miliardo di euro all'anno, indipendentemente dalle condizioni dell'economia nazionale. Si mise di traverso su questioni politiche come le leggi su divorzio, aborto, procreazione assistita, unioni omosessuali, fine vita e molte altre. Scomunicò i comunisti italiani quando ancora erano molto legati all'Unione sovietica, osteggiò la collaborazione con i socialisti e poi con i comunisti italiani, divenuti pienamente democratici dopo la rottura con i  sovietici. La Chiesa ha sempre fatto politica, fin dal Quarto secolo della nostra era.  Proprio ora decide di non farla più?
  La Santa Sede possiede uno stato, qui a Roma, anche se gli accordi con il Regno d’Italia non lo chiamano mai così, ma solo Città del Vaticano. Ma, comunque, lo considera uno stato, e tale è ritenuto anche dalla comunità internazionale. Uno stato può molto, ancora oggi, anche se molto piccolo. Può accordare protezione e in questo viene rispettato. Lo si fece in vari modi al termine della Seconda Guerra Mondiale, scrivono gli storici, in modi che molti criticarono, per favorire la fuga  e la salvezza di gente in pericolo dopo la caduta dei  regimi fascisti vinti.
[Su questo ha scritto Pier Luigi Guiducci, Oltre la leggenda nera - Il Vaticano e la fuga dei criminali nazisti, Mursia, 2015, saggio in cui, nel contestare la tesi di una copertura della Santa Sede ai nazisti in fuga, ha ricordato la protezione data a quell'epoca a gente in fuga dopo la caduta dei regimi fascisti. In una intervista a La Stampa del 2015, 
(http://www.lastampa.it/2015/10/16/vaticaninsider/oltre-la-leggenda-nera-il-vaticano-e-la-fuga-dei-criminali-nazisti-RvtssyJ18NOY6rhTnxaCYM/pagina.html) ,disse:
«Si parte dal dramma dei civili in fuga dalle truppe sovietiche. Quest’ultime, penetrano nella Germania e poi entrano a Berlino, con tutte le atrocità che ne sono seguite: stupri, esecuzioni sommarie, violenze di ogni tipo. In tale contesto [...] abbiamo il dramma del movimento dei profughi, in maggioranza civili. Si trattava di anziani, malati, disabili, bambini, sofferenti a livello mentale, donne violentate. Erano profughi senza casa, apolidi in più casi, che non avevano reti di assistenza. Chiedevano letteralmente la carità. E quindi si rivolgevano a parrocchie, conventi e case religiose. A una rete essenzialmente cattolica. Ciò avveniva perché in Germania una parte del mondo evangelico-protestante aveva sostenuto il regime hitleriano. Quindi i profughi badavano a non farsi passare né per evangelici, né per sostenitori del regime, e nemmeno per atei (per non essere associati ai sovietici). A questo punto non restava loro che chiedere l’appoggio cattolico, che era fondamentalmente gratuito e che superava la concezione nazionalistica.»]
 Ma lo si è fatto anche di recente. Il caso? Un diplomatico della Santa Sede presso gli Stati Uniti d’America è accusato di un reato commesso in Canada. Le autorità canadesi emettono un ordine di cattura e lo notificano agli Stati Uniti d’America, che a  loro volta lo notificano alla Santa Sede. Il diplomatico viene fatto rientrare a Roma, sottraendolo alla giustizia canadese in forza dell'immunità diplomatica, e viene processato dai giudici della Città del Vaticano per il reato commesso in Canada. Lo si è condannato, in modo da precludere una estradizione in Canada per lo stesso fatto. Perché, però, non lo si  è privato della condizione di diplomatico e dell’immunità  e consegnato alle autorità canadesi perché fosse processato dove, secondo l’accusa, aveva commesso il reato? Aver privato gli investigatori canadesi del contributo informativo che l’accusato poteva dare, e che in effetti ha dato dal momento che si è saputo dalla stampa che ha reso confessione, non ha avuto effetti negativi sulle indagini canadesi? L’aver fatto rientrare il diplomatico in Italia, non revocandogli l’immunità, può essere visto come una forma di protezione. Certo poi egli è stato condannato dai giudici vaticani. Ma la Santa Sede non dispone di penitenziari. Sostanzialmente, quando la pena diverrà definitiva, avrà probabilmente  un trattamento migliore di quello che gli sarebbe toccato in Canada. 
  Che cosa impedisce di estendere una protezione simile ad altre persone, come, qui a Roma e altrove ma su direttive di Roma,  si fece durante la Seconda Guerra Mondiale in favore di molti politici antifascisti, e poi, nel dopoguerra, di  tanti migranti che oggi definiremmo economici? Qualcosa del genere si  è fatto, ma su scala troppo piccola rispetto al fenomeno da affrontare. Lo stato posseduto dal Papa qui a Roma è piccolo? Ma egli è pastore di oltre un miliardo di fedeli e l'Europa  è dominata dai democratici cristiani tedeschi, che ora sono spinti a politiche più dure sulle migrazioni da un ministro dell'interno della bavarese CSU, nella quale i cattolici predominano. La sua autorità morale in Europa è ancora molto grande, anche se in Italia la dottrina sociale è, ma non da molto, ignorata. 
  Il problema del Papato, oggi come ai tempi di Pacelli, si chiama prudenza. Per la sua prudenza, sostanzialmente debolezza politica, non credo che Pacelli sarà mai fatto santo, pur essendo una persona buona, un mistico. Ma le condizioni in cui si trovò a regnare, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, erano tremende: egli effettivamente poteva temere crudeli e stragiste ritorsioni di massa, in particolare da parte dei nazisti hitleriani. Ai nostri  giorni,  però, in Europa si vive in democrazia. Al massimo potremmo avere un po’ meno gente che viene in chiesa e forse un po’ meno scelte per la Chiesa cattolica nel riquadro dell’8 per mille della dichiarazione dei redditi. La prudenza  è meno giustificata.
 Ieri il Papa, creando nuovi cardinali, ha pronunciato nobili parole, invitandoli al martirio, alla testimonianza fino al rischio della vita. Eppure, di questi tempi, erano altre le parole che occorrevano. Appunto parole, e gesti, come quelli del 2013,
  Dagli anni ’70 la catechesi è molto legata a comunità educanti. Non è più qualcosa come una lezione scolastica, ma un’esperienza di vita. Poi la  cultura della presenza  ha ancora di più posto l’accento sulla vita comunitaria come prima forma di catechesi, lì dove si impara, soprattutto da piccoli, per imitazione. Ebbene, il risultato è quello che è. Nella mia Bologna la diocesi ha organizzato una veglia di preghiera per i migranti morti in mare. E qui a Roma? Questa è la diocesi del Papa. Dovrebbe dettare la linea e dare l’esempio. Probabilmente si teme che iniziative di quel tipo vadano deserte. Il male si è profondamente radicato anche nelle comunità di fede. Non sono più capaci di liberarsene. Danno ascolto  a guide empie, quelle che negano la pietà ai sofferenti. Anche tra i fedeli, in particolare tra i più anziani, ai quali la vita dovrebbe aver insegnato la saggezza, si sentono discorsi tremendi, spietati, e per questo empi, perché, come insegna papa Francesco sulla base della nostra Tradizione religiosa, il Creatore è misericordia. Le nostre sono così diventate comunità diseducanti. Qual è, in questa condizione, il compito di un pastore?
  Sulla carta, per la legge della Chiesa,  un Papa può tutto. La realtà è molto diversa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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VISITA A LAMPEDUSA
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Campo sportivo "Arena" in Località Salina
Lunedì, 8 luglio 2013
dal Web: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20130708_omelia-lampedusa.html 
  Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie! Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto, il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco signora Giusi Nicolini, grazie tanto per quello che lei ha fatto e che fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!
  Questa mattina, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti.
  «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!
  Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
  «Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
  «Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!
  Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto.
  «Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?
  Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore!
Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».


Al termine della Celebrazione il Santo Padre ha pronunciato le seguenti parole:
  Prima di darvi la benedizione voglio ringraziare una volta in più voi, lampedusani, per l'esempio di amore, per l'esempio di carità, per l'esempio di accoglienza che ci state dando, che avete dato e che ancora ci date. Il Vescovo ha detto che Lampedusa è un faro. Che questo esempio sia faro in tutto il mondo, perché abbiano il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore. Grazie per la vostra testimonianza. E voglio anche ringraziare la vostra tenerezza che ho sentito nella persona di don Stefano. Lui mi raccontava sulla nave quello che lui e il suo vice parroco fanno. Grazie a voi, grazie a lei, don Stefano.



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