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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 22 agosto 2016

La riforma costituzionale e le "riforme"

  Esaminando la parte della recente riforma costituzionale che riguarda la struttura e le funzioni del Senato, emerge che le motivazioni proposte dai fautori delle nuove norme e riguardanti il risparmio di denaro pubblico e la semplificazione delle procedure parlamentari non convincono del tutto. Infatti, a un modesto risparmio negli stipendi dei parlamentari corrisponderà una Camera, il Senato, com molti meno membri, e per di più a mezzo servizio, scelti tra persone individuate principalmente per occuparsi di affari localo, non delle più delicate questioni di stato, con un prevedibile decrementi della qualità del lavoro parlamentare, che sarà inoltre più sensibile alle influenze dei partiti di appartenenza dei nuovi senatori.
 D'altro canto, il collegamento che anche la riforma costituzionale prevede tra il lavoro della Camera dei Deputati e quello del nuovo Senato, mentre mantiene il bicameralismo "perfetto", vale dire paritario con necessità di deliberazione conforme delle due Camere, per un buona parte del lavoro legislativo, e in particolare per quella più importante consentirà comunque al nuovo Senato, con la presentazione di disegni di legge (sui quali la Camera dei deputati dovrà deliberare) e con la richiesta di modifiche di leggi approvate solo dall'altra Camera, di provocare ulteriori deliberazioni della Camera dei deputati, anche nelle materie attribuite alla competenza legislativa esclusiva di quest'ultima. Una situazione che potrebbe addirittura sfociare in una vera e propria paralisi del Parlamento, in particolare nelle materie più importanti, qualora, come potrebbe accadere con buona probabilità, si creassero maggioranze parlamentari di diverso orientamento nelle due Camere. Questo accade già nell'attuale Parlamento, per le diverse modalità di elezione delle due Camere, ma potrebbe  verificarsi in maniera molto maggiore perché, a seguito della riforma costituzionale, le due Camere si rinnoveranno in tempi diversi e con modalità completamente diverse. In particolare, il nuovo Senato sarà un organo  a rinnovamento "parziale e continuo", come osservato nella relazio e dell'Ufficio studi della Camera dei deputati che potrete trovare sul Web, all'indirizzo <www.camera.it>, sezione " documenti", sottosezione "riforma costituzionale".
 Dunque, sotto questi profili, mentre i vantaggi economici sarebbero modestoi, i problemi presentati dall'attuale Parlamento potrebbero addirittura aggravarsi.
 Abbiamo anche notato che uno degli effetti, solitamente non evidenziato dai sostenitori della riforma costituzionale, che effettivamente si produrrebbe secondo le intenzioni degli artefici delle nuove norme sarebbe un rafforzamento dei poteri del Governo rispetto al Parlamento (e alle Regioni, come in seguito si dirà), in quanto, nel nuovo ordinamento, è previsto che sarà solo la Camera dei deputati a deliberare la "fiducia" al Governo, legittimando l'azione politica e amministrativa. A questo va aggiunto che sarà solo la Camera dei deputati a legiferare in via definitiva si una serie di materie, in sintesi nei campi dell'economia e lavoro, pubblica amministrazione e giustizia, tributi, che, nel complesso, inquadrano lo spazio di quelle che i sostenitori della riforma costituzionale definiscono genericamente come "le riforme", che a loro avviso sarebbero indispensabili e urgenti per lo sviluppo nazionale. Essi presentano la riforma costituzionale oggetto del referendum come lo strumento per approvare quelle ulteriori riforme. In questo senso la riforma costituzionale è stata presentata come parte molto importante dell'attuale programma di Governo, anche se non è detto che essa, se approvata con il referendum, servirà ad approvare proprio le riforme alle quali pensa il Governo attualmente in carica: dipenderà da quale partito politico avrà il controllo della maggioranza della forza parlamentare alla Camera dei deputati. Infine, in quelle stesse materie delle "riforme", L'art.72,6^ comma, della Costituzione, nel testo introdotto dalla riforma costituzionale, prevede che il Governo possa ottenere dalla Camera dei deputati l'esame prioritario, con termini procedurali abbreviati, di disegni di legge indicati come essenziali per l'attuazione del suo programma.
  Il rafforzamento della posizione del Governo, in particolare nelle materie concernenti le "riforme", risulta ancora maggiore se si tiene conto dell'effetto della nuova legge elettorale per l'elezione della Camera dei deputati. In base ad essa, un partito, non la coalizione di partiti, di sola maggioranza relativa, vale a dire uno che ottenga alle elezioni per la Camera dei deputati un numero di voti superiore agli altri sebbene non superiore al 50%, potrebbe vedersi attribuita una forza parlamentare, quindi in numero di deputati, ampiamente superiore al 50%, quindi la maggioranza assoluta. Con questa maggioranza parlamentare, quel partito potrebbe votare la fiducia al Governo da esso espresso e far approvare, con la sola deliberazione della Camera dei deputati, le "riforme" di cui sopra.
 Questo, del rafforzamento della posizione del Governo, viene considerato dai critici della riforma costituzionale il principale effetto delle nuove norme, che ne evidenziano le temibili comtroindicazioni. Ma, in fondo, sono della stessa opinione i sostenitori della riforma, quando dichiarano che la riforma costituzionale aprirà la strada alle "riforme" che rientrano nel programma di governo.
  Il problema, evidenziato da diversi commentatori della riforma, è che al centro del successivo movimento riformatore non sarà più, in effetti, il Parlamento, ma, in definitiva, il partito di governo e il Governo da esso espresso.
 Infatti in Senato riformato no avrà più competenza in quei campi in cui l'attuale Governo vuole riformare, mentre la Camera dei deputati sarà dominata da una forza parlamentare espressa dal partito di governo. Va aggiunto che, negli ultimi anni, vi è stata la tendenza ad attribuire la direzione del Governo, quindi la presidenza del Consiglio dei ministri, al principale esponente del partito egemone della,maggioranza di governo, segretario o presidente che fosse a seconda degli statuti di quel partito, in ciò volendosi ispirare alle consuetudini inglesi. Questo per evitare che la posizione della coalizione di governi potesse differenziarsi politicamente dal Governo da essa espresso, come storicamente era accaduto durante l'egemonia politica della Democrazia Cristiana. Con la coincidenza del capo del Governo e del capo del partito politico di governo si potrebbe verificare il caso di una maggioranza parlamentare di governi controllata dal Governo da essa sostenuto, invece del contrario. Ciò comporterebbe una eclisse del Parlamento.
 Quel processo di declino del Parlamento ha cominciato in realtà a manifestarsi in un'epoca recente della storia nazionale particolarmente travagliata, precisamente dagli ultimi mesi del 2011, quando, a fronte di serie difficoltà di Governo e Parlamento a far fronte ad una grave crisi economica internazionale, che richiedeva anche importanti aggiustamenti nella gestione della finanza pubblica, le forze politiche nazionali convennero per affidare la direzione politica del Governo ad una persona ritenuta autorevole individuata dall'allora Presidente della Repubblica, che ne rafforzò l'immagine pubblica e politica nominandolo senatore a vita. A differenza però degli altri senatori a vita,nominati per aver "illustrato la Patria" ma con una funzione tutto sommato marginale nel lavoro parlamentare, quel particolare senatore a vita ebbe affidata dal Presidente della Repubblica una missione prettamente politica di altissimo livello. Egli riuscì poi, da Presidente del Consiglio dei ministri incaricato, a coalizzare una maggioranza politica di governo, diversa da quella che aveva espresso il precedente governo e risultante da un accordo politico di emergenza tra forze politiche di opposto orientamento, e ad attuare in tempi brevi varie riforme, in particolare in materia economica, che incisero significativamente nelle prestazioni rese alla pubblica amministrazione ai cittadini, ad esempio in materia pensionistica. L'obiettivo fu principalmente quello di riportare sotto controllo la spesa pubblica, finanziata in misura crescente mediante debito pubblico dipendente dalle condizioni dei mercati finanziari internazionali, non solo con,le "tasse", in modo che crescesse mercati finanziari la fiducia nei titoli del debito pubblico italiano, con conseguente discesa dei tassi di interesse da pagare agli acquirenti di tali titoli, portandolo più vicini a quelli offerti dalle nazioni europee più forti, in particolare la Germania.
  Ora, le "riforme" che poi, dalla fine del 2012, sono state attuate dai successivi governi "politici", detti così per distinguerli da quello "tecnico" di quel senatore a vita, sono andate più o meno nella stessa direzione. L'idea dei sostenitori della riforma costituzionale è che, continuando ad attuarle, riducendo gli "sprechi" e liberando l'iniziativa privata da ostacoli burocratici, non solo potranno essere ottenute in sede europea deroghe ai limiti rigidi all'indebitamenti pubblico, ma anche si libereranno risorse mediante le quali l'economia privata inizierà un ciclo positivo, di sviluppo e di espansione, anche con un aumento dell'occupazione.in quest'ottica sono stati consederate ostacoli da rimuovere anche le norme limitative dei licenziamenti individuali. Esse sono star modificate per quanto riguarda i rapporti di lavoro privati, ma le si vuole modificare anche in quelli pubblici.
  Qualche giorno fa un politico di primo piano, a chi gli proponeva obiezioni al suo progetto riformatore basate sulla sofferenza sociale che l'attuazione delle "riforme" aveva e avrebbe ancora prodotto ha replicato che l'era delle ideologie politiche del benessere portato dalle strutture pubbliche è finita e che il mercato si è mangiato tutto. Dunque, in definitiva, si vorrebbe che il Governo avesse le mani più l'onere per varare riforme che assecondino le dinamiche di mercato. Questa direzione riformistica è però antitetica a quella inaugurata con quella che può essere considerate la "riforma delle riforma", la più importante di tutte le riforme, vale a dire con la Costituzione repubblicana entrata in vigore nel 1948. Essa infatti prevede che il mercato non abbia l'ultima parola, ma che le istituzioni pubbliche intervengano per codreggerne le dinamiche dove limitino la libertà e l'uguaglianza dei cittadini,impedendo il pieno svlluppo della persona umana (art.3, 2^ comma, della Costituzione, uno dei principi costituzionali fondamentali). Si tratta di proteggere da dinamiche distorte di mercato beni come il lavoro, la salute, l'istruzione, la previdenza sociale, la libertà sindacale, la partecipazione di tutti attraverso i partiti a determinare la politica nazionale, e si assicurare il coordinamento dell'economia pubblica e privata perché possa essere indirizzata a fini sociali. Nella Costituzione, dunque, il mercato non è il legislatore supremo, e l'iniziativa economica privata, seppure libera, non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana (art.41 della Costituzione).
 Dal '48 all'inizio degli anni '90 il movimento riformatore è stato indirizzato dai principi sociali costituzionali ed ebbe come criterio fondamentale la giustizia sociale. Esso fu promosso da due agenti socilali: il Parlamento, nel quale le istanze di promozione sociale dei lavoratori proposte dalle opposizioni socialiste e comuniste furono accolte dal partiti di governo, in particolare quando i socialisti divennero parte delle maggioranze di governo,  e la Corte costituzionale, la quale, prevista dalla Costituzione ma funzionante solo dal 1956, svolse un lavoro di rimozione dalla legislazione delle norme contrastanti con quelle Costituzionali, promuovendo anche una corrispondente cultura giuridica di alto livello.
 In concomitanza con le crisi economiche ricorrenti verificatesi dall'inizio degli anni '90, il criterio di riferimento di invece sempre più quello dello sviluppo, nella convinzione, in particolare, che le conquiste sociali dei decenni precedenti fossero troppo onerose per le finanze pubbliche, comportando tributi e costi del lavoro troppo onerosi per il sistema delle imprese, con la conseguenza che essi, venendo computati nel prezzo delle merci praticato ai consumatori, rendevano le merci prodotte in Italia meno competitive sul mercato. Con la fine delle tensioni politiche determinato dalla contrapposizione dei sistemi economici capitalisti e comunisti, a seguito della dissoluzione del comunismo di tipo sovietico e la profonda metamorfosi di quello cinese, e con la creazione di un mercato globale della produzione e commercio in cui le imprese di tipo capitalistico potevamo produrre e vendere in ogni parte del mondo, la produzione venne trasferita nelle nazioni in cui il costo del lavoro e i tributi erano più bassi e,la vendita dei prodotti nei mercati dove i consumatori erano disposti ad accettare di pagare prezzi più alti. Quindi, ad esempio, imprese europee trasferirono le produzioni in Asia, vendendo però i prodotti in Occidente. Questo comportò una forte diminuzione dei posti di lavoro in Europa, ma anche una diminuzione dei prezzi al consumo. I governi occidentali assecondarono questa dinamica, nella convinzione che, alla fine, uniformandosi le condizioni di lavoro sui mercati mondiali, si sarebbe tornato a produrre in Occidente. In realtà questo effetto non si verificò mai, perché, da un lato, i governi delle nazioni in cui il costo del lavoro e i tributi erano più bassi non lavorarono per cambiare questa situazione, in particolare migliorando le condizioni dei lavoratori mediante prestazioni sociali finanziate, come in Occidente, con tributi più alti, dall'altro lato, mente alle imprese era  consentito di muoversi liberamente nel mondo "globalizzato", altrettanto non era consentito ai lavoratori, come quotidianamente possiamo constatare nell'Europa contemporanea: si cerca infatti, con misure di polizia, e addirittura militari, di fermare le migrazioni di forza lavoro dall'Asia e dall'Africa, dove i salari sono più bassi o addirittura inesistente l'occupazione, all'Europa. Le politiche di governo basate sullo sviluppo assecondando le dinamiche dell'economia capitalistica di mercato hanno comportato invece modesti risultati sul fronte dell'occupazione, in particolare a causa della crescente automazione delle lavorazioni, e un marcato peggioramento delle condizioni di lavoro, sia sotto il profilo salariale che della stabilità dei rapporti di lavoro. Di questi giorni è la pubblicazione di statistiche economiche secondo le quali i livelli di benessere delle famiglie dei lavoratori italiani sono regrediti più o meno a quelli di diversi decenni addietro.
 Si è pensato che assecondando le dinamiche di mercato si sarebbero ottenuto lo sviluppo economico e, con questo, la giustizia sociale. Tuttavia le aspettative sono andate deluse nell'uno e nell'altro campo. In particolare, per quanto si siano attuate misure che sempre più hanno inciso sulla giustizia sociale, ad esempio in materia di stabilità dei rapporto di lavoro, non si è riusciti ad innescare lo sviluppo. I redditi delle famiglie sono diminuiti e la stessa possibilità di costituirsi una famiglia e di progettare una prole ne è risultata pregiudicata, per la difficoltà di trovare lavoro, per l'instabilità crescente dei rapporti di lavoro, per le retribuzioni insufficienti (in contrasto con quanto previsto dall'art 36 della Costituzione) per la difficoltà di trovare, a prezzi commisurati alle retribuzioni lavorative, appartamenti adatti per famiglie con figli. Giorgio La Pira, politico cattolico di primo piano ispirato alla dottrina sociale, disse che "Il lavoro è sacro, il pane è sacro, la casa è sacra", principi che ispirarono la legislazione sociale Italiana fino agli anni '90. "Sacro" significa che si tratta di bene che non può essere lasciato alle dinamiche di mercato perché ha un valore correlato alla dignità della persona umana. È evidente che si tempi nostri si ragiona diversamente.
 I fautori della riforma costituzionale hanno dato la colpa dell'insuccesso delle politiche degli anni passati basate sull'idea di sviluppo al Senato elettivo, per le complicazioni derivate dal fatto che era sostanzialmente in doppione della Camera dei deputato, e l'hanno soppresso. In realtà, a ben vedere, le difficoltà che sono derivate dagli anni '90 ai riformatori che intendevano assecondare le dinamiche di mercato dipendevano proprio dal fatto che il Senato NON era un doppione della Camera dei deputati e il Governo ha incontrato maggiori difficoltà ad ottenere la fiducia al Senato. Se la riforma costituzionale verrà approvata al prossimo referendum questo non accadrà più perché la fiducia sarà votata solo alla Camera dei deputati dove il partito di governo, per l'effetto della nuova legge elettorale per tale Camera, disporrà di una solida maggioranza assoluta. Il Governo, non è detto che sia sempre quello attualmente in carica, avrà mano libera per le "riforme".
 Perché però occorre affidarsi a questa riforma di struttura per ottenere il consenso politico ad un'azione riformatrice la cui necessità i sostenitori delle nuove norme reputano ovvia, indiscutibile? Non dovrebbero tutte le forze politiche concordare con il progetto riformatore. Il problema è che le riforme che vengono indicate come necessarie allo sviluppo incidono sul benessere dei più e favoriscono le imprese, controllate dalla minoranza della gente che sta meglio. È questo il problema: andare contro gli interessi di una maggioranza del popolo, per favorire una minoranza. Si suppone che, però, favorendo le imprese queste creeranno sviluppo e occupazione, dei quali beneficerà anche la maggioranza.
 Bisogna però ricordare che la riforma costituzionale modifica solo strutture, procedure e funzioni di organi costituzionali e di enti territoriali locali della Repubblica, ma non consiste delle "riforme" che attraverso di essa ci si propone di facilitare, nè ne indica la direzione: rispetto ad esse è, per così diere, neutrale. Così, studiando la riforma costituzionale, non si può avere un'idea precisa di come saranno le successive "riforme". Esse dipenderanno dalle idee di chi conquisterà il Governo, che poi avrà le mani più libere. E i partiti che si contendono il Governo in genere rimangono piuttosto sul vago, quando si tratta di rendere un'idea precisa delle "riforme" che hanno in progetto di varare. Questo dovrebbe essere un segnale di allarme, soprattutto per la maggioranza di chi dalle passate riforme (tutte attuare dal Parlamento com'è ora) ci ha rimesso in benessere.
 In merito agli effetti della riforma costituzionale in discussione si può dire quanto segue.
 Con un Senato depotenziato come quello riformato, e sostanzialmente nelle mani dei partiti egemoni nelle Regioni più popolose, il partito che, con i meccanismi di premio di maggioranza introdotti anche negli enti locali come per la Camera dei deputati, riuscisse a controllare maggioranze parlamentari omogenee nelle due Camere, avrebbe a disposizione del suo virtuosismo riformatore l'intera Costituzione, anche nei suoi principi fondamentali, che oggettivamente costituiscono ostacoli all'assecomda enti delle leggi di mercato.
 In caso contrario, di maggioranze parlamentari non omogenee nelle due Camere, si aprirebbe una lunga stagione di conflitti tra le due Camere, con l'impossibilità di legiferare nelle materie più importanti, quelle che ancora richiederanno una deliberazione conforme delle due Camere, aggravati dalle incertezze interpretative sulle norme sulla competenza delle due Camere e sul riparto di competenza legislativa tra Stato e Egimi causate dalla non ottimale formulazione delle modifiche costituzionali (eclatante il caso del nuovo art.70 della Costituzione, veramente di difficile lettura).
  Insomma, con la riforma costituzionale si aprirà  verosimilmente  una stagione di riforme di iniziative governativa, ma non si può sapere dove esse andranno a parare, quali conseguenze avranno per la vita della maggioranza della gente, che dipende per il proprio benessere da prestazioni sociali pubbliche, e neanche quale Governo cercherà di attuarle. La riforma costituzionale agevolerà la via al Governo, qualunque esso sia, nei confronti del quale, una volta che abbia conseguito il controllo politico delle due Camere, o anche della sola Camera dei deputati, per l'effetto dei meccanismi elettorali maggioritari stabiliti dalle leggi vigenti, sarà più difficile esercitare un'azione politica diretta a incidere sui suoi progetti. Un'azione politica del genere, possibile nel Parlamenti com'è ora, ha invece moderato l'azione riformatrice dispiegatasi dall'inizio degli anni '90 ad opera di Governi di opposte tendenze, ad esempio nel campo della giustizia, quando la giustizia diventò materia di scontro politico.
 Sulla valutazione dell'incidenza delle dinamiche di mercato sui valori fondamentali inerenti alla dignità delle persone umane, e sui compiti dei pubblici poteri in merito, a livello nazionale e internazionale possono leggersi pagine significative, specialmente per persone religiose, nell'enciclica papale Laudato si', del 2015, che potete leggere sul Web sul sito <www.vatican.va>.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

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