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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 11 agosto 2016

Degrado della politica ed eclisse del Parlamento - parte sesta

  Il nuovo art.57 della Costituzione, sostituito dalla legge costituzionale che  entrerà in vigore se al prossimo referendum costituzionale i Sì saranno più dei No, prevede che il Senato sia composto da novantacinque membri (ora i senatori elettivi sono trecentoquindici) nominati dai consiglieri regionali e dai consiglieri delle Provincie autonome di Trento e di Bolzano scegliendoli, su base regionale, tra i consiglieri regionali e i sindaci. A questi si aggiungono cinque senatori che il Presidente della Repubblica può nominare scegliendoli tra i cittadini che abbiano "illustrato la Patria" e che durano in carica sette anni, senza possibilità di nuova nomina, ( ora è prevista la nomina di cinque senatori a vita) e gli ex Presidenti della Repubblica (che rimangono gli unici senatori a vita, unitamente ai senatori a vita di nomina presidenziale in carica al momento di entrata in vigore della riforma). I senatori eletti tra i membri degli enti locali e i nuovi senatori di nomina presidenziale non avranno stipendio. A parte gli ex Presidenti della Repubblica, i nuovi senatori saranno a mezzo servizio, perché quelli scelti negli enti locali dovranno anche fare il loro lavoro di consiglieri regionali e di sindaci e quelli di nomina presidenziale avranno il proprio lavoro, a meno che non siano scelti tra i pensionati. I senatori scelti tra i membri di enti locali dureranno in carica quanto i relativi consigli regionali e comunali.  Se cesseranno di essere consiglieri regionali o sindaci decadranno anche dalla carica di senatori. Le modalità di elezione dei senatori scelti tra i consiglieri regionali e i sindaci sarano stabilite da una futura legge approvata da entrambe le Camere.
 La deliberazione delle due Camere del Parlamento, quindi della Camera dei Deputati e del Senato, sarà necessaria, come ora, per molti tipi di leggi, in particolare per quelle più importanti e riguardanti i massimi principi della Repubblica, come le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, per quelle concernenti l'ordinamento degli enti locali e, soprattutto, per quelle che riguardano i rapporti tra la Repubblica e l'Unione Europea e l'attuazione della normativa europea, vale a dire, si è stimato, circa il 70% delle leggi dello Stato. In queste decisioni i senatori però non rappresenteranno la Nazione, come è scritto per i deputati, ma le "istituzioni territoriali". Però decideranno senza vincolo di mandato, vale a dire che non saranno semplici portavoce degli enti locali di appartenenza. Dovrebbero "raccordare" lo Stato e gli "altri elementi costitutivi della Repubblica". Ma come assicurarsi che questo raccordo si effettivo? E se ad un certo punto decidessero di fare di testa propria? Ed è possibile occuparsi degli affari di stato senza tener conto della Nazione? 
  L'idea che senatori a mezzo servizio, eletti a suffragio ristretto da membri di altri organi pubblici e non direttamente dal corpo elettorale, potessero andare bene per occuparsi degli affari di stato al massimo livello sarebbe apparsa stravagante in altre ere della storia della Repubblica. Ad certo punto gli stessi riformatori costituzionali hanno avuto qualche remora e hanno introdotto nel nuovo testo dell'art.57 della Costituzione un quarto comma in cui, in un testo zoppicante dal punto di vista sintattico, sembra che i consiglieri regionali destinati ad essere eletti senatori debbano essere indicati dal corpo elettorale in occasione della loro nomina a consiglieri regionali. Ho scritto "sembra", perché il testo non è chiaro e, soprattutto, non dà un'idea di come sarà la procedura di scelta dei nuovi senatori in modo da tener conto della volontà del corpo elettorale. Tutto è rinviato a una legge ordinaria. Quel comma è stato introdotto per realizzare un accordo politico con chi voleva che, nella scelta dei nuovi senatori, si tenesse conto della volontà del cittadini. Il testo costituzionale poco chiaro si rifletterà sul giudizio di costituzionalità della nuova legge elettorale sul nuovo Senato, rendendolo problematico.
 Per inciso: le norme costituzionali dovrebbero essere scritte in modo chiaro, in buona lingua italiana sotto il profilo sintattico e grammaticale. La legge di riforma costituzionale oggetto del prossimo referendum non sembra essere stata sottoposta a revisione sotto questo aspetto, come invece lo fu il testo della Costituzione repubblicana entrata in vigore nel 1948. Anche la cattiva qualità sintattica e grammaticale delle norme può essere considerata una manifestazione del degrado della politica.
 Concepire i consigli eletti dal corpo elettorale come istituzioni inutili, dispendiose e fonti di  complicazioni ingiustificate è un'altra manifestazione del degrado della politica democratica. In parte si tratta di pregiudizi ingiustificati, in parte della constatazione del reale scadimento del personale della politica. Si tratta di un fenomeno che può ricondursi alla crisi della forma sociale dei partiti politici che, originata verso la metà degli anni '70, è giunta ad uno stadio per così dire terminale a seguito della riforma della legge elettorale del 2005 ( quella che ha previsto liste bloccate ed elevato premio di maggioranza alla coalizione vincente), dichiarata incostituzionale nel 2014 sia con riferimento al premio di maggioranza sia in quanto negava ai cittadini elettori la possibilità di esprimere preferenze per i candidati. La crisi ha cominciato a prodursi al momento del passaggio del controllo della politica democratica dalla generazione che aveva partecipato alla Resistenza contro il fascismo storico e l'occupazione nazista alle generazioni successive di politici. Ha trovato storicamente terreno fertile tra i partiti di governo nel potere sul sistema, un tempo molto più vasto di oggi, delle industrie pubbliche, gestite direttamente o mediante partecipazione al loro capitale sociale. Non ha riguardato solo il personale politico, ma anche il corpo elettorale. Il consenso politico iniziò ad essere contrattato sulla base delle elargizioni fatte alle diverse categorie sociali, le cui pretese sono andate crescendo. I partiti politici iniziarono a prelevare una quota crescente di denaro pubblico come pezzo della mediazione sociale. Il personale della politica inoziò ad essere autoreferenziale, perdendo il contatto vitale con,le formazioni sociali dalle quali era emerso: iniziò a concepire sé stesso come un insieme di "tecnici" della politica, quasi al modo dei "manager", dei capi delle imprese industriali, e a pretendere corrispondenti gratificazioni economiche. Si produsse in tal modi una crisi di legittimazione della politica, fatta,di disprezzo reciproco tra cittadini e personale della politica, che i sociologi iniziarono a segnalare a partire dagli anni '80. In quel decenni si tentò di porvi rimedio occupandosi nuovamente di formazione alla politica: furono gli anni delle "scuole di politica" (famosa quella creata in Sicilia dai padri gesuiti Pintacuda e Sorge). A cavallo tra gli anni '80 e '90 i partiti politici italiani cambiarono volto a seguito del crollo del comunismo sovietico e della fine della "guerra fredda" a sfondo ideologico tra gli alleati degli statunitensi e gli alleati dei sovietici. Il Partito Comunista Italiano, storicamente legato al comunismo sovietico, cambio nome e struttura, completando la sua trasformazione in partito di tipo occidentale e rinunciando alla sua particolare diversità ideologica. Correlativamente, si trasformarono anche i partiti che gli si opponevano, in particolare la Democrazia Cristiana, partito-federazione di molte componenti eterogenee che presero a dividersi. In quella fase emerse in sede giudiziaria l'immane corruzione della politica organizzata dai partiti. Ciò accrebbe enormemente il discredito di questi ultimi, che divennero instabili e più simili a comitati elettorali catalizzati da singole personalità. Venute meno molte delle risorse di un tempo, alcuni dei maggiori partiti entrarono in crisi economica e dovettero chiudere le loro grandi sedi e licenziare gran parte del loro personale, a favore del quale nel 1993 vennero anche disposti ammortizzatori sociali. Il collegamento con la base sociale di cittadini si fece episodico, generalmente solo in occasione delle elezioni. Conseguito il risultato elettorale, chi aveva "vinto" si aspettò di avere le mani libere fino alle successive elezioni. A quel punto, concentrata la direzione politica intorno alle segreterie nazionali dei partiti si perse il senso dell'utilità  degli organi collegiali elettivi, vista la sempre più ridotta autonomia degli eletti, i quali sempre più spesso vennero scelti per il loro potenziale richiamo verso gli elettori, ad esempio tra il personale dello spettacolo, a prescindere dal loro legame vitale con i cittadini e della reale disponibilità di tempo per la politica.
 La prima manifestazione di politici a mezzo servizio si ebbe, tra il 2011 e il 2015, con l'abolizione dei consigli provinciali eletti dai cittadini, sostituiti da consigli eletti dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni compresi nella provincia. Per le 14 città metropolitane che sostituirono altrettante province, nelle province in cui erano comprese le più grandi città italiane, si provvide nello stesso modo. Con la legge di revisione costituzionale oggetto di referendum anche le residue province verranno soppresse e le loro funzioni sono destinate ad essere svolte da città metropolitane.
 Con la riforma del senato si è seguita la stessa logica.
 Come per province e città metropolitane si avrà una riduzione del personale della poliica e politici che dovranno occuparsi contemporaneamente di problemi su scala diversa. Questo può essere considerato un vantaggio solo se si pensa che la politica non sia redimibile, che non possa recuperare un rapporto vitale con i cittadini e che meno politici ci sono meglio è. In questo modo però la politica diventerà sempre più questione di apparato, autoreferenziale. Verrà ridotta l'autonomia del personale della politica, che dipende dall'esistenza di quel rapporto vitale. Le organizzazioni di partito e le stesse istituzioni pubbliche di derivazione elettiva diverranno sempre più simili alle organizzazioni delle imprese industriali, in cui sono egemoni le oligarchie dei dirigenti d'azienda, che pretendono di essere obbediti. Come faranno i cittadini, a prescindere dagli eventi elettorali, a concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, come prevede L'art.49 della Costituzione? E, soprattutto lo vogliono ancora fare?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli






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