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mercoledì 28 marzo 2018

Religione: fatto sociale o realtà soprannaturale?


Religione: fatto sociale o realtà soprannaturale?

    Nel brano di Esperienze pastorali  di Lorenzo Milani che ho pubblicato ieri c’è l’immagine di una religiosità chiusa  e fortemente condizionata dalle relazioni sociali intorno e dall’esteriorità, quella dei parrocchiani  di montagna, e quella della città, più  aperta  alla critica interiore e sociale. E’ una situazione caratteristica dell’Italia rurale degli anni Cinquanta o la troviamo anche adesso, in altri contesti?
  Se ci si ragiona francamente, la religiosità appare sempre un fatto sociale, in ogni caso condizionata dall’ambiente umano in cui si vive, sia che esprima anche una critica sociale che nel caso contrario. Sia nel caso di religiosità chiusa che di religiosità aperta. Distinguere natura e soprannaturale è sempre molto difficile. Siamo convinti che quando ci raduniamo con spirito religioso il soprannaturale sia tra noi, ma ogni esperienza sociale manifesta dei limiti in questo campo, se la si depuri di una certa emotività che sempre pervade la religiosità, sia quella individuale che quella di gruppo, e in modo maggiore quest'ultima. Nel passato si è visto il soprannaturale in esperienze sociali che a noi oggi fanno orrore. Ma le giudichiamo secondo la cultura della nostra epoca. Fossimo vissuti a quei tempi, sarebbe stato probabilmente diverso.
  Nelle Scritture originate dalle nostre prime collettività di fede troviamo piuttosto forte la critica di una religiosità che faccia molto conto sull’apparenza e sul rito. La compassione dovrebbe prevalere. Questo può consentire di recuperare alla vita sociale quelli che ne sono stati emarginati per vari motivi, compresi quelli che lo sono stati per aver trasgredito delle regole sociali, come sono anche quelle religiose. Questa  è una visione alternativa della società, una società, in questo senso, di un altro mondo. Qui vi vediamo una realtà soprannaturale. Non si pensa di poter con le nostre forze fondare questa realtà già qui ora e completamente. Nelle Scritture c’è infatti l’immagine di una città  che alla fine dei tempi ci scenderà dall’alto, piena di luce, quando il mondo di prima sarà finito. Questo ci può stimolare a riconoscere i limiti di ogni esperienza religiosa e, in primo luogo, la molta emotività che può ingannarci, portandoci a vedere il soprannaturale dove tutto è umano.
  Le esperienze chiuse in un ambiente e nel rito non esprimono di solito critica sociale se non appartandosi e quindi, anche se si manifestano con costumi sociali diversi da quelli della società intorno, con spirito di setta, accettano in fondo  ciò che c’è. Disperano di poterlo modificare ed è per questo che si chiudono. La loro unica pretesa è di poter vivere certi aspetti sociali in un certo modo, di poter seguire certi riti, di avere una certa autonomia. Concesso questo, se ne stanno da una parte senza interferire con ciò che c'è intorno. Ma anche quelle aperte  possono accettare quello che c’è, e allora diventano religioni civili, a supporto del sistema sociale corrente, visto come necessario per il miglioramento dell’umanità in linea anche con i valori religiosi. Ma la religiosità aperta, se prende sul serio il proposito di superare l’emarginazione, può anche esprimere una critica sociale: lo fa quando è espressa da gruppi sociali che soffrono l’emarginazione. Lorenzo Milani si muoveva su questa strada, essendosi trovato, per compassione e per decisione emarginante dell’autorità religiosa, a condividere la situazione di gruppi di emarginati, lui che proveniva da uno strato privilegiato della società. Pensava a una religiosità con efficacia liberante. Essa, nella sua visione, richiedeva però un progresso culturale e, innanzi tutto, l’istruzione. Richiedeva un impegno, non sarebbe venuta per virtù soprannaturale dall’alto, se non come ispirazione: come scrissero un gruppo di resistenti lombardi di ispirazione religiosa,  non ci sono liberatori ma persone che si liberano.
   Come è possibile tenere insieme tutte queste varie forme di religiosità e, innanzi tutto, ci si deve proporre di tenerle insieme o, come alcuni sostengono e anche Milani sosteneva, alcune vanno superate? E superarle significa anche cancellarle, anche con il bene che contengono, come inevitabilmente accade in ogni esperienza sociale, in cui il male e il bene sono sempre compresenti? In un ambiente omogeneo il problema si sente meno. Quando esperienze religiose diverse, in particolare chiuse e  aperte, nei vari modi in cui possono esserlo, sono compresenti, la faccenda si complica. La coesistenza è difficile e, talvolta, impossibile. Per vie di fatto si cerca di prevalere. Dietro vediamo due società in lotta. Ritirarsi dal conflitto può significare acquiescenza a ciò che non va e che fa soffrire. Fece bene il Milani ad accettare di farsi confinare in una parrocchia di montagna? E che altro avrebbe potuto fare? L’autorità religiosa gli lasciò quel piccolo spazio, da dove fece molto rumore, ma arrivò comunque una condanna sociale, con un processo per un fatto, la difesa dell’obiezione di coscienza al servizio militare, che negli anni successivi fu riconosciuto legittimo. La questione originò da un polemica tra preti, in particolare tra Milani e i cappellani militari. La vicenda dimostra una certa integrazione, all’epoca, tra politica  e religione, in società, quindi una religiosità con aspetti di religione civile. Altri seguirono una via diversa dal Milani, ma non ebbero, mi pare, una sorte migliore. Il dissenso si paga sempre con l’emarginazione sociale e la condanna.
 In tutto questo dov’è la linea di demarcazione tra natura e soprannaturale? C’è chi consiglia di vederla non nella nostra emotività, per cui a volte superficialmente giungiamo a dire “E’ qui!”,  ma nella compassione per cui gli altri, in particolare quelli che stanno peggio, non ci sono indifferenti e ce ne prendiamo cura, al modo del samaritano della parabola. E’ la religiosità della misericordia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli  


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