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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 24 marzo 2018

Ultimo incontro sulle malattie spirituali, dedicato alla mondanità spirituale


Ultimo incontro sulle malattie spirituali, dedicato alla mondanità spirituale




 Ieri sera in parrocchia si è tenuto l’ultimo degli incontri sulle malattie spirituali, dedicato alla mondanità spirituale. L’espressione è stata ripresa da un brano dell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii gaudium  che di seguito riporto, in sintesi e nel testo integrale.
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In sintesi
  La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale.  E’ legata alla ricerca dell’apparenza: non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto.
  Questa mondanità può alimentarsi specialmente in due modi profondamente connessi tra loro: una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti; [il costume di] coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. Non è possibile immaginare che da queste forme riduttive di cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore.
  Questa oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di “dominare lo spazio della Chiesa”. In tutti i casi si rinchiude in gruppi di élite, non va realmente in cerca dei lontani né delle immense moltitudini assetate di Cristo. Non c’è più fervore evangelico, ma il godimento spurio di un autocompiacimento egocentrico.
  In questo contesto, si alimenta la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere.
  Ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele.
 Chi è caduto in questa mondanità guarda dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è ossessionato dall’apparenza.

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Testo integrale
(le parti utilizzate per la sintesi sono evidenziate in neretto
93. La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. È quello che il Signore rimproverava ai Farisei: «E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?» (Gv 5,44). Si tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). Assume molte forme, a seconda del tipo di persona e della condizione nella quale si insinua. Dal momento che è legata alla ricerca dell’apparenza, non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto. Ma se invadesse la Chiesa, «sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale».
94. Questa mondanità può alimentarsi specialmente in due modi profondamente connessi tra loro. Uno è il fascino dello gnosticismo (1), una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti. L’altro è il neopelagianesimo (2) autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico. Non è possibile immaginare che da queste forme riduttive di cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore.
95. Questa oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di “dominare lo spazio della Chiesa”. In alcuni si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia. In tal modo la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. In altri, la medesima mondanità spirituale si nasconde dietro il fascino di poter mostrare conquiste sociali e politiche, o in una vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, o in un’attrazione per le dinamiche di autostima e di realizzazione autoreferenziale. Si può anche tradurre in diversi modi di mostrarsi a se stessi coinvolti in una densa vita sociale piena di viaggi, riunioni, cene, ricevimenti. Oppure si esplica in un funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni, dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione. In tutti i casi, è priva del sigillo di Cristo incarnato, crocifisso e risuscitato, si rinchiude in gruppi di élite, non va realmente in cerca dei lontani né delle immense moltitudini assetate di Cristo. Non c’è più fervore evangelico, ma il godimento spurio di un autocompiacimento egocentrico.
96. In questo contesto, si alimenta la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere. Quante volte sogniamo piani apostolici espansionisti, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti! Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni lavoro è “sudore della nostra fronte”. Invece ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele.
97. Chi è caduto in questa mondanità guarda dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è ossessionato dall’apparenza. Ha ripiegato il riferimento del cuore all’orizzonte chiuso della sua immanenza e dei suoi interessi e, come conseguenza di ciò, non impara dai propri peccati né è autenticamente aperto al perdono. È una tremenda corruzione con apparenza di bene. Bisogna evitarla mettendo la Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impegno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. Non lasciamoci rubare il Vangelo!


(1) Gnosticismo: Complesso di dottrine e di movimenti spirituali, sviluppatosi in età ellenistico-romana (1° e 2° secolo della nostra era) e fiorito a fianco del cristianesimo antico. Si tratta di un insieme assai vario di sistemi e di scuole, privi di direzione comune, ai quali conferisce unità lo sforzo di soddisfare esigenze proprie dell’ambiente in cui si svolge, per cui sono affini i problemi fondamentali e le soluzioni, identico nel fondo lo spirito animatore, simile il linguaggio. Fondamento comune della speculazione gnostica è l’esperienza del contrasto tra l’irraggiungibile perfezione e ineffabilità di Dio e il mondo con tutto il male che è in esso. Due mondi, dunque, dei quali quello della materia è ostacolo al pieno realizzarsi dell’altro, l’unico veramente dotato di realtà. [fonte: dall’enciclopedia Treccani sul Web);
(2) Pelagianesimo: correnti di cultura religiosa collegate al pensiero del monaco Pelagio (354 - 427). La dottrina di Pelagio era improntata a un moralismo ascetico-stoico: l'uomo può con le sue forze osservare i comandamenti di Dio e salvarsi; la grazia gli è data solo per facilitare l'azione. Ne consegue la negazione del peccato originale e della necessità del battesimo e della penitenza. Dopo la condanna del concilio di Cartagine (411), il pelagianesimo fu combattuto dal punto di vista dottrinale soprattutto da  Agostino d’Ippona. [fonte: dall’enciclopedia Treccani sul Web)
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  Gli incontri tenuti in Quaresima sono stati un tentativo di farci conoscere reciprocamente e, conoscendoci meglio, di farci apprezzare il bene che c’è negli altri, così da poter programmare attività insieme, superando le divisioni.
  Il brano della Gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium  che abbiamo utilizzato per meditare e dialogare non si adatta bene alla nostra situazione parrocchiale. E’ molto duro, per chi riesce ad intenderlo in profondità, perché lancia accuse di eresia, riferendosi a gnosticismo e pelagianesimo. E’ vero: in parrocchia siamo divisi. Ma riconosco quelli dell’altra parte innocenti sotto questo profilo. Per quanto riguarda me, lascio il giudizio agli altri, perché da quel tipo di mancanza non ci si può auto-assolvere.
  Per oltre trent’anni si è cercato di riformare la parrocchia secondo un certo metodo. C’è tanto bene in quelli che lo hanno seguito. Ieri sera, nel gruppo di dialogo a cui ho partecipato, una signora che ha percorso quel cammino, con il marito e i figli, ha descritto la sua esperienza di vita e i suoi aneliti e non ho potuto che dire amen: infatti condividevo tutto. In fondo è stata anche la mia via, sebbene espressa con parole, immagini e gesti differenti, in particolare nell'affrontare i dolori della vita.
 Chi si è lasciato coinvolgere in quell’esperienza vi ha impegnato molto e ora teme  il nuovo che si progetta, perché pensa che si vada a demolire. Si sente sotto accusa, criticato. Teme gli altri che portano una visione diversa.  A volte  parla addirittura di un pericolo di contaminazione, probabilmente non rendendosi bene conto del dolore che si dà, così argomentando, a quelli indicati o sospettati come agenti contaminanti.
  Ricordiamo che anche il Maestro fu accusato di contaminarsi, frequentando certi ambienti sociali, certe persone? Quale fu il suo insegnamento su questo?
  Tante persone sono arrivate da tutta Roma da noi per formare comunità molto coese, integrate con famiglie a loro volta molto coese e numerose. La vita religiosa e quella di famiglia si sono profondamente integrate in questa esperienza religiosa, tanto che vengono a dipendere l’una dall’altra, per cui la religione è vissuta in un contesto di famiglia allargata e in famiglia si ha la religione come principale fattore di coesione. Ecco perché, credo, si sente il bisogno anche di liturgie adattate a questa nuova realtà. Gli altri della parrocchia ne rimangono fuori. Nelle poche occasioni in cui non si può fare vita separata, si cerca di far assomigliare le liturgie quanto più possibile a quelle a cui si è abituati. Questo crea tensioni con quelli che sono fuori di una certa cerchia comunitaria, gli altri.
  Gli altri, ed io tra loro. Da tre anni hanno ripreso ad avere voce in parrocchia. Si sono attivati nuovi percorsi di formazione che rendano possibile il pluralismo. C’è la necessità di fare un lavoro che si è dismesso a lungo, che è l’educazione all'impegno sociale, per collaborare a trasformare la società. Un’azione che  ciascuno fa dove interagisce con il mondo in cui è immerso: sul lavoro, in politica, in ogni altra azione sociale e anche in famiglia. Non è necessario svolgerlo sotto bandiere religiose: ciò che si è e si fa in società ha anche un valore religioso. Non c’è solo la famiglia che lo abbia: c’è molto altro. Questo insegna la dottrina sociale, esortandoci ad agire. Tutto questo non va considerato un contaminarsi, ma uno sforzo di capire la società. Alcuni vi vedono solo peccato e morte, ma, ad esempio, potrebbero considerare il lungo periodo di pace che si è vissuto in Europa dal 1945. E’ stato frutto di costruzioni sociali alle quali la nostra gente di fede ha dato un contributo molto importante. Nella biografia di un personaggio politico come Alcide De Gasperi, protagonista di quel processo,  troviamo la vita e la formazione di fede. E’ così anche in Aldo Moro. Persone buone, alle quali, dopo che furono aspramente combattute in vita, oggi si dà un generale riconoscimento di aver bene operato in politica, ma anche nell’altra vita fuori di quel campo, pur negli inevitabili condizionamenti che derivarono dalla situazione sociale del loro tempo. La loro vita chiarisce come quella delle comunità di famiglie è solo una delle vie possibili di impegno: ve ne sono altre, che sono necessarie al progresso sociale dei valori di fede.
  Si viene da tanti anni di divisione e diffidenza reciproca. La pace non si farà in pochi mesi. Occorreranno anni. Occorre maturare una confidenza reciproca. Incontrarsi sistematicamente, come abbiamo fatto in Quaresima è la via giusta, senza scoraggiarsi. Ieri ho ricordato il processo di pace in Irlanda, che ha richiesto vent’anni, dopo che per un uguale periodo ci si era combattuti, tra credenti cristiani divisi dalla politica.
  C’è, nella nostra Chiesa, una guerra, animata da  molta mondanità spirituale, che si combatte da anni, dagli anni Sessanta. Proponiamoci di distanziarcene, rifuggiamo dalla tentazione di combatterla, in particolare cerchiamo di ripudiare il pessimo e arbitrario  costume  di  scomunicarci a vicenda per vie di fatto, accusandoci sbrigativamente gli uni gli altri di eresia e di influssi maligni, per poi tentare di mandar fuori gli altri o di silenziarli. La parrocchia sia il tempio di tutti i fedeli. 
  Capire le ragioni del conflitto richiede memoria storica. Si potrebbe approfondire in gruppi di discussione tematici. Ormai si è scritto molto su questo tema. 
  Fino agli anni Cinquanta la nostra Chiesa era ancora fondata su gerarchia del clero e dottrina. I laici erano come appiccicati alla gerarchia dall'esterno e andavano a rimorchio di essa. La gerarchia era ancora molto collegata con la politica degli europei. Dopo la Seconda guerra mondiale il mondo prese a cambiare velocemente: gli europei persero posizioni di dominio, ci fu la decolonizzazione, quindi la liberazione  e l’autonomia dei popoli non europei, in passato dominati dagli europei dal punto di vista politico, culturale e spesso anche religioso. Si ritenne  necessario, per la diffusione della fede in questo nuovo mondo,  liberare la vita religiosa da quel collegamento con la politica degli europei, con il loro dominio politico. Erano i popoli ad emergere: si volle farne gli agenti del cambiamento. In questo quadro vennero ampliati gli spazi dei laici, che ebbero piena cittadinanza ecclesiale, voce in capitolo, il riconoscimento di una loro competenza negli affari sociali e nel progresso economico e scientifico.  In Italia la Chiesa, nel suo lungo conflitto con i nazionalisti italiani, aveva imparato ad organizzare le masse in modo da renderle protagoniste del cambiamento politico. Aveva fatto tirocinio di lotta politica. Non tutti condivisero il nuovo.  Il nuovo corso fu contrastato da chi voleva tornare alla situazione di prima, almeno in Italia. Si formarono due fazioni: progressisti e reazionari. La gerarchia ne fu sconcertata, si mantenne su posizioni conservatrici, pur disperando di poterle difendere. Entrambe le fazioni in conflitto mobilitarono le masse, in direzioni diverse, come lo si era fatto nella lotta al socialismo e al liberalismo ateo. L’inizio del conflitto risale agli anni ’70 in cui si organizzarono i gruppi contrapposti, con la riforma dell’Azione Cattolica in senso più democratico, dandole il principale scopo dell'attuazione dei principi del Concilio Vaticano 2°,  e l’organizzarsi dei movimenti della cultura della presenza, che volevano contrastare il cambiamento facendo forza su comunità molto coese, unificate da tradizioni religiose, culturali ed etniche e da concezioni familiari patriarcali. Inconsapevolmente, in genere, stiamo combattendo, in parrocchia, questo conflitto. Lo si può superare distanziandosene, rinunciandovi. Inutile cercare di prevalere. Nella lotta ci siamo solo inutilmente estenuati. Divisi, i nostri rispettivi potenziali di bene hanno funzionato peggio. Ci siamo ostacolati a vicenda. Che sarebbe successo se avessimo imparato la coesistenza pacifica, come, ad un certo punto, si fece nell'Europa Occidentale dopo l'ultimo conflitto mondiale?
 Quello che non sembra potersi ottenere al vertice, per l'alto livello di mondanità spirituale che lo permea, forse può riuscire meglio in una realtà di base come la parrocchia, dove  si può arrivare a conoscersi meglio. 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

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