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venerdì 2 marzo 2018

Stasera nella chiesa parrocchiale, alle 20:30, inizierà il terzo incontro di meditazione comunitaria del ciclo Riconoscere e curare le malattie spirituali, dedicato al tema “No all’accidia egoista!”


Stasera nella chiesa parrocchiale, alle 20:30, inizierà il terzo incontro di meditazione comunitaria del ciclo Riconoscere e curare le malattie spirituali,  dedicato al tema  “No all’accidia egoista!”

Dal Web: accidia (nella prospettiva maschile)


  Ci serviremo di questo brano dell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo, Evangelii Gaudium


81. Quando abbiamo più bisogno di un dinamismo missionario che porti sale e luce al mondo, molti laici temono che qualcuno li inviti a realizzare qualche compito apostolico, e cercano di fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro il tempo libero. Oggi, per esempio, è diventato molto difficile trovare catechisti preparati per le parrocchie e che perseverino nel loro compito per diversi anni. Ma qualcosa di simile accade con i sacerdoti, che si preoccupano con ossessione del loro tempo personale. Questo si deve frequentemente al fatto che le persone sentono il bisogno imperioso di preservare i loro spazi di autonomia, come se un compito di evangelizzazione fosse un veleno pericoloso invece che una gioiosa risposta all’amore di Dio che ci convoca alla missione e ci rende completi e fecondi. Alcuni fanno resistenza a provare fino in fondo il gusto della missione e rimangono avvolti in un’accidia paralizzante.
82. Il problema non sempre è l’eccesso di attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l’azione e la renda desiderabile. Da qui deriva che i doveri stanchino più di quanto sia ragionevole, e a volte facciano ammalare. Non si tratta di una fatica serena, ma tesa, pesante, insoddisfatta e, in definitiva, non accettata. Questa accidia pastorale può avere diverse origini. Alcuni vi cadono perché portano avanti progetti irrealizzabili e non vivono volentieri quello che con tranquillità potrebbero fare. Altri, perché non accettano la difficile evoluzione dei processi e vogliono che tutto cada dal cielo. Altri, perché si attaccano ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla loro vanità. Altri, per aver perso il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle persone, così che li entusiasma più la “tabella di marcia” che la marcia stessa. Altri cadono nell’accidia perché non sanno aspettare, vogliono dominare il ritmo della vita. L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce.
83. Così prende forma la più grande minaccia, che «è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità». Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore come «il più prezioso degli elisir del demonio». Chiamati ad illuminare e a comunicare vita, alla fine si lasciano affascinare da cose che generano solamente oscurità e stanchezza interiore, e che debilitano il dinamismo apostolico. Per tutto ciò mi permetto di insistere: non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!

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   L’accidia è la tendenza  a non farsi coinvolgere da nulla che non sia nel proprio interesse immediato perché reca profitto, vantaggio, o piacere. Fin dall’antichità è stata riconosciuta come una malattia spirituale. Nella La Gioia del Vangelo,  nel brano sopra citato, se ne tratta di una particolare, che riguarda quelli che più da vicino collaborano nelle attività della Chiesa, preti e non. E’ quando si lavora per dovere d’ufficio, ma senza crederci. Allora perseverare sembra difficile. Ma la cosa si ripropone in genere anche fuori di questo ambito.
  Da ragazzi il problema sono le prospettive. Non ci si entusiasma perché non le si vede. Quello che motiva di più è l’amore, ma spesso si ha troppa fretta e si rovina tutto e si viene presi dal disincanto. La mancanza di prospettive demotiva anche gli anziani. Ne hanno viste tante, hanno vissuto tanti fallimenti che tendono a non credere più a nulla. Chi è nelle età di mezzo è travolto dal quotidiano, in particolare del lavoro e dalla cura di chi è più giovane e chi  è più vecchio. Non di rado si fanno più lavori per migliorare il proprio benessere. Il sentimento prevalente, quando si riesce ad avere un po’ di tempo per sé è la stanchezza. Si vuole svagarsi. Non si ha animo, in particolare, di sottoporsi alle ramanzine dei predicatori. Ci sono però quelli che, trovatisi in una condizione di agiatezza stabile, di tempo libero ne hanno fin troppo, come un tempo nobili e grandi borghesi, e allora, in un mondo di gente che non sa che fare o che ha troppo da fare, si annoiano. In genere, però, lo spirito del tempo porta chi ha molti soldi a dannarsi per farne ancora di più. In questo contesto tutti danno poca importanza nel lavoro comunitario, ne sono piuttosto sfiduciati, non hanno esperienza che porti a qualcosa di utile. Lo vivono un po’ come una perdita di tempo. Ma i saggi ci insegnano che il senso della vita emerge proprio da questi  mondi vitali  comunitari, lì dove non si fa e non conta l’interesse immediato, ma si stringono le relazioni umane più forti. Lavorarvi dentro è cosa che si impara, non è tra gli istinti naturali che ci sono trasmessi geneticamente dai genitori. Farvi esperienza significa anche sperimentare qualche insuccesso, ma facendo pratica si migliora: occorre una certa perseveranza.
  Qualche volta l’egoismo è una forma di difesa da pretese eccessive, qualche altra significa voler profittare di tutto, altrimenti non ci si impegna, e questo ha a che fare con l’accidia e, in religione, non va bene. In religione si vorrebbe essere, o almeno mostrarsi, altruisti. Lo spirito dei tempi ci spinge ad essere egoisti, a scegliere l’offerta migliore sganciandoci rapidamente dalle altre. E’ un modello di sviluppo che diverge significativamente da quello religioso. Sembra però, ce lo dicono in tutte le salse, che se non si è egoisti, poi la società del benessere crolla. Però tutto questo egoismo che gira fa sì che, in un mondo molto ricco come mai prima d’ora, sempre più gente soffre e si sente stanca. Come è possibile? C’è stato un tempo in cui si è stati diversi e si è stati meglio? Temo che guardare al passato non ci conforti. Non c’è mai stato, nella storia umana, un mondo come quello in cui ci troviamo a vivere. Occorre quindi progettare soluzioni nuove. La vita comunitaria che si fa in religione può servire a farne un tirocinio, a sperimentarle. La fede può essere un potente movente. Tuttavia vediamo che non di rado è difficile intenderci tra noi. Ognuno si è costruito la sua idea e la sua vita e ha paura di cambiarle, perché teme quello che c’è intorno, e non sempre senza ragione. Si tende a rinchiudersi in mondi piccoli, dove sembra più facile raccapezzarsi. Ma il piccolo, alla fine, delude: così, dopo una fase di iniziale di entusiasmo, si cade nell’accidia. E’ ciò che accade anche in amore. Chi ha costruito una famiglia ha già esperienza di un passo avanti: sposarsi lo richiede. Ai tempi nostri sembra che ci si sposi di meno e che si rimanga sposati per meno tempo. Può essere considerato il sintomo di malattie spirituali, che però coinvolgono l’intera società. In famiglia si è sempre posti davanti all’alternativa: “Penso solo a me stesso o mi occupo degli altri?”. L’amore che c’è dentro, e fino a che riesce ad esserci, spinge verso comportamenti altruistici. Sono più motivanti quelli verso i  più piccoli che quelli verso gli anziani. La natura vuole così. La natura è spietata e le civiltà umane hanno tentato di correggerla. Gli anziani pongono chi è più giovane davanti allo spettro della propria fine. Allora si pensa che se si deve finire così, è meglio sfruttare, finché si è in tempo, tutte le possibilità di piacere, limitando l’altruismo al minimo indispensabile per essere accettato in società. Ma anche questa via delude. Il piacere si consuma presto, il tempo anche: chi va per questa strada si trova senza neanche accorgersene anziano disperato. Non si costruisce sulla roccia, secondo l’esortazione evangelica. Ma anche i più giovani, i figli, come fattore motivante, finiscono per deludere, perché crescono. Il momento in cui i giovani non sono più tali è critico per ogni matrimonio, perché  fa sentire i genitori inutili. In realtà  la via indicata dalla saggezza è quella di un altruismo ricambiato, vissuto in società altruistiche, in cui si dà e si riceve e sia sempre possibile una certa intimità: questo è appunto quello che viene indicato come mondo vitale dal quale deriva il senso della vita. Trovarsene fuori conduce all’accidia. Ve ne sono però diverse contraffazioni: ad esempio quelli che sono solo costruzioni virtuali, telematiche, in cui non vi sono vere relazioni personale, ma solo l’apparenza di esse. Dietro a queste a volte si perde molto tempo.
  In parrocchia possiamo fare qualcosa per migliorare? Ecco è su questo che si mediterà questa sera. Siccome siamo in Quaresima e l’incontro si farà all’ora di cena, siamo incoraggiati a saltare il pasto. Tutto sommato è un atto di coraggio. Siamo ancora capaci di farlo, in un mondo in cui tanta parte dell’umanità vi  è costretta dalle ristrettezze; questo mentre collettivamente non si è mai stati tanto ricchi e, come è accaduto ieri, si fa mostra delle armi di distruzione di massa più potenti della storia umana, dichiarandosi disponibili ad utilizzarle contro la gente? Sembra paradossale, ma, quando si decide un digiuno, anche nella forma limitata suggerita dalla Chiesa di saltare un solo pasto in un certo giorno, poi sembra che si abbia più fame che mai, e si finisce per eccedere come per compensare. Ci si sente come perduti con questa piccola pratica di austerità. Non significa forse che manca qualcosa nella nostra vita, e che non si tratta solo di un po’ di alimenti?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Vallli

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