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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 17 marzo 2018

Individualismo inutile


Individualismo inutile





 Ieri sera, in parrocchia, abbiamo meditato sull’individualismo come malattia spirituale. Ci siamo serviti di questi contenuti dell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium:
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Sintesi
 La  vita spirituale [può confondersi] con alcuni momenti religiosi che offrono un certo sollievo ma che non alimentano l’incontro con gli altri, l’impegno nel mondo, la passione per l’evangelizzazione. Così, si possono riscontrare in molti operatori di evangelizzazione, sebbene preghino, un’accentuazione dell’individualismo, una crisi d’identità e un calo del fervore. Sono tre mali che si alimentano l’uno con l’altro.
  Si  può sviluppare negli operatori pastorali un relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale. Ha a che fare con le scelte più profonde e sincere che determinano una forma di vita. Questo relativismo pratico consiste nell’agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sognare come gli altri non esistessero, lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero.
 Sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio!  
  Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in sé stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo.
 L’ideale cristiano inviterà sempre a superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti difensivi che il mondo attuale ci impone. Il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo.
 Il ritorno al sacro e la ricerca spirituale che caratterizzano la nostra epoca sono fenomeni ambigui. Ma più dell’ateismo, oggi abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro. Se non trovano nella Chiesa una spiritualità che li sani, li liberi, li ricolmi di vita e di pace e che nel medesimo tempo li chiami alla comunione solidale e alla fecondità missionaria, finiranno ingannati da proposte che non umanizzano né danno gloria a Dio.
 Una sfida importante è mostrare che la soluzione non consisterà mai nel fuggire da una relazione personale e impegnata con Dio, che al tempo stesso ci impegni con gli altri. Questo è ciò che accade oggi quando i credenti fanno in modo di nascondersi e togliersi dalla vista degli altri, e quando sottilmente scappano da un luogo all’altro o da un compito all’altro, senza creare vincoli profondi e stabili.
 È necessario aiutare a riconoscere che l’unica via consiste nell’imparare a incontrarsi con gli altri con l’atteggiamento giusto, apprezzandoli e accettandoli come compagni di strada, senza resistenze interiori. Il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono.

Testo esteso
(le parti utilizzate per la sintesi sono evidenziate in neretto)
78. Oggi si può riscontrare in molti operatori pastorali, comprese persone consacrate, una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione, che porta a vivere i propri compiti come una mera appendice della vita, come se non facessero parte della propria identità. Nel medesimo tempo, la vita spirituale si confonde con alcuni momenti religiosi che offrono un certo sollievo ma che non alimentano l’incontro con gli altri, l’impegno nel mondo, la passione per l’evangelizzazione. Così, si possono riscontrare in molti operatori di evangelizzazione, sebbene preghino, un’accentuazione dell’individualismo, una crisi d’identità e un calo del fervore. Sono tre mali che si alimentano l’uno con l’altro.
79. La cultura mediatica e qualche ambiente intellettuale a volte trasmettono una marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa, e un certo disincanto. Come conseguenza, molti operatori pastorali, benché preghino, sviluppano una sorta di complesso di inferiorità, che li conduce a relativizzare o ad occultare la loro identità cristiana e le loro convinzioni. Si produce allora un circolo vizioso, perché così non sono felici di quello che sono e di quello che fanno, non si sentono identificati con la missione evangelizzatrice, e questo indebolisce l’impegno. Finiscono per soffocare la gioia della missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri e per avere quello che gli altri possiedono. In questo modo il compito dell’evangelizzazione diventa forzato e si dedicano ad esso pochi sforzi e un tempo molto limitato.
80. Si sviluppa negli operatori pastorali, al di là dello stile spirituale o della peculiare linea di pensiero che possono avere, un relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale. Ha a che fare con le scelte più profonde e sincere che determinano una forma di vita. Questo relativismo pratico consiste nell’agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sognare come gli altri non esistessero, lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero. È degno di nota il fatto che, persino chi apparentemente dispone di solide convinzioni dottrinali e spirituali, spesso cade in uno stile di vita che porta ad attaccarsi a sicurezze economiche, o a spazi di potere e di gloria umana che ci si procura in qualsiasi modo, invece di dare la vita per gli altri nella missione. Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!
[…]
87. Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza! Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in sé stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo.
88. L’ideale cristiano inviterà sempre a superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti difensivi che il mondo attuale ci impone. Molti tentano di fuggire dagli altri verso un comodo privato, o verso il circolo ristretto dei più intimi, e rinunciano al realismo della dimensione sociale del Vangelo. Perché, così come alcuni vorrebbero un Cristo puramente spirituale, senza carne e senza croce, si pretendono anche relazioni interpersonali solo mediate da apparecchi sofisticati, da schermi e sistemi che si possano accendere e spegnere a comando. Nel frattempo, il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza.
89. L’isolamento, che è una versione dell’immanentismo, si può esprimere in una falsa autonomia che esclude Dio e che però può anche trovare nel religioso una forma di consumismo spirituale alla portata del suo morboso individualismo. Il ritorno al sacro e la ricerca spirituale che caratterizzano la nostra epoca sono fenomeni ambigui. Ma più dell’ateismo, oggi abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro. Se non trovano nella Chiesa una spiritualità che li sani, li liberi, li ricolmi di vita e di pace e che nel medesimo tempo li chiami alla comunione solidale e alla fecondità missionaria, finiranno ingannati da proposte che non umanizzano né danno gloria a Dio.
90. Le forme proprie della religiosità popolare sono incarnate, perché sono sgorgate dall’incarnazione della fede cristiana in una cultura popolare. Per ciò stesso esse includono una relazione personale, non con energie armonizzanti ma con Dio, con Gesù Cristo, con Maria, con un santo. Hanno carne, hanno volti. Sono adatte per alimentare potenzialità relazionali e non tanto fughe individualiste. In altri settori delle nostre società cresce la stima per diverse forme di “spiritualità del benessere” senza comunità, per una “teologia della prosperità” senza impegni fraterni, o per esperienze soggettive senza volto, che si riducono a una ricerca interiore immanentista.
91. Una sfida importante è mostrare che la soluzione non consisterà mai nel fuggire da una relazione personale e impegnata con Dio, che al tempo stesso ci impegni con gli altri. Questo è ciò che accade oggi quando i credenti fanno in modo di nascondersi e togliersi dalla vista degli altri, e quando sottilmente scappano da un luogo all’altro o da un compito all’altro, senza creare vincoli profondi e stabili: «  Andar sognando luoghi diversi, e passare dall’uno all’altro, è stato per molti un inganno ».[ Tommaso da Kempis, L’imitazione di Cristo]] È un falso rimedio che fa ammalare il cuore e a volte il corpo. È necessario aiutare a riconoscere che l’unica via consiste nell’imparare a incontrarsi con gli altri con l’atteggiamento giusto, apprezzandoli e accettandoli come compagni di strada, senza resistenze interiori. Meglio ancora, si tratta di imparare a scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste. È anche imparare a soffrire in un abbraccio con Gesù crocifisso quando subiamo aggressioni ingiuste o ingratitudini, senza stancarci mai di scegliere la fraternità.
92. Lì sta la vera guarigione, dal momento che il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono. Proprio in questa epoca, e anche là dove sono un «piccolo gregge» (Lc 12,32), i discepoli del Signore sono chiamati a vivere come comunità che sia sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-16). Sono chiamati a dare testimonianza di una appartenenza evangelizzatrice in maniera sempre nuova Non lasciamoci rubare la comunità!

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«Mescolarci,  incontrarci, partecipare a questa marea un po’ caotica»: questo blog risponde anche  a quest’esigenza. Pensato per i quaranta dell’Azione Cattolica parrocchiale, raggiunge ormai una platea molto più vasta: lo vedo dalle statistiche delle frequentazioni. Vuole fornire materiale per la conoscenza e la riflessione principalmente su due temi: il pensiero sociale cristiano e l’acculturazione religiosa alla democrazia.  E’ possibile che i più giovani non abbiano mai letto nulla del genere di quello che pubblico. Questa è la vita dell’umanità: di generazione in generazione bisogna ripartire da capo. Quante volte mi è capitato? Ormai molte.
  Nel gruppo di discussione a cui ho partecipato ieri dopo la meditazione svolta nella chiesa parrocchiale dal sacerdote, è stato giustamente osservato che da soli non si risolve nulla. L’individualismo, che significa giudicare il mondo dalla propria prospettiva, a seconda dell’utilità che se ne ricava, è, in definitiva, inutile.
  I nostri problemi personali, a parte quelli di salute e di vecchiaia che dipendono dalla nostra biologia, sono in genere di origine sociale, a partire dalla famiglia, per arrivare ormai al mondo intero con il quale siamo collegati con un intenso flusso di relazioni commerciali e culturali, tanto che quasi tutto ciò che è di uso comune ci viene da molto lontano. La soluzione sta quindi nel cambiare le società, nel cercare di influirvi per migliorarle. La dottrina sociale si propone di orientare questo lavoro. Essa non è originata dai teologi, ma dalla società religiosa, innanzi tutto dai laici. Poi i teologi hanno scoperto i significati religiosi dell’azione sociale e hanno messo ordine concettuale in materia. A differenza di certe grandi convinzioni di fede, teorizzate dalla teologia dogmatica, la dottrina sociale, come il pensiero sociale che la alimenta, è in continua e veloce evoluzione, seguendo quella della società in cui si è immersi.
  Quando ci riuniamo in parrocchia e parliamo di che fare in società ci guardiamo l’un l’altro smarriti. Finché si tratta di partecipare a liturgie religiose sappiamo che fare e qual è il nostro posto. Appena usciti sul sagrato, le cose si complicano. Ci vengono in mente le vie seguite da preti e religiosi, l’assistenza ai bisognosi e ai sofferenti, o quelle di altre associazioni che si occupano della vita di quartiere, ad esempio del parco, della pulizia e manutenzione delle strade, dei vari servizi pubblici, per sollecitare miglioramenti. Ci sembra che solo così si possa agire nel sociale. Allora, però, ci si preoccupa: non è che così facendo si toglierà tempo alla vita religiosa, quella in cui si parla di fede con il linguaggio proprio di quest’ultima? Non ci viene in mente, forse, che noi già operiamo nel sociale  in tutto ciò che facciamo. Ad esempio come cittadini, lavoratori, datori di lavoro, consumatori, utenti, genitori, figli e via dicendo. Gran parte della nostra vita si spende nel sociale. Tutto ciò deve essere animato  religiosamente: è un compito che specificamente compete ai laici, a quelli che non sono inquadrati nel personale che si occupa di liturgia e formazione religiosa, preti, frati e suore, monaci e monache. Secondo quanto deliberato dai saggi del Concilio Vaticano 2° è un lavoro che i laici devono svolgere con autonomia, con la competenza loro propria nelle cose della vita, senza attendere l’imbeccata dai preti e dai religiosi. C’è però bisogno di prepararsi, di una scuola, così come per tutte le cose della vita. Questa formazione, che un tempo si faceva molto più di oggi, è divenuta un po’ carente, in particolare nelle parrocchie. Bisognerebbe rimediare, spenderci un po’ di tempo. Io ho tentato di farlo sistematicamente, dal gennaio 2012, con questo blog, sottraendo un po’ di tempo al sonno. C’è ormai molto da leggere. Il primo post  è del 1 gennaio 2012, dal titolo Democrazia e valori - sintesi di un  saggio di Giorgio Campanini (lo incollo qua sotto, perché  è ancora attualissimo).  Attualmente sono disponibili 1.681 post.
  In parrocchia la formazione richiederebbe la ricostituzione di una biblioteca. E pensare a un’organizzazione specifica, in cui i laici siano molto responsabilizzati, e a spazi adeguati. La mia, naturalmente, è la prospettiva di uno che ha sempre lavorato con libri e pensiero, sia pure da pratico,  non da teorico, come sono gli operatori del diritto. Altri potrebbero indicare altre vie. Ma conoscere e far pratica di dialogo è sempre il punto di partenza di tutto. La società prima la si vive, la si sperimenta, e poi la si teorizza: è vero. Però non si parte mai da zero, ci si avvale delle esperienze passate, si impara dagli errori: ecco la necessità di conoscere. Fare pratica, poi, fa parte della preparazione. Nelle cose sociali occorre anche un tirocinio, un apprendistato: certe abilità non sono innate, ma si apprendono. E ciò che io e mia moglie e tanti nostri amici facemmo in FUCI, tra gli universitari cattolici.
  Alcuni pensano che la fede vada innanzi tutto protetta, preservata. Nella mia esperienza occorre anche questo. E’ per questo che non uso con leggerezza le parole della fede, come potete constatare leggendomi. Non le uso per non appropriarmene. Esse sono una risorsa preziosa, anzi la più preziosa, ma non sono strumenti nelle mie mani. Anche nelle relazioni soprannaturali è vero quello che accade per le altre: l’amicizia richiede rispetto. Ma che fede sarebbe quella che avesse bisogno del mio rispetto, della mia protezione, per sopravvivere? Origina da una realtà potente, che, crediamo, orienta la storia. Ci attrae. Ci ha chiamati amici. In essa confidiamo religiosamente per superare ogni inimicizia sociale, ogni barriera che la società abbia edificato per dividere e segregare, in definitiva ad essa ci ispiriamo e su di essa contiamo per trasformare la società, animandola  secondo certi valori. E’ questo che ancora crediamo? Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli. Amen.
  Di fronte alle difficoltà, nei rovesci della vita,  a volte si è tentati di proteggersi in uno spazio sicuro, confinato, chiuso, nascosto alle insidie o barricato contro di esse, in modo che le minacce non ci raggiungano. Può servire per riprendere forza, ma, in religione, non può essere una via permanente, quella ordinaria. Perché, altrimenti, come modificheremmo la società intorno a noi? Per farlo è necessario interagirvi. Come ho detto, lo facciamo ogni giorno, anche se forse non ne cogliamo il senso religioso. Ci sono  un’etica politica, una fiscale, una economica, una sociale, che orientano la società in un senso o nell’altro. Hanno un valore religioso.  Agiamo sempre in scenari limitati, ma moltiplicandone gli effetti secondo le azioni di massa, si finisce per incidere sulla società nel suo complesso. Acquisirne consapevolezza non è più facile come una volta. Si sbaglia nel fare la raccolta differenziata dei rifiuti: se accade a molti ne può riuscire compromesso l’ambiente, anche se, pensando in piccolo, non vediamo come il nostro sacchetto sbagliato dell’immondizia possa fare la differenza. Così è per ogni altra cosa cattiva, potenzialmente dannosa per la società, ad esempio quando sfruttiamo ingiustamente il lavoro altrui o ci accaparriamo vantaggi a scapito degli altri. Fenomeni criminali molto pericolosi come il traffico di stupefacenti o lo sfruttamento della prostituzione si basano su cedimenti individuali che, quando ci riguardano, tendiamo a giustificare. Il volto delle città può esserne compromesso. Due dei tre omicidi che sono avvenuti negli ultimi anni nel nostro quartiere hanno avuto a che fare con cose simili. E anche il fatto che non ci si azzardi a tenere aperta notte e giorno la nuova stazione della ferrovia urbana su via Val d’Ala.   Ciò che fa male alla società, ad esempio il razzismo che ha preso vigorosamente piede in Italia tra la gente comune, tra gente che vorrebbe essere buona, ha anche un valore religioso, è male anche per la fede, fa soffrire anche l’anima. La Provvidenza sembra, allora, impotente, e si pensa, a quel punto, di doverla preservare confinandola, per poter avere un’idea, ogni tanto, di com’era bello un tempo. Non è, questa, mancanza di fede? Non è un ridurre la fede alle nostre sfiduciate dimensioni? L’individualismo inutile,  appunto. Meglio che nulla, si può dire. A me è stato insegnato a ragionare in una diversa prospettiva. Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli. Non temo il confronto e la lotta, come non temo il dialogo. E voi?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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 Per il gruppo AC S. Clemente  -riunione dell’8-11-11 – Democrazia e valori
 Questa sera vi voglio parlare del saggio divulgativo Democrazia e valori – per un’etica della politica del sociologo e storico Giorgio Campanini, disponibile il libreria ad €8,00, pag.114, editrice AVE. L’autore si propone di recuperare il profondo collegamento tra etica e politica, che riguarda anche le relazioni tra il Cristianesimo e il potere.
“Con il Cristianesimo, per la prima volta nella storia, è stato chiaramente, e in un certo senso definitivamente affermato -con diffusa risonanza anche fuori dell’Occidente- il principio della distinzione tra politica e religione”.
 E’  questo che si intende quando si parla di laicità della politica.
“…il potere diventa un compito affidato all’uomo, un ambito nel quale Dio si astiene dall’operare direttamente ma che riserva alla libertà degli uomini.”
 E’  la distinzione “fra Dio e Cesare [Mt 22,21] e cioè tra autorità religiosa e politica”.
 E tuttavia il Cristianesimo “inserisce nella storia una nuova e per certi aspetti sconvolgente forma di unificazione, tutta spirituale”. Essa si basa sull’affermazione di valori indisponibili.
 Nel corso del Novecento declinarono le ideologie assolutistiche: nazionalismo, socialismo, comunismo. Si affermarono ideologie che rispettavano uno spazio di indisponibilità della persona umana: socialdemocrazia, liberalismo, cattolicesimo sociale. Esse risultarono più realistiche e praticabili. Si creò  così un terreno favorevole alla democrazia politica.  E tuttavia:
“Le stesse istituzioni democratiche, una volta disancorate da un riferimento ai valori, finiscono per apparire come svuotate di senso. E del resto, come giustificare il rispetto dell’uomo, la solidarietà tra gli uomini e fra i popoli, il superamento dei razzismi e degli esclusivismi regionali, facendo appello alla sola ‘ragione laica’?”
 L’autore riassume le fasi storiche del passaggio da una forma di potere ad un’altra: dalla famiglia alla città, dall’autorità, intesa come forza di persuasione non basata sulla coazione, alla politica, in cui la minaccia o l’uso della forza è elemento caratteristico. E tuttavia una certa base di consenso è sempre necessaria, anche nei regimi politici autoritari.
“Sul piano storico la tendenza del potere è di passare da un’origine tradizionale a una consensuale e dall’estraneità rispetto ai governanti al consenso popolare. La democrazia è, in linea teorica, appunto il regime in cui il potere è esercitato – secondo la nota formula di Abramo Lincoln ripresa da Maritain- dal popolo, con il popolo, per il popolo
 L’ordinato funzionamento di una società richiede l’esercizio di un potere politico: “la democrazia appare come un forma di governo fondata non sulla negazione, ma sulla circoscrizione, limitazione del potere”. Il fondamento ultimo del potere politico è stato individuato nell’attuazione di un’etica di giustizia da parte del popolo o del sovrano o in un contratto sociale, per il quale nell’interesse generale si accetta di obbedire ad altri. Nelle teorie democratiche del Novecento le due visioni sono state conciliate, convenendo su alcuni principi comuni: “…il riconoscimento della sovranità popolare, la teoria della limitazione del potere, il criterio della diretta partecipazione dei cittadini al suo esercizio e controllo”. Nei regimi democratici l’attuazione della giustizia sociale e il controllo del potere richiedono un’attiva partecipazione dei cittadini.
 L’esercizio del potere politico si realizza in una comunità politica. Una delle sue forme storiche di organizzazione è lo Stato, teorizzata in particolare a partire dal diritto romano.
“Nella tradizione di pensiero cattolica non è lo Stato che è al centro della vita politica, bensì la persona: la persona che inventa, crea, realizza progressivamente  una serie di ‘luoghi’ ne quali si esprime la socialità e che hanno tutti un’alta dignità: la famiglia, le comunità locali, le varie espressioni della società civile, la società economica (quale si esprime nel mercato) e, alla fine – ma soltanto alla fine- anche lo Stato, come punto di sintesi finale, ma non unica né esclusiva, delle forme in cui si esprime la natura sociale dell’uomo”.
 Si  deve obbedire al potere politico, ma non  in maniera incondizionata e assoluta. Infatti “E’ meglio obbedire a Dio  che agli uomini” [Atti 5,29]. La Chiesa considera certi valori di fondo indisponibili, anche in un regime democratico. Questo orientamento, scrive Campanini, è anche alla base delle più recenti dottrine costituzionalistiche in materia di diritti umani. Stravolgimenti di questi ultimi sono “…sempre possibili se viene meno il consenso dei cittadini sui valori essenziali della convivenza."
 Pur accettando  la reciproca indipendenza e autonomia di Chiesa e Stato, che dipende dalla distinzione tra religione e politica, la dottrina sociale della Chiesa, il corpo degli insegnamenti impartiti dai papi e dai vescovi con l’autorità loro propria, “mette in guardia da una visione rigidamente separatista dei rapporti tra Stato e Chiesa, dal momento che una collaborazione appare auspicabile in vista del bene comune”, inteso anche come tutela di un sistema di valori fondamentali, non solo come benessere materiale. Pertanto
“…il cristiano è l’uomo di una ‘duplice obbedienza’; alle legittime autorità, ma anche all’ordine morale e, conclusivamente, alla sua coscienza. Non si tratta di ‘dipendere’ dall’istituzione ecclesiastica o dai vescovi, ma di riconoscere il primato della coscienza morale. [Ciò] …non incrina il valore dello Stato democratico, ma, al contrario, lo rafforza, perché fa di esso uno stato consapevole che vi  è una soglia, quella della coscienza morale, oltre la quale lo Stato non deve andare.”
 Appartiene ormai al passato la diffidenza della gerarchia cattolica verso la democrazia e le sue istituzioni. E parlare dell’esistenza di “valori non negoziabili” non è una posizione antidemocratica, perché “le moderne Costituzioni sono appunto orientate nel senso di ipotizzare  una serie di valori ‘non negoziabili’, in qualche modo assoluti, non assoggettati al gioco  delle maggioranze, o delle minoranze, parlamentari”.
 Nella politica il concetto di valore  è collegato a quello di “bene comune”. Quest’ultimo venne esplicitato dal filosofo greco Aristotele (4° sec.a.C.) al quale il filosofo e teologo Tommaso D’Aquino (13° sec.d.C.) si ispirò. E’ stata una faticosa conquista culturale concepire il bene comune come riferito all’intera umanità e non solo a una determinata collettività, più o meno ampia. Il riconoscimento di una comune umanità trova un fondamento nei testi evangelici. L’idea di bene comune universale fu particolarmente sviluppata dagli anni ’60 del Novecento nel magistero sociale della Chiesa cattolica. Campanini segnala in particolare le encicliche Pacem in terris (del papa Giovanni 23° - 1963), con l’affermazione di diritti umani universali,  e Populorum Progressio (del papa Paolo 6° - 1967), con l’affermazione “dell’eguale diritto ad usufruire dei beni della terra e a conseguire il minimo di benessere necessario per la piena espansione della vita personale”, nonché l’importanza data alla questione ambientale, che appare strutturalmente senza frontiere (ciò che può essere bene per una comunità può diventare male per un’altra). Dalla concezione universalistica del bene comune deriva una nuova dimensione planetaria della cittadinanza, dove “cittadini non sono soltanto i titolari di una determinata nazionalità ma tutti gli uomini del mondo”.
“Si tratta di coniugare valori universali e particolaristici senza mortificare né gli uni né gli altri e garantendo sempre e in ogni circostanza i diritti dell’uomo (non solo quelli dei propri cittadini)”.
 Nel magistero sociale si pone l’esigenza “di un’autorità politica supernazionale, embrionalmente disegnata dall’attuale ONU, che si faccia carico del perseguimento del bene comune, e della salvaguardia dei diritti dei cittadini, nei confronti di tutti, al limite contro la volontà stessa dei responsabili di una determinata comunità”.
 Le democrazie contemporanee sono pluralistiche.
“Pluralistica è … un’organizzazione dello Stato caratterizzata da una articolata molteplicità  di centri di potere organicamente collegati fra loro, in una visione che pone al centro della società civile la persona umana e non lo Stato, né come ordinamento giuridico o come monopolio della forza, né tanto meno come espressione di un nazione, di una classe o di una razza”.
La concezione pluralistica è riconosciuta nell’art.2 della Costituzione Italiana: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” formulato con l’importante contributo del cattolico Giorgio La Pira. Perché la comunità politica pluralistica rimanga governabile occorre realizzare una “minimale convergenza verso il bene comune”, inteso anche come insieme di valori.
  L’esperienza storica dei modelli politici totalitari portò a una rivalutazione di quelli democratici. E tuttavia la democrazia, che richiede impegno e fatica, consenso sociale maturo, una sorta di “plebiscito quotidiano”, è sempre un regime a rischio se si fonda solo su regole e non su altri valori condivisi.   
Mario Ardigò  -



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